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 ultimo aggiornamento: domenica 11 dicembre 2011
 


 

 

In questa pagina trovate recensioni di:

PRIMA DEL BING BANG
di Martin Bojowald

DISOBBEDIENZA CIVILE
di Henry David Thoreau

Diventare genitori in Italia
di Rossano Astremo e Maria Carrano

IO NON VOLEVO NASCERE
di Pietro Melis

Gli angeli neri
di Manlio Cancogni

Un carcere nel pallone
di Francesco Ceniti

Due Maroni Così
di Marco Costa

Che Guevara, missionario di violenza,
di Pedro Corzo

Io vi parlo di libertà,
di Mikheil Saaksvili con Raphael Glucksmann

UN AMORE SENILE
e altre spezie. Poesie di un ottuagenario
di Ariodante Marianni

La leggenda del Grande Inquisitore
di Fëdor Dostoevskij, con riflessione sul peso della liberta’ di Gherardo Colombo

Le balle di Darwin,
Guida politicamente scorretta al darwinismo e al disegno intelligente
di Jonathan Wells

A L'Aquila,
la maggioranza sta”
di Enzo Cappucci

Decadence Lounge.
Viaggio nei nonluoghi del nostro tempo,
di Alessandro Hellmann

Clandestini
di Marco Di Domenico.

La vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponnat Patrick Lienhardt

Le mie estati letterarie
di Fulvio Tonizza

SE LA POLVERE NON GERMOGLIA
di Nicolò Sorriga

UNA VITA BIPOLARE
Oltre i confini della normalità
di Marya Hornbacher

Fantasmi
Dispacci dalla Cambogia
di Tiziano Terzani

È sempre notte
di Fabrizio Sparaco

Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze
di Marco Innocenti

 

 

Nell'archivio di Pagine di Libri trovate anche le recensione dei seguenti volumi:

Gli Etruschi: la prima civiltà italiana
di Jean-Paul Thuilleier

Storie a cinque cerchi
Dalle Olimpiadi una lezione
di vita di Don Alessio Alberini

La forza di una vita fragile
Storia di una bambina che non doveva nascere
di Sophie Chevillard Lutz

La colomba pugnalata
di Marcel Proust, Piero Citati

La contea dei SUP
di Tonino Luppino

Quello che resta
L’importanza della memoria
di Pierre Sansot

I soliti quattro gatti
di Giulio Lazzati

Misteri Italiani,
dai diari di Mussolini ai delitti di Stato
di Silvio Bertoldi

Uomini ed amori, gioie e dolori
di Damiano Mazzotti

Ermanno Olmi. Il sentimento della realtà
di Daniela Padoan

Lo sapevo, non dovevo ammalarmi
Un uomo alla ricerca della sua diagnosi
di Roberto Levi

Incontro con menti straordinarie
Ricordi, rivelazioni, racconti, polemiche dei più brillanti “santi laici”
di Piergiorgio Odifreddi

Dialoghi con l'angelo
di Gitta Mallasz

Una storia del mondo
di Chris Brazier

La storia segreta dell'impero americano
di John Perkins

Mini Darwin, l'evoluzione raccontata ai bambini
di S. Cerrato

Come smettere di farsi le seghe mentali
di Giulio Cesare Giacobbe

Dove volano gli uccelli
Racconto di un anno in Mongolia.
di Luisa Waught

Viaggi e paesaggi in terre lontane
di Alberto Ronchey

L'agenda di Murphy 2008
di Arthur Bloch

Un mondo sbagliato
Storia della distruzione della natura, degli animali e dell'umanità
di Jim Mason,

I detective selvaggi
di Roberto Bolano

La mente illuminata
Armonia ed equilibrio interiore nel sentiero della Grande Perfezione
del Dalai Lama

La scienza di Sherlock Holmes
di E.J. Wagner

Io sono ipocondriaco
di Dennis Di Claudio

Delitti imperfetti
Atto primo e atto secondo
di Luciano Garofano

NDE Testimonianze di esperienze in punto di morte
di Paola Giovetti

 

 


PRIMA DEL BING BANG, di Martin Bojowald, Saggi Bompiani, pagine 369, euro 21,00.

L’autore di questo saggio e’ stato ricercatore all’Albert Einstein Institut di Postdam,  ed e’ stato insignito del Premio “First Award of tre Gravity Research”.

Stiamo dunque leggendo uno dei più grandi scienziati del nostro tempo, che, gradevolmente e con un linguaggio chiaro e scorrevole riesce nell’intento di condurre per mano  il lettore in un viaggio appassionante  -e di sola andata-  nella ricerca sull’enigma del “tempo” e della sua direzione. Un autentico “Graal” della teoria del tutto.

Dobbiamo prendere consapevolezza  che la matematica si e’ fatta talmente complessa da dovere rinunciare al suo formalismo. L’uomo non e’ più in grado di gestire le informazioni ed i calcoli acquisiti nell’ultimo fecondo ventennio; la scienza della relatività e della quantistica paiono inconciliabili, e la teoria del tutto conduce a tesi ed antitesi, e’ vero tutto ed il contrario di tutto e la realtà si e’ fatta astratta.

Tutto parte dalla limitatezza della teoria che il Big Bang sia l’origine del mondo, e’ un castello che non sta più in piedi se non con tesi talmente speculative da sfociare nella metafisica, e, dunque, nella filosofia. Bisogna andare al prima, indagare la preistoria dell’Universo, rivolgersi alla Cosmogonia. 

Un paradosso, un processo inverso, uno shock per la scienza.  Tuttavia non e’ una resa, queste menti eccelse scrutano l’Oltre. Perché il vero ricercatore e’ un uomo coraggioso , una sorta di detective che non sa’ nemmeno il caso da risolvere, brancola nel  buio per trovare un altro pezzetto di luce; quello che potrebbe condurlo ad esiti sorprendenti o all’abbattimento di tesi consolidate.

Bojowald  non ricorre mai, ed e’ una fortuna per il lettore, a formule matematiche per sostenere le sue teorie;  piuttosto riprende assunti dei più grandi filosofi del ‘900.  Come quello di  Nietsche, che  recita: “Quanto più e’ astratta la verità che vuoi insegnare tanto più devi sedurre i sensi ad essa”.

(recensione di Donata Bina 11/12/2011)


DISOBBEDIENZA CIVILE di Henry David Thoreau  (1817-1862) Ortica editrice, pagine 58, euro 10,00.

Parliamo di una delle menti più sottovalutate della corrente trascendentalista americana.

Si pensi che la lettura delle sue opere influenzò Ghandi e M.Luther King che della “disobbedienza civile”, ovvero della non-violenza come strumento di lotta, ne fecero ragione di vita, e di morte.

Già Thomas Hobbes due secoli prima si pose il quesito su come mai i popoli scegliessero la tirannia o l’ingiustizia, e la risposta era racchiusa in un’unica parola chiave. Paura.

Thoreau,  rivoluzionario senza essere antigovernativo scrisse questo saggio in polemica alla mancata attuazione degli  ideali proclamati nel  1776 nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America e  all’indomani del conflitto messicano. Decise di violare la legge,  atto ritenuto ammissibile quando questa  leda  la coscienza ed i diritti dell’uomo. E Thoreau,  per non avere pagato le tasse, finì in galera, “ unico luogo consono all’uomo probo”.

Perchè la massa serve lo Stato con il proprio corpo, “come burattini di legno, o di argilla, o di sterco, inibiti al ragionamento e pronti a servire diavolo e dio”.  La coerenza come dogma assoluto, la saggezza come metodo per vivere felicemente in modo spartano, la contestazione per il nascente “way of life” americano fanno di questo eccezionale filosofo, a tratti Spinoziano, uno dei primi e più feroci critici delle moderne democrazie.

