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ultimo aggiornamento domenica mercoledì 20 luglio 2011
 


 

 

In questa pagina trovate recensioni di:

IL PADRONE DELLE ONDE
di Mario Dentone

UNDICI LETTERE ALL’AMMIRAGLIO
Raphael Semmes, il falco degli oceani.
Di Donatello Bellomo

La mia follia mi ha salvato
di Thomas Szasz

Lezioni di streap-tease
di John O'Brein

Gli eserciti di Dio
di Rodney Stark

L’isola dei pirati
di Michael Crichton

Il gioco beffardo del destino”
di Arianna e Selena Mannella

Ante actium, il destino di un guerriero
di Fabio Sorrentino

Sette modi e mezzo per morire,
di Umberto Marongiu

Il castello dell'acqua
di Leonardo Franchini

La rizzagliata
di Andrea Camilleri

 

Il codice del silenzio
di Barry Eisler

Qui muore Puccini
di Stefano Cecchia

La moresca e la pantera
di Emilio Sarli

Solo la penombra
di Carlo D’Alessio

Lezione di nuoto,
di Valentina Fortichiari

La storia obliqua,
di Giuseppe Tramontana

La finestra dei Rouet
di Georges Simenon

Commissario Livia
di Silvestra Sorbera

La bussola di Noè
di Anne Tylerm

L’ombra del leone
di Steve Berry

Attacco dal mare,
di Ted Bell

Celeste Aida. Una storia siciliana
di Marinella Fiume

Dentro la foresta
di Roddy Doyle

La quinta donna
di Henning Mankell

Il tredicesimo petalo
di Luca Trugenberger

Anelli di fumo
di Ario Gnudi

Nonsolomamma
di Claudia De Lillo

Estasi culinarie,
di Muriel Barbery

 


In archivio trovate:

Hawaladar,
di Decimo Alcatraz

Allah non è mica obbligato,
di Ahmadou Kourouma

La mia casa di campagna
di Giovanni Comisso

Per esclusione,
di Andrea Novelli e Giampaolo Zarini

Il manoscritto di Dio,
di Michael Cordy

SPY,
di Ted Bell

Rendez-vous
di Christine Angot

Mare Notte,
di Donatello Bellomo

Navi, puttane e lettere da casa,
di Fabrizio Pitton

Inferno,
di Gianfranco Marziano

Genesi oltre la luce,
di Mario Cambi

Non vogliamo male a nessuno
AA.VV.

La ragazza dei corpi,
di Chelsea Cain

La lista di Carbone,
di Christiana Ruggeri

Tsotsi
di Athol Fugard

Ultimi frammenti di un lungo viaggio
di Christiane Singer

La somma dei giorni
di Isabel Allende

Dietro quel delitto
di Ian Rankin

Il venditore di armi,
di Hugh Laurie

Il giovane Tiziano di Michele Leoni

Morte tra le rovine
di Carlo Bui

La Grammatica di Dio,
di Stefano Benni

LADRI DEL PARADISO
di Richard Doetsch

NIENTE BACI ALLA FRANCESE
di Paolo Reversi

SCACCO MATTO
di Jostein Gaarde
r

IL LIBRO DEL FATO
di Brad Meltzer

GIU' LE MANI!
di Giuseppe Maiolo

L’AUTOBUS DEL BRIVIDO 4
di Paul Van Loon

QUANDO BABBO DIVENTO’ NATALE
di Andrea Valente

LA FONDAZIONE BANCROFT
di Robert Ludlum

MARUZZA MUSIMECI,
di Andrea Camilleri

INKIOSTRIK
di Ursel Scheffler

LA REGOLA DEL SOSPETTO
di Mark Billingham

NEXT
di Michael Cricthon

DANNY L'ELETTO
di Chain Potok

SPECIALE


Stefano dell'Orco, un bravissimo montatore TV ci parla del suo lavoro in uno "speciale" di Maurizio Amici sul montaggio televisivo

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Nella sezione Archivi troverete l'elenco completo, mese per mese dei libri che abbiamo recensito, le notizie degli editori, le interviste con gli autori


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IL PADRONE DELLE ONDE, di Mario Dentone,  Mursia Editore, pagine 329, euro 18,00.