“Mi vergogno di fare parte di questo governo schiavista” in grado di risucchiare nella magia nera della corruzione anche gli uomini più onesti.  Egli auspica un governo fatto da gente cosciente, come ovvia ed unica strada per giungere ad una società cosciente, chiosando col paradosso che il migliore dei governi e’ quello che non governa del tutto.

Saggio breve per la straordinaria capacità di sintesi dello scrittore, la lettura e’ scorrevole e l’argomento attualissimo, davvero un peccato che queste poche decine di pagine non finiscano tra le mani di qualche intrepido insegnante, per divulgarlo ai nostri figli  -gli uomini di domani-  gli unici in grado di farmi ancora sperare in una società più giusta e civile.

(D.B. 16/7/2011)


Diventare genitori in Italia di Rossano Astremo e Maria Carrano Castelvecchi Editore pagg. 185 Euro 12,90

Cosa significa, oggi, mettere al mondo un figlio e diventare genitori in Italia? Ritrovarsi a trent’anni con un lavoro precario e, nonostante il parere negativo di amici, conoscenti e familiari, provare a costruire una famiglia, comprare una casa, crescere un figlio? Diventare genitori in Italia racconta la storia vera di Maria e Rossano, dalla notizia della gravidanza fino ai primi mesi di vita della piccola Rebecca, passando per gli acquisti di mobili a rate, la ristrutturazione del «nido d’amore», il rapporto con le strutture comunali dedicate all’infanzia e, naturalmente, per gli eterni tentativi di conciliare le croniche difficoltà professionali con i tempi biologici dello «stato interessante». Diventare genitori in Italia è un viaggio autobiografico, un vademecum per future mamme e futuri papà, un caustico atto d’accusa nei confronti di una classe dirigente che, pur difendendo a spada tratta il ruolo decisivo della famiglia nella società, si comporta in modo contrario ai suoi valori, ostacolandola e abbandonando al coraggio individuale l’iniziativa di portarla avanti.

(segnalazione a cura dell'Autrice 20/4/2011)


IO NON VOLEVO NASCERE, di Pietro Melis,  professore di storia della filosofia, Edizioni Bastogi, pagine 456, euro 30,00.

E’ davvero difficile tentare una recensione per questo libro così complesso;  la vastità e la profondità degli assunti trattati, le disamine inoppugnabili dell’autore –la cui vita privata si interseca nel dipanarsi del saggio-  pretenderebbero un libro del libro.

Mi sono venuti  casualmente in soccorso due menti eccelse quali i fisici Hawking e Mlodinow grazie ad  un’intervista riportata  in prima pagina  su “La Repubblica”  intitolata “La filosofia e’ morta, non rimane che la fisica”.  Viviamo in un mondo sconfinato che può essere ora amichevole ora crudele e,  volgendo lo sguardo ai cieli immensi che ci sovrastano,  gli uomini si sono sempre posti una moltitudine di interrogativi. Qual’e’ la natura della realtà? Che origine ha tutto ciò? L’Universo ha avuto bisogno di un creatore?

Per secoli questi quesiti sono stati di pertinenza della filosofia. Ma, come argomenta Melis, la filosofia e’ morta perché non e’ stata al passo degli sviluppi più recenti della scienza, ed in particolare della fisica. Ora sono gli scienziati a raccogliere la fiaccola della nostra ricerca della conoscenza.

Ecco,  partirei da qui e dall’eloquenza del titolo e dell’immagine di copertina, che urla, tramite il famoso dipinto di Munch, la disperata ed inutile ricerca di un senso della vita umana. Perché, come già sostenne trent’anni fa il premio Nobel per la fisica Weinbeg,  più l’Universo ci appare comprensibile  tanto più ci appare senza scopo.  Melis  sostiene che la sua unica direzione e’ l’emancipazione dell’ambiente,  all’interno del quale si può desumere che l’uomo non fosse il suo traguardo. Citando poi Lorenz  avvalora la tesi  dell’idea che se l’uomo fosse sin dall’inizio dei tempi la meta prestabilita di ogni evoluzione naturale diventerebbe il paradigma della cieca superbia che ne precede la caduta, perché se si dovesse credere in un Dio onnipotente che intenzionalmente ha creato l’uomo attuale allora bisognerebbe davvero dubitarne…..quale misero  dio!

 Si riprende in tal modo il pensiero filosofico di Kierkegaard:  la religione e’ un salto nell’assurdo per fuggire al non senso della vita umana. Se la domanda sul senso della vita umana e’ insensata, lo e’ altrettanto ogni qualsivoglia risposta della filosofia, che nelle sue indagini metafisiche divide il fideismo antropocentrico di origine umanistica-religiosa dal relativismo-soggettivismo che, non ponendosi una domanda “ priva di senso”  nega alla conoscenza scientifica l’accesso ad una qualsiasi verità.

Solo la scomparsa della vita umana sulla Terra potrebbe sopprimere il non senso della vita,  in quanto gli animali non umani non si pongono tale domanda. In uno scambio epistolare con Melis, è egli stesso a suggerirmi l'interpretazione
corretta del suo pensiero: La follia umana diventa predatrice della Terra e l'autore odia a tal punto questa umanità che sembra paradossalmente ringraziarla per il fatto di fargli trovare un interesse alla vita solo nell'odio contro di essa, tradotto ferocemente in "odio, dunque esisto".

Il messaggio che lancia questa scorrevole ma impegnativa lettura  e’ l’amore sconfinato per la vita ed il grido di dolore che ne consegue. Paradossalmente e’ proprio l’attaccamento ad essa la fonte di ogni tribolazione perché  il nostro inspiegabile,  perenne ed innato rifiuto della nostra caducità ci straziano al punto di anticipare quella che sarà presumibilmente per gli agnostici -e di certo per gli atei-  una imminente eternità nel nulla.

Un libro sconsigliato a chi cerca una lettura d'evasione, vivamente consigliato a chi crede (come noi) che leggere aiuti a crescere. Astenersi perditempo.

(Recensione Donata Bina 8/4/2011)


Gli angeli neri, di Manlio Cancogni, Mursia pagg. 158 Euro 14,00

Autorità-libertà: nessuno come gli anarchici ha avuto il merito di aver ridotto all’osso il dilemma  che domina il rapporto tra il singolo e il resto della società. A scriverlo è Manlio Cancogni, classe 1916, scrittore e maestro del giornalismo italiano, di cui Mursia ripubblica in questi giorni  GLI ANGELI NERI. Storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara.

La storia degli anarchici di Cancogni - nata da un confronto con Indro Montanelli che si raccomandò “Non me li trattattare male i miei amici” - prende le mosse dal ribellismo risorgimentale e più precisamente dal pensiero di Carlo Pisacane, precursore del movimento in Italia, e si conclude con la celebre visita di Daniel Cohn-Bendit, leader del ’68 francese, al congresso degli anarchici di Carrara, un incontro alquanto tumultuoso.

Nella raccontare la parabola degli Angeli Neri nel «Secolo breve» Cancogni passa in rassegna con il suo straordinario stile, le storie e i ruoli dei numi tutelari del movimento libertario, da Michail Alexandrovic Bakunin che proprio nella penisola, dov’è entrato come emissario di Karl Marx, si scopre avversario del filosofo di Treviri, a Errico Malatesta, il più indomito dei libertari italiani, a Pietro Gori, avvocato e autore della celeberrima ‘Addio Lugano bella’ che spese la vita nella difesa dei compagni. E ancora Andrea Costa, Carlo Cafiero, il regicida Gaetano Bresci, per il quale spende più di una parola a favore delle lucidità politica. Non tralascia però i personaggi minori, eroi per un attimo e i personaggi più controversi protagonisti della stagione degli attentati del secolo scorso e di episodi oscuri durante le guerra di Spagna.

Cancogni  appartiene, anche idealmente, alla terra tra Carrara e la Versilia che passa tra le Apuane che è, ed è stata, un luogo simbolo del libertarismo italiano, è riuscito in questo libro a delineare un’epopea straordinaria di ideali, passioni, amori, lotte e utopie che si conclude con una riflessione sulle risposte da dare alle domande che l’anarchismo,  “antico ma non vecchio”, pone sul rapporto autorità-libertà. Cancogni dà una sua risposta, che vira in direzione opposta alle idealità degli Angeli Neri: recuperare un principio di autorità di cui ci sarebbe un gran bisogno per una significativa, quanto attuale, moderna restaurazione.

(Segnalazione della Mursia 31/3/11)


Un carcere nel pallone” , di Francesco Ceniti con una presentazione di Candido Cannavò.  Editore Laruffa,  pagine 220, euro 15,00.

Mosaico umano:  storie di detenuti , individui diversi per vissuto  e capi di imputazione e che nello sviluppo del testo impariamo a conoscere per nome e patire delle loro sofferenze. Ci  sono cose difficili da immaginare, ed essere privati della libertà e’ una di queste.

L’autore,  giornalista professionista della “ Gazzetta dello  Sport “ e’ sceso letteralmente in campo , fino ad essere ospite  in un carcere abitato da tremila persone e dove, come in tutti i carceri della terra,  la parola speranza si usa con parsimonia.

Quello che noi non comprendiamo e’ che il destino di queste persone si decide dietro le sbarre e senza aiuti dall’esterno che irrompano nel silenzio surreale di un alveare  di sgabuzzini di 3 metri per 2 qualsiasi sbocco  positivo diventa pura utopia.  Se priviamo i detenuti di  un qualche contatto col mondo esterno  diventiamo complici della loro follia,  perché  il patire annichilisce e la libertà diventa quasi sempre un trauma.

La presenza dei volontari  e’ una vera benedizione,  ma l’esperimento pilota di Ceniti riesce in un vero e proprio miracolo; lo sport come esperienza di libertà dove allenarsi due ore al giorno accorcia giornate  irrimediabilmente uguali. Centoventi lunghissimi minuti in cui ci si dimentica di essere prigionieri,  con la prospettiva tangibile del match domenicale,  dove sconfitte e vittorie scardinano e sferzano vite spezzate avvicinandole a quel mondo reale percepito soltanto dalla televisione.

Le giacche verdi del  Free Opera iscritte alla Fgci  in terza categoria brillano della luce donata dall’autore, che ha il grande e riconosciuto merito di sacrificare tempo, soffrire ed  allenare  per otto mesi  una squadra eterogenea e sempre diversa  pur di abbattere virtualmente quei terribili  muri di cemento armato.  E ci riesce, come la leggenda del santo che addomestica il leone togliendogli una spina dalla zampa : le celle in quegli agognati momenti paiono lontane e gli anni da scontare solo “un piccolo particolare”.  Il  gioco del calcio diventa l’oasi in un deserto di sbarre, ed oasi dopo oasi “la speranza e’ che prima o poi il deserto finisca”.  Il capolavoro , e mi auguro rappresenti  una grande soddisfazione per Ceniti,  credo sia quello di vedere  partecipare agli allenamenti ex detenuti, che a fine detenzione non rinunciano ad un’esperienza che deve essere stata davvero incisiva.

Cito la frase di un detenuto, Mario, che dovrebbe scalfire il cuore anche dei più scettici:  “molti incontrano un bruco e pensano sia un verme, le stesse persone incontrando una farfalla ne decantano le bellissime forme ed i colori originali. Pochi riflettono sul fatto che si tratta dello stesso meraviglioso essere, in diversi stati della vita

Il messaggio che arriva al lettore di questo reportage snello, umile, sincero  e privo di ogni velleità letteraria e’ un pugno nello stomaco. Sferzato a tutti noi,  che per caso, per destino o per fortuna abbiamo la fedina penale intonsa e ci arroghiamo il diritto di puntare il dito e giudicare persone, ancor prima che carcerati, vittime in primis delle loro vite disperate e di una società che non capisce che si fortificherebbe dando fiducia a chi ha sbagliato.

(Recensione di Donata Bina del 25/3/2011)


"Due Maroni Così" di Marco Costa, Altromondo Editore, pagine 102, euro 10,00.

Prologo: una vita,una storia, uno specchio. Un’infanzia come tante,un adolescenza con eccessi che si tramutano in ossessione e una maturità fatta di atti compulsivi bagnati dall'alcool.

Un diario senza inibizioni sul disagio della vita di provincia, quasi uno sfogo addomesticato dove un padre padrone ed una madre depressa vengono raccontati senza meraviglia.
Eppure noi siamo quello che il nostro ambiente familiare plasma, ed ogni disagio, ogni eccesso, ogni problema con l’altro sesso ed ogni ossessione trovano origine da questo imprinting.
Il mondo della performance diventa una gabbia che paralizza l’autore esordiente sin dall’infanzia, vituperato dai compagni di scuola, con il tempo vuoto e sciupato scandito dal  “tik tok”,  un movimento  ossessivo e compulsivo degli arti a palesare uno “smanubriamento mentale”
La vita di Paolo M. (pseudonimo dell'autore) è un travaglio senza fine, la sua scrittura un flusso di coscienza che il titolo sdrammatizza; tanto siamo di fronte alla vita, quella che per molti di noi e’ soprattutto una croce da trascinare.

E poi ancora nevrosi, centri di igiene mentale, violenze, umiliazioni, droghe alcool e delusioni.

Un uomo allo specchio che non si piace, solo e consapevole di esserlo, arroccato nella sua identità a prescindere dalle relazioni.
Manca l'esperienza dello scrittore professionista che segue una scaletta ordinata, pensata per il lettore, perché questo libro e’ una sorta di autoterapia, primo passo per la guarigione di Marco, che non e’ felice, ma ha smesso col tic toc, con l’alcool e porta avanti la sua vita vivendola alla giornata; “di più non posso fare”, in attesa di quell’amore che alcuni suoi compagni dei viaggio hanno incontrato e che lui agogna per dare finalmente un senso alla sua vita.

(Recensione di D.B. 25/3/2011)


Che Guevara, missionario di violenza, di Pedro Corzo, Edizioni Spirali, pagine 337, euro 18,00.

Pedro Corzo è dal 1997 presidente de l’Instituto  de “la Memoria Historica contra el Totalitarismo”.

La verità ha molte facce e più ci si allontana dai fatti più diventa un’opinione;  è sempre stato così  perché l’uomo è un detonatore di stereotipi.L’anatomia di un falso mito destruttura  l’icona di un Guevara occidentalizzato come redentore dell’America Latina ed e’ un’operazione che convince  grazie alle testimonianze di coloro che parteciparono o subirono l’impresa della rivoluzione e ai numerosissimi scritti che il Che ha lasciato.

Il profilo che Pedro Corso tratteggia e che sembra unanimemente emergere è quello di un uomo razzista,  insensibile al dolore altrui, scorretto politicamente,  killer personale e crudele di quello che diverrà l’InFidel  Castro, un macellaio che non credeva in niente e che colleziona fallimenti come Ministro dell’Industria e Presidente del Banco National prima e come comandante nelle spedizioni congolesi e boliviane poi.

Il suo bagno di sangue iniziò –come l’autore spiega con precisi riferimenti storici- con l'assassinio a sangue freddo di Eutimio Guerra, suo fedelissimo, e continua  dopo il trionfo rivoluzionario  quando assume il comando  della fortezza di Cabana, dove la sua celebre frase “ nel dubbio ammazzalo” trova crudele compimento. Centinaia di cubani vengono fucilati  per suo ordine per i motivi più disparati ed i rari processi erano una parodia: “prima lo fucileremo poi gli faremo il processo.”