Vincitore della seconda edizione del premio Marincovich, sezione narrativa di mare con la seguente motivazione “Dalla piccola storia di un giovane zavorratore di Moneglia Mario Dentone ha scritto un romanzo storico, ricostruendo con dovizia di dettagli l’aria che si poteva respirare in quello spicchio di mare nell’800. Dalla vita degli spaccapietre a quella del porto di Genova. Dalla generosità allo spirito di accoglienza. Dalla voglia di crescere al coraggio di affrontare e sconfiggere i pirati, per poi sentirsi pronto ad affrontare il grande mare, con viaggi sempre più lunghi su barche sempre più grandi da parte di Giuseppe Vallaro detto Geppin, classe 1804”.

E’ un libro da leggere sugli scogli in solitudine,  come alcuni piatti di mare da assaporare in loco per comprenderne dappieno la loro squisitezza. L’autore racconta  Il  mare alla stregua di una seduttiva  pagina bianca sempre da riscrivere,  come l’onda che cancella l’impronta sulla battigia.
Una vera simbiosi tra uomo e mare, che ci rimanda a tempi dove gli anziani rappresentavano l’autentico sapere ,  quel  Vangelo da tramandare come il più grande dei tesori,  e dove ogni capace marinaio apprendeva il mestiere grazie ad un mentore,  cui umilmente si sottoponeva per imparare  quella “scuola di mare”  che non si studia  sui libri ma solo attraverso il sudore, l’acqua che ti schiaffa la faccia, lo sforzo fisico e la solitudine.

Geppin e’ un grande uomo di mare realmente esistito,  poche sono le tracce che ci sono pervenute. Tuttavia  Dentone trae spunto da una scarna biografia per ridargli vita, splendore, ed un alone di  eternità.

Il romanzo e’ epico ed enciclopedico, storico ed avventuroso,  e ci rivela la splendida natura contadina e marinara del popolo di Moneglia.  Da bambino Geppin imparò a nuotare prima ancora di camminare, si spaccò la schiena come aiuto zavorratore del padre, che bestemmiava  per quello stesso dolore un  Dio invece invocato dalla moglie,  vedova di un uomo vivo ma sempre per mare, un mare che riduce la vita familiare ad un ricordo silenzioso. Si parte,  ma partire non  significa necessariamente arrivare perché il  mare vince sempre.
Rivolgendosi al nipote, l’anziano nonno amava ripetere  come una litania il suo dogma :“Se non vuoi passare per stupidone del tempo non fare mai la previsione”.  Insegnò a Geppin  a baciare o a maledire il mare, ad amarne i pesci, i frutti le conchiglie e le alghe “che’ del mare non si butta nulla”, poi gli spiegò scirocco e libeccio, mezzogiorno e tramontana,  grecale e maestrale,  venti mai uguali nemmeno a sé stessi, con  rumori, colori e odori  sempre diversi che possono portare  tempeste paurose con  la morte così vicina da udirne il bisbiglio: “Vieni a me,  che e’ la volta buona”;  poi  magari tutto si quieta e ti asciuga un sole che bruciandoti  la carne e ti solleva con un “ No, non oggi, sarà per la prossima volta”.

“Quanto pane devo ancora mangiare per dare del tu al mare” si ripeteva  Geppin . Il mare non si comanda perché  e’ una droga beffarda;  più ne vedi più ne vorresti, ed il mare più bello e’ quello che non hai ancora navigato.
Geppin visse la sua vita come un continuo riscatto.  Riuscì’ caparbiamente ad imparare a leggere, contrastò la miseria sfamando  la sua numerosa famiglia  e venne premiato dal suo precettore che gli intestò tre leudi poi barattati con una vecchia tartana che ristrutturò  fino a “farla sembrare nuova” ed esibita ai suoi compaesani prima di capitanarla verso quegli agognati  orizzonti che non finiscono mai.  Perché l’’orizzonte e’ davvero una parola e nulla più. L’orizzonte non esiste:  lo vedi  ma non lo raggiungerai mai.
Ma per il grande Geppin fu la più magica delle utopie,  così potente e fortemente sognata da sfiorarne il compimento,  a coronamento del motto “volere e’ potere” a lui tanto caro e che ne fece  l’uomo che rivive nelle pagine di questo splendido romanzo

(20/7/2011)


Donatello Bellomo, caposervizio alla Cultura e Spettacoli del quotidiano «L'Arena» e storico della navigazione, è vicepresidente dell'associazione Vedetta sul Mediterraneo di Giovinazzo, è membro della Nautical Historical Society e collabora con prestigiose riviste nautiche. Suona il sax tenore e, appena può, va a vela. Ha pubblicato due volumi di racconti, Sextet. Sei racconti americani e Il posto di mezzo, e i romanzi La notte in cui le farfalle volarono indietro (1993), L'uomo che cavalcava un sogno (1997), La settima onda (Premio Tuscania, Libro dell'Estate 1999; Premio Gaeta 1999 per la narrativa d'avventura), L'ultima notte sul Normandie (2001), Prigionieri dell'oceano. La tragedia del Laconia (2002). Con Mursia ha pubblicato L'uomo del cargo e La donna della tempesta, finalisti al Premio Sanremo 2005 e 2006.

UNDICI LETTERE ALL’AMMIRAGLIO - Raphael Semmes,  il falco degli oceani. Di Donatello Bellomo, Edizioni Mursia, pagine 436, euro 18,00.

Per  introdurre il lettore in questa bellissima ed appassionante storia basata su una solida documentazione storica e marinara, trascrivo l’epitaffio di un fulgido eroe, un vero Garibaldi d'oltre oceano.

“A sempiterna memoria di Raphael  Semmes
scrittore, diplomatico, giornalista, giurista e docente
soldato e straordinario marinaio,
ma soprattutto e sempre,  gentiluomo
uno dei più grandi eroi della storia navale
nato a Charles Country,  Maryland il 27 settembre 1809
morto a Point Clair, Alabama, il 30 agosto 1877.
Il marinaio e’ a casa, e’ tornato dal mare e riposa
nella terra che ha amato tanto.”

Il 12 aprile 1861 con l’attacco dei confederati a Port Sumter nella Carolina del Sud si apriva la guerra civile americana che per quattro anni avrebbe opposto sul terreno e sui mari le truppe di Lincoln a quelli degli stati secessionisti.

Ammiraglio della flotta confederata, Semmes divenne famoso per i suoi innumerevoli successi a danno della flotta dell'Unione al comando del corsaro Sumter:  distrusse durante sei mesi del 1861 diciotto navi; l'anno successivo, al comando dell' Alabama iniziò la crociera più vittoriosa di tutti i tempi, dal Cile alla Malacca, da Singapore sino all’India,  catturò sessantanove imbarcazioni ed inflisse uno tale scacco al commercio marittimo degli Stati Uniti che non fu più recuperato. Dopo che l'Alabama fu affondato al largo delle coste francesi dal Kearsage nel 1864 fuggì in Inghilterra per poi tornare in Virginia, dove fu impegnato nella difesa di Richmond.

La guerra era perduta, ma uomini come Semmes hanno dimostrato che si possono deporre le armi senza sentirsi sconfitti, un romantico patriota che ha catturato duemila prigionieri e non ne ha ucciso nessuno. Un uomo che ha sempre sostenuto che il migliore degli amici e degli ufficiali sono coloro che sanno darti torto.

In questo contesto storico si intreccia una struggente ed infelice storia d’amore. Siamo nel febbraio 1870. Miss Louise Tremlett ha 37 anni,  e’ una ricca possidente inglese, buone scuole, lezioni di musica ed austera tradizione;  le poche  e garbate intemperanze venivano attribuite al sangue irlandese materno. L’incontro a Cape Town con l’ammiraglio Raphael stravolse la vita di questa bellissima donna dagli occhi color cobalto.

Nonostante 35 gradi a bordo dello yawl sentì’ un brivido alla vista dei cannoni neri, delle armi da fuoco, delle sciabole sulle rastrelliere, dei barili di polvere da sparo. L’ammiraglio che odorava di un profumo amaro e speziato  la condusse  con piglio sicuro nell’angolo più riparato del suo alloggiamento, dove ticchettavano  60 cronometri da marina, tutti sincronizzati sulla stressa ora. Eccetto uno. “Questa e’ l’ora di Mobile, dov’e’ la mia casa”.