Alla conferenza Tricontinentale esalta l’odio come fattore di lotta, odio intransigente verso il nemico e che deve spingere l’uomo oltre i limiti trasformandolo in una reale, violenta e fredda macchina per uccidere.Come può essere diventato simbolo della pace e della nonviolenza un assassino spietato con un miscuglio di idee politiche che conglobano maoismo, marxismo, trotzkismo e che hanno avuto come epilogo il disastro che è la Cuba di oggi? La storia della Revolucion è dunque una storia di tradimenti, di sangue, dolore ed angoscia per un intero popolo, un gigantesco crimine mondiale ed una delle più grandi frodi degli ultimi 50 anni. Si pensi che il pacifista Guevara sulla penisola di Guanaha istituisce un campo di concentramento,  dove troveranno la morte 50mila persone, perlopiù ex compagni d’armi che si rifiutavano d’obbedire. L’effetto devastante di un falso mito è il trionfo del marketing di un Che globalizzato, con gadget  a lui dedicati  capaci di recitare motti del tipo  “ nessuno  è libero finchè  anche un solo uomo al mondo sarà in catene”,  e questo  libro straordinario  è dedicato a chi non conosce la verità storica e magari ostenta  l’effigie di uno sconosciuto impressa nel  basco,  nella magliette o in un  tatuaggio.

Impresa donchisciottesca quella di Corzo - le leggende hanno la scorza dura - ma che controcorrente riesce nell’intento di squarciare il velo di un mito che continua a rendere il liberalismo nell’America Latina nient’altro che  un miraggio.

(recensione di Donata Bina 6/2/2011)


Io vi parlo di libertà, di Mikheil Saaksvili con Raphael Glucksmann Edizioni Spirali, pagine 176, euro 18,00.

L’atipico Presidente Georgiano viene intervistato dallo scrittore francese Raphael Glucksmann  e racconta i motivi più intimi e filosofici delle sue lotte e delle sue ambizioni.

Artefice della Rivoluzione delle Rose del 2004, una delle “rivoluzioni colorate” di alcuni stati post-sovietici , attua  con metodi nonviolenti  e di disobbedienza civile un’apertura all’Occidente, fondando  uno Stato di diritto basato sul liberalismo mirato a garantire libertà individuali, politiche, economiche e la promozione della meritocrazia,  principi altamente rivoluzionari quando applicati ad una società di casta come quella georgiana, definita come un curioso miscuglio di statalismo socialista e di clanismo caucasico.

La sua figura è controversa. La Russia lo vede come il nemico pubblico numero uno ed un cadavere politico (tanto da infliggere al Paese l’embargo totale), la borghesia locale come un bolscevico mascherato che  mette in questione le posizioni acquisite, le rendite e le tradizioni,  i Paesi occidentali con misurato e accorto distacco rifiutandone l’ingresso nella Nato. Duce del Caucaso che oscura televisioni, liquida la polizia ed attacca l’Ossezia del Sud o promotore di una Georgia federale cosmopolita che trascenda dai ghetti culturali e dalla corruzione ereditati dal sovietismo?  Un pericoloso irresponsabile o un uomo ingenuo manipolato da Washington?

Lo stesso Presidente ammette l’enorme disillusione all’indomani   della Rivoluzione;  l’attuazione  del suo disegno politico è impraticabile all’interno di  una società  abituata a vivere nella menzogna ed a considerare verità, pace e libertà semplici parole. La corruzione che conosciamo nei paesi occidentali - continua - e’ sì un problema grave, ma rispetto alla loro e’ superficiale.  A sette anni dall’indipendenza la corruzione ha resistito e le abitudini di stampo mafioso sono capillari ed insite nella cultura sociale e politica per una strutturazione criminale della società stessa : lo Stato continua ad essere visto come un problema e non come una soluzione.  

La nostalgia del vecchio regime si palesa al suo Governo che deve temere, e quindi arginare, la volontà del popolo. Ci racconta inoltre dell’odio illimitato di Putin nei suoi confronti,  e lo ricambia spavaldamente descrivendolo subdolo regista  di un’illusione post-storica che porta l’intero Occidente ad ignorare la ripresa di una  Guerra Fredda perpetrata “ da questo attore globale, superpotenza energetica, nucleare e diplomatica “ che continua a considerare la caduta dell’Urss la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. Buona parte dell’intervista  si concentra sulle motivazioni che hanno spinto Saaksvili ad invadere nel 2008 l’Ossezia del sud,  e ci spiega di una Storia alterata venduta dalla Russia al mondo intero attraverso una grande menzogna mediatica.

E’ effettivamente interessante seguire questa articolata e puntigliosa intervista, soprattutto perché  anteriore all’udienza preliminare tenutasi nel dicembre 2010 al Tribunale Internazionale dell’Aja su istanza dell’opposizione laburista e democratica e che lo ritiene responsabile  di genocidio, crimini contro l’umanità ed abuso di sostanze stupefacenti.

(recensione di Donata Bina 6/2/2011)


" Raffinato intellettuale, autore e traduttore di poesia, Ariodante Marianni ha curato vari volumi per gli editori Einaudi, Rizzoli, Mondatori, Guanda, Il Saggiatore, Manni. .
Nel 1962, sulla base di studi giovanili, si riaccostò alla pittura che seguì poi per vent’anni, esibendosi con il nome di Ario.
I monotipi qui esposti, tutti degli anni ’60, opere di assoluta originalità nell’ambito dell’astrattismo romano, nascono, come afferma l’autore, “da riflessioni sul famoso pensiero di Leonardo sulle macchie nei muri, raffrontate ai moderni reattivi mentali di Rorschach e Twitchell-Allen assunti quali primordiali stimoli artistici”.

UN AMORE SENILE e altre spezie. Poesie di un ottuagenario di Ariodante Marianni, Book Editore, pagine 94, euro 12,50.

Ritratto in versi dell’autore che nel declinare dei suoi giorni e’ sorpreso dal miracolo di un nuovo Amore, arrivato come un febbrone infantile, inatteso e violento come un incendio che trasforma il tempo in un nuovo tempo di  trepide attese.

La raccolta di poesie e’ un edificio poetico che richiama costantemente la consapevolezza di vivere in quel crinale così prossimo  alla morte;  eppure  non  riflette rimpianti o malinconia, quella spezia che è  l’Amore riesce nell’impresa di  dare  un senso anche alla vecchiaia.

Poesie brevi,  semplici nella loro impalpabilità’, dove ogni persona innamorata  può’ perdersi o trovarsi  in  parole amorfe che  hanno il senso profondo di non averne alcuno.

Quando si e’ amati lo si e’ senza aggettivi,  si dice Amore, semplicemente ed unicamente Amore, dove la lontananza  non si misura in chilometri, in ore di macchina o di treno,  ma in crampi allo stomaco, fitte al cuore,  bicchieri bevuti ,  saliva amara, notturna insonnia e meridiana sonnolenza.  Eppure, dichiara Marianni, il nostro e’ un amore felice.

Quando amiamo, l’amore  e’ troppo grande per poter essere contenuto dentro di noi e  si irradia verso l’amato scontrandosi con una superficie che l’arresta forzandolo a riabitare la nostra interiorità  e  che noi identifichiamo con i sentimenti dell’altro.  E’ questo che ci strabilia, che ci incanta, quel volo sublime che ci porta alla felicità.

Autore poliedrico, pittore,  traduttore, esponente di spicco dell’astrattismo romano degli anni ’50-’60 e segretario di Ungaretti   ci ha lasciato poesie da vedere, da  annusare e da pensare,  e che riescono ad assemblare tutte quelle espressioni artistiche ed intellettuali che Marianni  nella sua lunga vita ha  sperimentato.

In una sorta di fenomenologia Cartesiana riflette anche sul rapporto tra l’agire ed il caso, dove l’uno non può esistere senza il concorso dell’altro. Solo così la vita può  continuarci a stupire, aldilà della nostra età biologica.