Furono subito vertigini, calore e tremolio di una donna innamorata di un uomo che ha fatto impallidire tutti i giorni vissuti prima del magico valzer di quella notte e che li legherà per sempre anche nella lontananza e nel silenzio di lui, che, all’improvviso, cessa di contattarla. Lei continua a scrivere bellissime lettere d’amore e condivisione ma che non spedisce, alienata da un amore così grande che si cementa all’ombra di un grande sogno. “Quando smetto di fidarmi dei pensieri inizio a fidarmi del cuore”.

Una rovinosa caduta da cavallo mette in pericolo la vita di Louise, che al suo capezzale convoca un notaio cui affidare le sue volontà : far pervenire all’ammiraglio Semmes un misterioso plico con dei curiosi nastri di velluto blu alle estremità.

Per la missione vengono assoldati una liceale ed un pittore che da Amburgo partono alla volta di un viaggio rocambolesco  per raggiungere Mobile e consegnare personalmente il pacco al destinatario. Accompagnati da un mezzo sangue pellerossa incontrano disertori, banditi, reduci di un esercito che non esiste più  e portano a termine una missione studiata nei minimi dettagli , dove i personaggi coinvolti sono legati da un fil rouge il lettore scoprirà  lettura facendo.

L’autore ci fa respirare la crosta di sangue, carne ed ossa dei campi di battaglia, ci fa salire a bordo delle navi da guerra sudiste pregne di  odore di corda bagnata, di polvere da sparo, sale e sudore e ci fa spaventare o innamorare dei mari ostili ed in tempesta, quelli capaci poi di declinare nella quiete di un sole che esalta il glauco ed il lapislazzulo dell’oceano, od ancora di una luna così grande che pare cadere nel baluginio delle stelle.

Le acque della Manica hanno protetto l’Alabama sino al 1984; le cabine pressocchè intatte.

L’incisione “Aide toi et Dieu  t’aidera” risplende ancora negli abissi, anch’essa a sempiterna memoria.

(Recensione D.B. 1/5/2011)


LA MIA FOLLIA MI HA SALVATO, di Thomas Szasz  a cura di Sabrina Petrilli. Edizioni Spirali, pagine 278, euro 20,00.

Thomas Szasz  (noto in tutto il mondo per il celeberrimo libro ”Il mito della malattia mentale") racconta analiticamente e patologicamente la vita di Virginia Woolf, dall'infanzia fino al tragico epilogo.  Della scrittrice inglese egli indaga scorrevolmente e con un linguaggio comprensibile i rapporti che ebbe con il padre, gli amici, i personaggi dell'eclettico Circolo di Bloomsbury , ma soprattutto con il marito Leonard, che inficiò e stimolò il folle genio della moglie.

Proprio di Leonard Woolf sono esaminati e descritti nei minimi dettagli il carattere, il modo di "sentirsi ebreo", l'attività editoriale (pubblicò le opere della moglie e divenne editore ufficiale di Sigmund Freud), la "filosofia", le aspirazioni, le idee sociali e politiche, le idiosincrasie, l'ossessiva e ossessionante dedizione alla moglie.
Il rapporto con quest'uomo ebbe un ruolo determinante in tutte le scelte di Virginia, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze, nella sua scrittura,  nel modo ambiguo di vivere la propria "follia" e nelle relazioni con coloro che ebbero l'incarico di gestirla. Psichiatri compresi.

Autrice instancabile, la Woolf rivoluzionò la scrittura romanzesca  per sperimentarne una quasi  filmica, scandita da quel tempo che per i modernisti discepoli di Bergson perde la sua misura assoluta e conta solo come tempo percepito dalla coscienza,  in un flusso vitale che condusse lei ed altri grandi scrittori post vittoriani ad un diverso “stare”al mondo,  il nuovo mondo cambiato da quella velocità che Marinetti rappresentò per sempre grazie al suo Manifesto.

Virginia Woolf,  ne e’ certo Szazs,  non era una vittima della malattia mentale e del marito, come spesso sostengono le biografie a lei dedicate,  bensì dei suoi innumerevoli ed incomunicabili Io;  appunto dal quel flusso di coscienza che ne fece la scrittrice più rivoluzionaria e tormentata  del secolo scorso. Non era semplicemente folle, vale a dire "posseduta dalla follia", ma "possedeva la sua follia".

Szasz pensa che ella non si uccise a causa della depressione e dei disturbi maniacali compulsivi, ma solo perché voleva scientemente mettere fine alla sua vita: era stanca e delusa da un mondo scivolato nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
L'obiettivo dell’autore  è quello di esaminare come i coniugi Woolf  abbiano usato l'idea della follia per gestire e manipolare a vicenda le loro vite.  Il ritratto che arriva al lettore e’ quello di due consumati ed abilissimi imprenditori, che dispiegano o ammainano il fantasma della malattia mentale  a proprio uso e consumo.

Un romanzo?  Proprio così, un romanzo che non è racconto di fantasia, ma l'affascinante ricostruzione della storia più intima di una vera outsider, una donna  dal volto da cameo vittoriano ma pieno di luce ed emanazione, dotata di  ironia ed intelligenza straordinarie. Eppure malata.

(recensione di Donata Bina 20/4/2011)


LEZIONI DI STRIP-TEASE John O’Brien,  Editore Minimum fax, pagine 212, euro 13,50.

Raramente il titolo e’ così’ fuorviante;   chi legge questo libro entra in un apologo  crudo e deprimente di  un’esistenza   vissuta in bilico ed in totale solitudine.

Carrol e’ un uomo ancora giovane,  esageratamente metodico, recluso nella sua prigione di succo di mela frizzante, frustrato archivista di uno studio legale  incattivito verso la società  del benessere e del profitto  che rappresenta il lato oscuro dell’America , sogno infranto da  città create dall’uomo ma non a misura d’uomo e già’ rappresentate da O’ Brien   in “Via da Las Vegas”  , best- seller  da cui venne tratto l’omonimo film che valse l’Oscar a Nicolas Cage.                                  

Il mondo sobbolle fino a diventare un ronzio sullo sfondo di un appartamento fetido condiviso con un ventilatore a pala amato come un fratello,  un  televisore sempre acceso ed un letto che e’ un preludio alla tomba.  Carrol scribacchia ovunque,  la scrittura diventa un sostituto della parola e l’unico modo per far rimbalzare i pensieri fuori dal cervello.

La solitudine diventa il campo da gioco di Satana,  che lo porterà a frequentare uno squallido locale animato da spogliarelliste di ultim’ordine che per pochi dollari si concedono in sgabuzzini adiacenti . Per chi è così distorto dalla solitudine  anche il rumore condiviso  e’ una consolazione, un modo per ingoiare un’altra giornata.  E’ qui che  conosce  Stevie , altra emarginata con cui  instaura un timido dialogare nei “privè” e  dove l’erezione è subordinata all’ascolto. Se ne innamora –ovvio- ma  di un amore che lo frustra  in quella  dignità  mai raggiunta  e  che purtroppo  per la prima volta intravede.  Il non essere ricambiato lo scaraventa in un’infelicità’ totalizzante.

ll libro e’ un singulto,  un susseguirsi di appunti  in  un lucido diario che  assume una valenza  autobiografica : O’ Brien  si suiciderà poco dopo, ad appena 34 anni .

Ci vuole un gran coraggio a togliersi la vita;  solo un briciolo per leggere Lezioni di Strip Tease.