Pur non amando il genere poetico perché   spesso le poesie non sono limpide nemmeno per chi le scrive, ho amato l’emanazione di una dolcezza vivida e speranzosa, la  curiosità e lo stupore accompagnati dal leggiadro disincanto di un uomo innamorato.

(recensione di Donata Bina del 26/1/2011)


La leggenda del Grande Inquisitore, di Fëdor Dostoevskij, con riflessione sul peso della liberta’ di Gherardo Colombo, Salani Editore, pagine 94, euro 10,00.

La Leggenda del Grande Inquisitore  è contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij . Ivan Karamazov, ateo, narra questa leggenda per render comprensibili i suoi dubbi teologici al fratello credente, arrivando  ad affrontare il problema più spinoso che la Chiesa abbia mai dovuto affrontare e che in due  millenni non e’ ancora riuscita a risolvere in maniera convincente.  Unde Malum ? Da dove viene il male, e perché? Come  conciliare la presenza di Dio e  quella del male, quel paradosso che portò il filosofo Leibniz, sconvolto dal devastante terremoto di Lisbona del 1755  al conio del  termine “teodicea”, la branca della filosofia che indagherà il rapporto tra Dio e Giustizia.

Ivan si spinge sino alla più blasfema delle eresie: giudicare il Perfettissimo, del come può un’entità’ divina, onnipotente ed infinitamente buona permettere il male.

Ed ancora,  come mai e’ stata assegnata la facoltà del libero arbitrio all’uomo adulto, condannato a vita a decidere tra il bene ed il male senza averne la capacità?

Ivan Karamazov immagina che, dopo quindici secoli dalla morte di Cristo, quando ormai è rimasta soltanto "la fede in ciò che dice il cuore", egli ritorni, in silenzio, sulla terra e si manifesti operando miracoli proprio nella Spagna dominata dai roghi e dalle persecuzioni fatte in suo nome dalla Santa Inquisizione. Il Grande Inquisitore, imprigionatolo con l'intenzione di bruciarlo come eretico, si reca da lui nella notte, e lo apostrofa lungamente, proprio sul problema del valore della libertà per l'uomo.

La complessa e controversa figura del Grande Inquisitore  accusa Cristo  dell’inopportunità del suo ritorno, destinato a  sovvertire quell’ordine che l’uomo, tramite l’assetto  gerarchico, la mistificazione , la menzogna ed il pane e’ stato costretto ad impiantare per sopperire ad un imperdonabile   errore del Padre, colpevole di avere posto  le sue creature nella disperata condizione di essere libere senza esserne capaci.

Il Grande Inquisitore, in un atto di “infinita pietà” annienta la libertà dell’uomo , al fine di restituirgli quella dignità morale e quella vera libertà che Dio gli ha negato, sollevandolo dall’ assurda tensione alla liberta’ individuale che viene relegata ad una mera ed effimera congettura.

Tematica  di grande attualità’,  basti pensare alle riflessioni del filosofo ebreo Jonas,  che dopo la follia dell’Olocausto ritiene  che l’uomo deve rassegnarsi  ad affermare che l’Onnipotente o  e’ privo di bonta’ o  totalmente incomprensibile ,  proprio alla luce dell’ingovernabilita’ del libero arbitrio.

Come arginare questa facolta’ e’ un dilemma quotidiano, che solleva interrogativi etici su eutanasia, biotecnologie, divorzio, aborto e  laicita’ di uno Stato ancora condizionato dai dogmi di Santa Romana Chiesa.

Tornando al tema del potere e traslandolo alle societa’ evolute  , si puo’  sostenere che in definitiva esso continua a fondare il suo impianto sulla menzogna e sulla mistificazione; certo, sono mutati gli strumenti, molto piu’ subdoli e sofisticati, ma che continuano a perseguire la manipolazione della percezione dell’essere umano.

Un testo appassionante e di snella lettura, rivolto ad ogni essere pensante.

(recensione di Donata Bina 15/1/2011)


Le balle di Darwin, Guida politicamente scorretta al darwinismo e al disegno intelligente di Jonathan Wells, Rubbettino editore, 2009, pp. 267, Euro 16,00.

Se cercate un libro pieno di aneddoti interessanti e discorsi chiari sul dibattito tra darwinismo e disegno intelligente, scritto da un biologo dalle credenziali impeccabili ed oltretutto con uno stile notevole, questo è quello che fa per voi. L’autore non ha avuto vita facile dopo aver scritto queste pagine e, come descritto in vari capitoli, non sono poche le facoltà che hanno avuto seri problemi per aver sposato la tesi del disegno intelligente. L’autore iniziando definendo i termini del dibattito che non poggia esclusivamente sul fatto che ci sia stata o meno un’evoluzione (termine che si è venuto evolvendo anch’esso nel tempo), né sull’età della Terra. Il dibattito, almeno in biologia, verte infatti sulla possibilità che una selezione naturale “spontanea” avvenuta sulla base di modificazioni casuali possa spiegare l’estrema complessità della vita come la conosciamo, oppure se alcuni aspetti di questa possono essere meglio spiegati sulla base di una “origine” intelligente.

Che cos’è quindi il disegno intelligente? Ignorando le proteste di molte voci critiche, Wells ci spiega che non è un argomento a favore dell’ignoranza, né a favore dell’esistenza di Dio, né tantomeno una spiegazione contraria ad ogni forma di evoluzionismo; semplicemente, vi sono alcuni aspetti dell’universo che possono essere meglio spiegati in base ad un origine intelligente. L’autore riporta anche alcuni esempi di tesi ed antitesi che si sono scontrate negli Stati Uniti e che potrebbero farci sorridere se non fossero esemplificativi di un approccio mentale estremamente ristretto che ha però ripercussioni anche sulla vita politica e sociale di quel grande paese. Un giudice della Georgia ha recentemente che il rifiuto ad incoraggiare gli studenti di una scuola a mettere in dubbio l’evoluzionismo è incostituzionale per le motivazioni religiose dei critici di Darwin. Allo stesso modo, Wells riporta di un professore darwinista dell’Ohio che sostiene di essere stato guidato da Dio nella sua crociata volta a cancellare il “creazionismo” dalla scienza.

“Le balle di Darwin” non è sicuramente un libro politicamente corretto né un testo per addetti ai lavori, pur non essendo di facile lettura, ma si lascia consigliare per chiunque voglia capirne di più su un argomento così importante.

(Recensione di Luigi Brunamonti 2/6/2010)


A L'Aquila, la maggioranza sta” di Enzo Cappucci Ed. Arkhé, 2010 Euro 10,00

Un giornalista che lavora in televisione sente il bisogno di scrivere un libro.

Perché da un mezzo moderno, ad alta diffusione e alta penetrazione passare ad un mezzo antico a bassa diffusione e difficile penetrazione in un paese che legge poco?

Perché scrivere è il vero lavoro di un giornalista e per consegnare alla società qualcosa di meno labile e volatile di immagini elettroniche.

Un libro da la possibilità di mettere insieme una quantità di dati molto superiore a quanto possa fare la TV e costituisce un documento storico che può essere consultato in qualsiasi momento senza dover accendere un computer.

“A L'Aquila, la maggioranza sta” è un libro che Enzo Cappucci ha sentito il bisogno di scrivere per fermare nel tempo e mettere insieme testimonianze e dati che non è facile reperire se non sul posto e se non si è giornalista.

La storia che racconta è la realtà di una città in coma farmacologico e che sembra non avere speranze di tornare in vita.