(Recensione di Donata Bina 30/1/2011)


Gli eserciti di Dio di Rodney Stark, Lindau editore, 2010, pp. 363, Euro 24.50

Sono molto pochi quelli che hanno scritto bene delle Crociate. I più pensano infatti che si tratti di una indelebile macchia nella storia della Cristianità, macchia che non potrà mai essere lavata. Nel 1999 cadde il 900° anniversario della conquista di Gerusalemme da parte dei Soldati di Dio e il New York Times paragonò le Crociate ai crimini di Hitler. Nello stesso anno centinaia di protestanti attraversò in pellegrinaggio la Terra Santa indossando delle T-shirt che riportavano la scritta “Mi dispiace” in arabo. L’immagine negativa delle Crociate iniziò con l’Illuminismo circa 300 anni fa grazie ad alcuni studiosi secondo i quali queste imprese venivano intraprese solo per avidità, sete di potere e di ricchezza e per costringere le popolazioni locali alla conversione.  In questa visione, venivano contrapposti cristiani barbari e assetati di sangue a mussulmani amanti della pace, mentre Voltaire definì le crociate come: “una furia epidemica che si protrasse per 200 anni e che venne segnata per sempre da ogni forma di crudeltà, di perfidia e di follia di cui la natura umana fosse capace”. Ma dalle ricerche di Stark emerge invece un quadro molto diverso da cui si evince che quasi nulla di tutto questo risponda alla realtà. Secondo l’autore, infatti, le crociate furono principalmente una reazione ad una serie di provocazioni e di massacri e il sogno di quasi tutti i crociati era realmente quello di liberare la Terra Santa dall’oppressione mussulmana e di proteggere i pellegrini che vi si recavano. Che tutto questo non sia solo un interpretazione personale viene dimostrato nelle prima parte del volume in cui si ripercorrono 600 anni di storia mussulmana e delle loro conquiste nel Medio oriente, in Nord Africa e nell’Europa Meridionale. Un volume sicuramente da consigliare a chi voglia ricostruire un epoca in cui odio e rivalità avevano spiegazioni molto più “semplici”, ma che in epoca recente sono state evidentemente strumentalizzate ad arte per infiammare ulteriormente gli animi, sempre che ce ne fosse bisogno…

(Recensione di Luigi Brunamonti 2/6/2010)


L’isola dei pirati di Michael Crichton Garzanti editore, 2009,  pp.332, Euro 18,60.

Da uno degli autori più letti di sempre ci giunge questa irresistibile avventura ambientata tra i pirati del Nuovo Mondo. Ambientata nei Caraibi, e più precisamente nella remota colonia inglese di Port Royal, è una classica ed irresistibile avventura a base di tesori e tradimenti nello sfondo dell’antagonismo tra Spagna ed Inghilterra. Il protagonista principale è il capitano Charles Hunter, sempre a caccia d’oro in un ambiente in cui il prezioso elemento la fa da padrone e d’oro ce n’è veramente tanto nelle stive del galeone El Trinidad, ormeggiato per riparazioni in un porto apparentemente imprendibile sotto il controllo del sanguinario Cazalla. Il progetto di Hunter è quello di impossessarsi del galeone alla guida di una ciurma di uomini fidati che per lui sono pronti a correre i rischi più grandi, ad affrontare una giungla inestricabile, a scalare un altissimo costone roccioso e a prendere d’assalto il forte che domina il porto. L’Isola dei pirati è sicuramente tra le opere migliori di Cricthon, in grado di calare il lettore in un atmosfera fatta di azione senza sosta, pericoli d’ogni sorta e una suspense che vi accompagnerà dalla prima all’ultima pagina.

(Recensione di Luigi Brunamonti 2/6/2010)


Il gioco beffardo del destino” di Arianna e Selena Mannella - Edizioni Albatros-235 pagine- 10euro.

Ci sono giorni in cui i progetti  per cui abbiamo tanto lavorato vanno a buon fine, ciò che ci siamo prefissati da tempo diventa finalmente un traguardo raggiunto, un successo di cui essere orgogliosi, succede così anche ad Andrea, protagonista della storia.

Ci sono altri giorni invece, in cui ogni cosa sembra prendere il verso sbagliato e anche il più piccolo dei programmi salta per un inconveniente, un nonnulla, anche questo è successo ad Andrea, perché è uno come tanti, che si destreggia tra le numerose incombenze della vita.

Un giorno però tutto questo cambierà per sempre, niente più progetti, più successi, più sicurezze, né certezze…

Vi siete mai sentiti così? Andrea non riesce a credere che stia succedendo proprio a lui, che la vita che conosceva fino a qualche attimo prima di punto in bianco non esista più!

Che cosa è successo quella notte? Perché casa sua è disabitata? E che fine ha fatto Sara, sua moglie?

Andrea cercherà di trovare una risposta a tutte le domande che gli si affollano nella mente… qualcuno vorrà credergli? Qualcuno vorrà aiutarlo? Ne “Il gioco beffardo del destino”, tutti potremmo trovare le risposte per comprendere la fatalità della vita e i suoi meccanismi, tutti potremmo comprendere quel gioco beffardo che riserva a volte il destino e di cui tutti possiamo diventare delle vittime inconsapevoli.

(a cura dell'autore 2/6/2010) www.gemellemannella.it


Ante actium, il destino di un guerriero di Fabio Sorrentino, Giannini editore Pagg.: 280 Euro 15,00

Mentre è impegnato nell’acquartieramento della sua centuria, il veterano della legione XIX Lucio Fabio Silano riceve uno strano e misterioso papiro che lo costringerà a lasciare immediatamente i suoi compagni d’arme per partire alla volta di Brundisium. Il giovane console Ottaviano richiede frettolosamente la sua presenza per affidargli un’importante e delicata missione, ai limiti del realizzabile. Un destino beffardo e crudele scaraventerà il “molosso di Cesare” in un lungo e insidioso viaggio verso la lontana Alessandria d’Egitto.

Accompagnato nel suo avventuroso percorso da un vecchio mercante greco dal passato a dir poco burrascoso e dal suo equipaggio di giovani e scaltri cartaginesi, il valoroso soldato romano abbandonerà in breve tempo le coste italiche per andare incontro al volere degli dei.

Tra traversate marittime, lunghe marce estenuanti, intrighi politici ed assassini, Silano attraverserà la Grecia filo-Antoniana, raggiungendo le regioni più interne e impervie dell’ Anatolia… L’epopea di un uomo che porterà a termine un’impresa destinata a cambiare per sempre le sorti della gloriosa Roma.

(a cura dell'Editore 19/4/2010)


Umberto Marongiu nasce il 1 6 agosto 1 9 6 5 a San Gavino Monreale. Dopo la Laurea in Sociologia a Roma, vince una borsa di studio per un noto Master in comunicazione d'impresa, ma poi non lo frequenta. Per un paio d'anni fa il capomagazzino della Ford italiana, poi lavora alla preparazione del Giubileo (ricerca storicoreligiosa e analisi dei flussi di pellegrini). Pubblica racconti su quotidiani e riviste, a cui collabora anche con articoli e saggi. Dal 2001 collabora con la direzione Palinsesto Tv e marketing della Rai, dove si occupa di palinsesti intermediali e innovazione editoriale. Sette modi e mezzo per morire è il suo primo romanzo.

Sette modi e mezzo per morire, di Umberto Marongiu, Edizioni Diabasis, pagg. 90 Euro 10,00

Un pony express viene investito e non può consegnare il plico che gli è stato affidato. Questo è l'evento centrale che unisce sette personaggi e un narratore nell'ultimo giorno della loro vita o, almeno, nell'ultimo giorno della vita vissuta fino ad allora: hanno molti modi per morire, gli umani. Le vite dei personaggi si legano in modo indissolubile e imprevedibile – come può essere la vita di ognuno di noi – nel racconto di una giornata che cambierà per sempre le loro esistenze.

Romanzo breve, veloce a tratti impalpabile e romantico e a tratti violento e  sanguinario.

"Sette modi e mezzo per morire" di Umberto Marongiu definito romanzo mi appare come un tornado che investe la vita dei personaggi e del lettore. Leggendo queste pagine si entra e si esce da storie diverse e da personaggi diversi.
La morte vera o metaforica li attraversa cambiandoli interiormente, i capitoli si alternano nel tempo e nello spazio come satelliti di un sistema stellare.
Paradossalmente chi non muore, forse, ne esce peggio di chi muore.
Stordisce per la velocità e avvince per la complessità. Sorprese ad ogni pagina ed epilogo assolutamente inaspettato.Si fatica a districarsi tra le ipotesi che balenano durante la lettura.
La storia sembra raccontata a ritroso nel tempo ma è così che funziona, ha momenti teatrali, momenti di cinema e momenti di analisi della società.
Alla fine il sottile dispiacere che sia finito, qualche altro pezzo di mosaico sarebbe gradito.