Il libro è aquistabile sul sito http://www.laquilainsieme.it/

(Recensione di David Del Bufalo 7/4/2010)

 


 

Decadence Lounge. Viaggio nei nonluoghi del nostro tempo, di Alessandro Hellmann - Editrice Zona, pagg. 110 Euro 10,00

Dalla quarta di copertina

Un viaggio irresistibile, ironico e commovente attraverso ipermercati e fast food, outlet e centri estetici, villaggi vacanze e multisala, cliniche e aeroporti. Hellmann distilla orrore e tenerezza e scardina il senso comune mettendo a nudo un mondo privo di logica e di bellezza, abitato da maschere che non hanno più nulla di umano.Da “Decadence Lounge” è tratto l’omonimo spettacolo teatrale con Viviana Mattei, per la regia di Fabrizio Matteini (Tam Tam Teatro).
Hellmann è un autore di forte impegno civile, che dà voce a chi non ce l’ha. Qui dice quello che deve dire, in maniera grottesca, su luoghi concepiti non a misura delle persone ma come contenitori commerciali” (Il Secolo XIX)

"Una tragedia travestita da gag” (la Repubblica)

 “Coinvolge, lascia amareggiati e desiderosi di cambiare per tornare alle radici” (Mentelocale.it).

Recensione:

Alessandro Hellmann ci osserva e si osserva con occhi privi di malizia e bisognosi di spiegazioni. Tenta di capire se sono i luoghi ad indurre a comportamenti strani o siamo noi a imporre ai luoghi rituali standard.

Dacadence lounge è un album di fotografie di stati d'animo che si solidificano grazie ad una osservazione ingenua e desiderosa di capire. Un osservatore abituato ad approfondire il contatto umano e la conoscenza rimane colpito dalla impermeabilità delle apparizioni che fotografa. Il percorso appare drammaticamente ripetitivo anche attraversando luoghi distanti nello spazio e nelle tradizioni.
Sembra cercare un senso nei posti sbagliati o trovare qualcosa di sbagliato nei luoghi che attraversa.
Rilegge con occhi nuovi abitudini contemporanee di inconsapevoli attori del teatrino dei consumi.Si aggira come un fantasma in un mondo di automi che non avverte la presenza degli altri.Il bisogno di contatto rimane inespresso come se non potesse essere capito perché non presente negli schemi di comportamento.

La lettura anche disordinata di questo libro ricostruisce una consapevolezza che raramente avvertiamo nel fluire della nostra vita.

Alessandro non esprime giudizi sulle situazioni. Racconta le sue emozioni.

Per informazioni, ordini e (dis)ordini, oltre che in libreria:  http://www.editricezona.it/decadence.htm

(recensione di David Del Bufalo 2/3/2010)

 


Clandestini di Marco Di Domenico. Animali e piante senza permesso di soggiorno. Bollati Boringhieri, pp 206, Euro 16.00

Non è solo attraverso i canali di informazione ma anche e soprattutto per esperienza diretta che si può venire a conoscenza dei cambiamenti più o meno recenti, improvvisi o lenti, eclatanti o silenziosi, nella flora e nella fauna che ci circondano. Specie che un tempo erano considerate esotiche o addirittura ci erano del tutto sconosciute, convivono con noi ormai da anni, basti pensare alla famosa zanzara tigre, giunta dal Sud Est asiatico, alle tartarughe dalle guance rosse sfuggite agli acquari, agli alberi di ailanto che ovunque soppiantano la vegetazione autoctona, solo per fare qualche esempio.

In realtà la dispersione delle specie, ci spiega questo ottimo saggio, è un fenomeno del tutto naturale, che fa parte dell'evoluzione e consente ai viventi di diffondersi e conquistare nuovi habitat, ma anche di sostituire specie meno adattabili e modificare ecosistemi rimasti immutati per tempi immemorabili.

Quanto però di questo fenomeno è dovuto all'uomo? Sono pochi ormai gli esempi di migrazioni spontanee, come è il caso della comparsa dello sciacallo dorato nel Triveneto, ed anche in questi casi spesso è l'uomo ad aver modificato talmente ambiente e fonti alimentari da permettere questo. Per lo più i grandi viaggi delle specie "aliene" da una zona all'altra del pianeta, anche lontanissime, non avvengono più su un tronco alla deriva come i primi semi che conquistavano isole appena emerse all'alba dei tempi: c'è un mezzo di trasporto ben più comodo e confortevole per semi, insetti, virus ed altre creature, ed è l'uomo, che da millenni percorre il globo in lungo e in largo, lo fa sempre più velocemente e febbrilmente, trasportando nelle sentine delle navi, nei containers o anche nelle valige patrimoni genetici "alieni". Altre volte addirittura specie importate volutamente (piante esotiche per giardini, animali da pelliccia...) sfuggono alla cattività e trovano terreno fertile in ambienti e latitudini nuovi per loro.

Esiste un elenco delle 100 specie aliene più pericolose del mondo: quelle che si sono diffuse al di fuori del loro habitat conoscendo una esplosione di popolazione che minaccia le specie indigene, gli ecosistemi e, molto da vicino, l'uomo stesso. Questo libro ce ne presenta alcune, insieme ad altre che non sono nell'elenco ma sono a tutti gli effetti intruse in ambienti impreparati ad accoglierle, e ci fa riflettere molto su quanto certi gesti sconsiderati dell'uomo, anche apparentemente insignificanti come l'immissione di pochi persici del Nilo nel lago Vittoria, abbiano condotto a disastri ecologici di una portata enorme, errori che stiamo già pagando in termini di impoverimento della biodiversità, danni alle economie emergenti, modifiche forse irreparabili dell'ambiente che conosciamo.

(Recensione di Linda Sartini 17/1/2010)


La vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponnat Patrick Lienhardt, Adelphi 2009 , pp. 515  euro 23,00

Affascinante come un bel romanzo e rigoroso quanto deve esserlo un documentato saggio, La vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt (traduzione di Graziella Cillario) è una nuova prova dell’impegno che Adelphi sta mettendo nel pubblicare non solo l’opera omnia dell’autrice - a partire da Il ballo (2005), David Golden e La moglie di don Giovanni (2006), Jezabel e Come le mosche d’autunno (2007), Il calore del sangue e I cani e i lupi (2008) per giungere a I doni della vita (2009) -, dopo il clamoroso successo di Suite francese che nel 2005 divenne il caso letterario dell’anno, già dato alle stampe e pluripremiato in Francia, riscoperto a mezzo secolo di distanza dalla sua scrittura.

Se credevamo, dopo aver letto e recensito queste preziose opere, di conoscere tutto della Némirovsky, dalla sua nascita a Kiev nel 1903, alla morte ad Auschwitz nel 1942, abbiamo dovuto ricrederci, tanto è puntiglioso e accurato il percorso degli autori dentro il viaggio della sua vita, perlustrando le pieghe più nascoste di un animo tanto complesso e contraddittorio come quello dell’eccezionale romanziera. Tanto che persino la “vediamo”, non solo per il ricco corredo fotografico inserito nel saggio, ma anche e soprattutto per la descrizione fisica: «…giovane, sottile, piccola, bruna, tipo spiccatamente ebraico, non bella. Gli occhi neri, velati dalle palpebre pesanti,esprimono solo una sorta di dolcezza maliziosa. I capelli tagliati corti, incollati alla testa, un po’ allungata, ne accentuano la piccolezza. Le labbra carnose si aprono in un sorriso franco. I modi sono di un’eleganza disinvolta, frutto di un’educazione impeccabile». Molto già sapevamo dell’avventura del manoscritto di David Golder – inviato anonimo nel 1929 all’editore Grasset – romanzo che diede la celebrità immediata alla giovanissima autrice, con addirittura trasposizione cinematografica da parte di Du Vivier e teatrale per la regia di Nozière. E ritenevamo quasi storia trita la rocambolesca riscoperta di Suite francese. E invece, no. Molto c’era ancora da conoscere e sapere dell’anima duplice della scrittrice divisa tra l’origine Russa (nazione che aveva dovuto abbandonare dopo la Rivoluzione d’Ottobre, assistendo a pogrom, saccheggi e distruzioni) e l’adorazione per la Francia, sua nuova terra d’elezione. Ebrea di nascita, nei suoi romanzi aveva stigmatizzato i difetti del suo popolo, guadagnandosi la fama di antisemita. I temi forti della sua scrittura vertono, con penna spesso impietosa, a una critica dura nei confronti di Fanny, la bellissima madre, presa solo dagli aspetti fatui della vita e dalla corsa fra le braccia dei suoi amanti. Nemmeno il padre è del tutto risparmiato se lo vediamo nei panni del finanziere spietato David Golder.

L’esilio, il peso che gli ebrei danno al danaro, la passione, l’amore, la vendetta, i sentimenti che abitano la sua scrittura ufficiale, nascono dai minuziosi diari ritrovati che la figlia Dénise (recentemente sentita nella trasmissione radiofonica Farehnait) ha messo a disposizione dei saggisti Philipponnat e Lienhardt che abilmente ci conducono per mano dentro i paradossi e le contraddizioni di un’eccelsa scrittrice, sfuggita adolescente alla rivoluzione bolscevica e incappata poi, col marito Michel Epstein, dentro le maglie tortuose della persecuzione nazista, nonostante si fosse convertita al cattolicesimo nel 1939 (troppo tardi), nonostante fosse protetta dall’aver scritto per testate di destra, addirittura approvata da Robert Brasillach.

Il pregio maggiore del saggio è quello di saperci regalare anche la quotidianità dell’artista, la sua intelligente ironia, il suo amore materno, la sua fedeltà al marito, non solo il suo prodigioso iter dentro il successo letterario e mondano, sapendoci poi malinconicamente accompagnare fino al suo ultimo, fatale viaggio verso il lager della morte, deplorando una Francia che – dopo averla tanto osannata – non aveva voluto proteggerla. Stessa sorte ha subito il marito. Solo le figlie si sono salvate e Dénise, la maggiore, continua a tener alto il ricordo umano e letterario della madre.

(recensione di Grazia Giordani dl 4/10/2209)


Le mie estati letterarie, di Fulvio Tonizza, Marsilio pagg. 173 € 14,00

Esce in questi giorni «Le mie estati letterarie»  una silloge di scritti autobiografici di Fulvio Tomizza (1935-1999), introdotta da Cesare De Michelis che acutamente sottolinea la cura nello scegliere «tra le molte pagine d’occasione che (l’autore, ndr) era venuto accumulando negli anni mentre tornava insistentemente a riflettere sui grandi nodi che avevano segnato la sua esperienza di uomo, di cittadino e di scrittore, alla ricerca di un ‘interiore coerenza che ogni volta sembrava sfuggirgli e di nuovo inseguiva caparbio».

Veri e propri reportage d’anima, questi squarci di vissuto “lungo le tracce della memoria”, ci regalano un toccante affresco del tormentato pensiero dell’istriano di nascita e triestino d’adozione che – a dieci anni dalla morte – non solo viene onorato con una pubblicazione postuma, ma anche e soprattutto da una grande mostra a Trieste, preceduta da quella che si era tenuta , quale propedeutica anteprima, l’anno precedente a Parma, alla presenza della vedova Laura Levi, con partecipazione degli attori Amanda Sandrelli e Blas Rocha Rey che hanno letti brani scelti della vasta opera tomizziana.

«Fulvio Tomizza. Destino di frontiera» è il titolo della mostra triestina, inaugurata il 31 luglio che terrà aperti i battenti fino al 15 settembre, voluta dal Comune e dalla Direzione Area Cultura della città che era diventata la sua seconda patria. Già un pubblico molto folto ha dimostrato interesse per gli itinerari narrativi, per gli aspetti dell’opera di un pluripremiato artista che tanto si era battuto per la pacificazione dei popoli, per il confronto tra culture non sempre facilmente conciliabili in pacifica armonia. Il coordinamento scientifico dei vivaci convegni è affidato ad Elvio Guagnini. La vita e le opere di Tomizza sono sapientemente ricostruite attraverso varie tipologie di materiali, dai manoscritti ai libri, dagli oggetti di scrittura e di svago alle fotografie, quasi tutti di proprietà della famiglia. Alla mostra sono affiancati un calendario di visite guidate con i curatori Gianni Cimador, Marta Angela Agostina Moretto ed Elvio Guagnini e, nella prima metà del mese di settembre, si terrà un ciclo di sette conferenze su molteplici aspetti dell’opera del grande “scrittore di frontiera”.

(recensione di Grazia Giordani dl 15/9/2209)


SE LA POLVERE NON GERMOGLIA, Poesie di Nocolò Sorriga, Ed. UNI Service pagg: 60 € 11,00

"Nuvole straziate si avvolgono
prima del temporale da ogni direzione
soffocano la terra che si apre e prepara
sogni di funghi e fertili profumi."

È l'inizio di "Temporale" l'ultima delle 35 poesie pubblicate in questo libro di un giovane poeta, Nicolò Sorriga (che abbiamo la fortuna di avere tra le nostre firme). Impossibile non rimanere toccati nella lettura dei suoi versi che hanno la modernità di un giovane d'oggi e la meticolosa ricerca espressiva di un'arte, la poesia, che non ha tempo, non ha età.

Emerge chiaramente la maledizione della Beat generation americana, paradossalmente non dissimile da quella sovietica, in cui punte di ironia spiccano dal senso di infinito con cui il mondo ci circonda. Sorriga nella sua città vede le stesse cose che vedono tutti ma a cui nessuno fa più caso, la cenere di una sigaretta che cade sull'asfalto, il tramonto consueto e puntuale come l'alba, la "violenta rincorsa ai piedi del tempo dove solo un furfante si salverà".

Un modo per riflettere su quanto è intorno a noi, su quel che in noi aleggia, una lettura che è una danza per lo spirito, a volte non facilmente comprensibile all'intelletto ma raccolta prontamente dall'animo.

Certo è che in questo mondo, in questa società scrivere poesie può sembrare anacronistico, presi come siamo dal soddisfacimento delle nostre necessità, dalla risoluzione dei nostri problemi, delle angosce di un domani mai certo, ma i poeti guardano avanti, se veri artisti, sanno interpretare il presente e dipingere il futuro, quasi una premonizione di una cosa che non c'è ma che sarà.

I nostri complimenti per il coraggio e per lo stupore che ha saputo procurarci.

(recensione di Budirami del 14/5/09)


UNA VITA BIPOLARE Oltre i confini della normalità di Marya Hornbacher Corbaccio, Milano, 2008, pagg. 343, € 18,60

Quando Marya Hornbacher pubblicò il suo primo libro, Sprecata: autobiografia di un’anoressica bulimica che è tornata alla vita, non conosceva ancora la causa profonda della sua infelicità. Poi, a 24 anni, le fu diagnosticata una forma grave di disturbo bipolare, una malattia seria e invalidante. Chi soffre di questa condizione affronta fasi di profonda depressione alternate a fasi maniacali caratterizzate da un eccesso di euforia.

L’autrice ha sperimentato sulla sua pelle che cosa significa esserne affetta e, con lo stile che la caratterizza, ci porta con sé sulle montagne russe della sua vita, raccontandoci le sua struggente esperienza.

Attraverso immagini di straordinaria potenza viscerale ed emotiva, ci conduce dentro i suoi disperati tentativi di contenere oscillazioni d’umore che la fanno sbandare violentemente – digiuno autoimposto, abuso di farmaci e droghe, sesso per intontirsi – sullo sfondo di un’esclusiva scuola d’arte della San Francisco chic nel suo periodo più brillante e, soprattutto, di innumerevoli reparti psichiatrici.

Il fulcro di questo diario coraggioso è la battaglia che la Hornbacher combatte per trovare una via d’uscita da una pazzia che la distrugge, e per riuscire, nonostante tutto, a vivere una vita e un matrimonio difficili, ma talora bellissimi.

(28/4/2209)


FANTASMI Dispacci dalla Cambogia di Tiziano Terzani Longanesi, 2008 pp. 367 € 18,60

È stato un grande giornalista, uno straordinario e acuto corrispondente, che ci ha raccontato con sincerità, perspicacia e grande amore paesi lontani. È stato soprattutto una bella persona, Tiziano Terzani, di quelle che si incontrano poche volte nella vita. Si “incontra”, sì, perché tramite i suoi libri si ha la sensazione di diventargli amico, di entrare nelle sue emozioni e nelle sue passioni, di condividerle con lui. Chi ha imparato a conoscerlo tardi, dalla sua ultima “corrispondenza”, “Un altro giro di giostra”, ha imparato ad amarlo e a rispettarlo, nel suo abbastanza breve percorso verso la morte, nel suo volerci quasi fare accettare la fine, così come l’ha accettata ed elaborata lui. Questo libro postumo, curato da Angela, la sua compagna, anche lei imparata ad amare attraverso le parole di Tiziano (viene da chiamarlo amichevolmente e affettuosamente per nome), è una raccolta delle sue testimonianze dalla Cambogia, prima durante e dopo il tragico regime di Pol Pot. Dai frammenti, perché questo sono, i vari articoli con i quali ha narrato ciò che era impossibile narrare, ci dà la possibilità di capire quello che è successo in quello sfortunato Paese, senza preconcetti, ma contemporaneamente con grande passione politica, là dove questo termine, oggi involgarito, vive nella sua più alta espressione: l’interesse comune, l’amore laico per gli altri, la “pietas”… Basti per tutte una foto nella quale Tiziano porta in braccio una ragazza morente trovata nella foresta per portarla in un camion della Croce Rossa. Nel suo viso c’è dolore, ma non per i pochi; si tratta di un dolore cosmico, il dolore per una umanità che continua a farsi del male. Non c’è mai ipocrisia, nelle sue parole, mai banale “buonismo”, ma solo l’antica, maestosa, fragrante “pietas” latina. È un libro che ci restituisce un’epoca, con le sue contraddizioni e i suoi dilemmi, ancora non risolti: Davide contro Golia: Stati Uniti, Repubblica Popolare Cinese, Unione Sovietica, Repubblica Popolare e Democratica del Vietnam, Tailandia, Laos… e la piccola, torturata Cambogia, dove lo scontro di interessi internazionali e la crudeltà efferata di un dittatore folle (di cui però Tiziano dà le motivazioni, se non le ragioni), riconosciuto dall’ONU, hanno causato la morte di almeno quattro milioni di esseri umani, comprese donne e bambini. Grazie, Tiziano. Ovunque tu sia, grazie. Leggerti fa bene.

(recensione di Paolo Modugno 4/2/09)


È SEMPRE NOTTE di Fabrizio Sparaco Bononia University Press, 2008 pp. 149 € 15,00

Lo confesso: non sono sportivo, non ne capisco niente, non so praticare nessuno sport, e, per di più, ho l’impressione che si tratti di un business non sempre pulito (vedi caso Moggi) e intriso di facili soldi (vedi Kakà); insomma, forse ho un rigurgito calvinista, è troppo spesso immorale. E, tra tutti gli sport, quello che proprio aborro, è la boxe: sudore e sangue, violenza gratuita. Insomma, ero proprio inadatto a recensire questo libro. Ma… C’è sempre un “ma”. Intanto, dopo averlo affrontato, lo ammetto, con fatica, non sono più stato capace di abbandonarlo. È una narrazione fluida e avvincente, che non fa allontanare il lettore. Ho trovato, in questa vicenda di un pugile che emigra negli Stati Uniti, sulla scia di Primo Carnera e di Tiberio Mitri, la conferma che l’odore dei soldi supera spesso quelli del sangue e del sudore. Ho capito, però, che può esserci una passione genuina e “pulita”. Il personaggio del Crudo, il protagonista, è ricco e tratteggiato con molte sfumature, e ci si appassiona alle sue vicende, nelle quali, come al solito, entra la mafia, nostro incrollabile prodotto di esportazione negli USA. Un libro breve, ma che ti resta dentro, anche se sei impermeabile alle passioni sportive, come il sottoscritto.

(recensione di Paolo Modugno. 4/2/09)


Marco Innocenti, nato a Milano, giornalista, è editorialista e articolista del «Sole 24 Ore». Studioso di attualità politica internazionale e di storia contemporanea, ha pubblicato con Mursia molti titoli sull'Italia del Ventennio. Si è occupato di biografie nei saggi: Le signore del fascismo (2001), Edda contro Claretta (2003) e Sognando Meazza (2006). Con Enrica Roddolo ha pubblicato Belle da morire (2002) e Fascino (2004); con Laura Levi Manfredini Le Stelle di Parigi (2005) e Gli anni folli (2007)

QUANDO IL CALCIO CI PIACEVA PIU' DELLE RAGAZZE, di Marco Innocenti, Mursia Editore, pagg. 250 € 18,00

Sarà perché gli anni passano veloci e chi vi scrive, seppur ragazzo adolescente, molte delle vicende narrate e dei personaggi raccontati li ha conosciuti ed in qualche misura intensamente partecipati, fatto sta che questo libro di Marco Innocenti, devo riconoscere, è di quelli che lasciano il segno…

Con stile asciutto, privo di fronzoli, eppure incisivo ed accattivante, Innocenti, editorialista del “Sole 24 ore”, traccia diciotto profili di personaggi, squadre ed eventi che hanno contraddistinto la storia calcistica degli anni sessanta, vicende umane commoventi e gesta sportive epiche. Da Armando Picchi ad Herrera, da Rocco a Scopigno, da Lo Bello a George Best, ecc….

Come sempre in questi casi la selezione e le scelte dell’autore possono non essere sempre condivisibili; qualcuno potrebbe dire che manca quel personaggio o quella storia fantastica… In verità la selezione di Innocenti mi sembra comunque azzeccata ed in larga misura condivisibile.

Nelle storie dei  personaggi si ritrova lo spaccato di un’epoca in cui il calcio stava ormai assumendo una dimensione importante nella società; con il professionismo spinto e la televisione (a proposito di Nicolò Carosio non manca un toccante ritratto), da fenomeno domestico il calcio, sempre in quegli anni, è diventato un evento internazionale e globale.

Sono gli anni in Italia del boom economico, della crescita del tenore di vita generalizzato, dell’ottimismo sfrenato  e della voglia di fare che sembra trovare una sorta di inevitabile sbocco nel calcio, nei primi successi delle squadre italiane di club nella Coppa dei Campioni e nella Coppa Intercontinentale grazie alla grande Inter di Helenio Herrera ed al Milan di Rocco, Altafini e Rivera, in barba al grande Real Madrid ed al Benfica di Eusebio

E poi, gli azzurri: nell’epoca dei Bobby Charton e dei Pelè, la nostra nazionale da all’Italia il titolo di campione d’Europa e quello di vice campione del mondo. All’incredibile semifinale Italia-Germania 4 a 3 a Città del Messico, a ben vedere, si può attribuire una sorta di  valore simbolico, come suggello di un decennio straordinario di successi e di grandi personaggi ormai finito; ed insieme ad esso, si chiude una stagione di entusiastica, incondizionata fiducia nel futuro e nel prossimo; un’ inconscia dose di ingenuità lascia il posto alle preoccupazioni di un domani  che si prennuncia complesso e  ricco di difficoltà. Tutto questo e tanto altro nel bel libro di Marco Innocenti.

(Recensione di Giorgio Gobbo 3/1/09)


  

Pagine di libri è una iniziativa editoriale indipendente fondata nel mese di ottobre 2007 e curata da Maurizio Amici e Luigi Brunamonti.

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