 

(recensione di David Del Bufalo 9/3/2010)


Il castello dell'acqua, di Leonardo Franchini - AlcionEdizioni pagg.212 Euro 26,00 (ISBN 978-88-89907-40-5)

E' una storia, quella di Sabina, che corre lungo tutto il 1900, attraversa un secolo di eventi e di grandi emozioni come un raggio di luce che va ad illuminare la grande umanità della protagonista.

Inizia da lontano, in una famiglia povera che fa i conti con la depressione dei primi decenni del secolo scorso, in un affresco di campagna del nord est dove la vita e la morte convivono perfettamente e dove l'unico vero dramma è quello della fame che si consuma ogni giorno. Sabina è alle prese con una ulteriore maternità della madre, con un padre malato che presto la lascerà e una sorella più piccola ed un fratello che si spacca la schiena per cercare di tirare avanti. Nella ricerca di un miglior benessere, ma soprattutto per la necessità di sfamare una bocca in meno, Sabina viene messa a servizio presso una facoltosa famiglia romana.Fare la "Serva" da signori ricchi e potenti la fà sentire elevata ad un rango importante. Sul lavoro incontrerà l'unico amore della sua vita, presto chiamato alle armi per il secondo conflitto mondiale.

Leonardo Franchini tratta questa storia con pennellate umani e sociali, attraverso le righe del suo romanzo si rivivono l'evoluzione dei trasporti, la fame, la miseria ed il boom economico, la fedeltà ed il rigore morale che era il partimonio di una gente che oggi sembra estinta da millenni. Ma è una storia che si fa leggere tutto di un fiato, che emoziona e commuove, una storia fatta di sogni, speranze e duro lavoro, di caparbia tenacità che premia l'impegno ma che non lenisce i dolori per le sofferenze che la vita ci riserva.

Un bellissimo romanzo che si fa leggere e rileggere, che consiglieremmo alle persone a cui vogliamo bene, perché di una storia d'amore, di profondi affetti e di sudati successi c'è sempre bisogno nel nostro cuore.

(Recensione di Maurizio Amici 9/2/2010)


La rizzagliata, di Andrea Camilleri - Sellerio Editore pagg. 210 Euro 13,00

Che cosa sia la "rizzagliata" Camilleri lo spiega alla penultima pagina, quindi non starò qui a dirlo per non ricevere gli improperi di chi avventurerà nella lettura dell'ultimo romanzo del grande scrittore siciliano. Camilleri per questo suo racconto ha abbandonato il commissario Montalbano e dalla sua Licata si è spostato a Palermo, all'interno della redazione del telegiornale regionale della RAI dove un caporedattore è alle prese con un vice rampante e con giochi di potere come al solito molto grandi. Stavolta la "mafia" da i suoi segnali da Roma, dai palazzi del potere. Un cadavere di una ragazza, un fidanzato indagato, una famiglia potente alle sue spalle. La politica è un corollario dalle tinte forti in questo caso, la polizia molto grigia nei toni se ne sta in disparte. Ma come accade nella realtà è il mondo dell'informazione a scavare, a fare i processi in TV, a condannare o assolvere qualcuno prima che lo faccia la magistratura.

Il nostro caporedattore è persona acuta, sembrerebbe parente di Montalbano, e sebbene viva con dolore una separazione da una moglie che amava, non si sottrae al piacere della carne con la moglie di uno dei suoi redattori, proprio l'arrampicatore che deve tenere a bada. Indagando sull'omicidio (ispirato al giallo di Garlasco per stessa ammissione di Camilleri) il protagonista raccoglie suggerimenti su come gestire le informazioni avute da colleghi e su come collocarle nel giusto modo all'interno del telegiornale.

La storia è coinvolgente come solo quelle di Camilleri sanno esserle e i riferimenti che è solito fare nei suoi libri lascerebbero pensare che nella RAI del capoluogo siciliano avvengano effettivamente certe tresche. Ma Camilleri naturalmente nella nota di postfazione dice di non conoscere la RAI di Palermo, di non esserci mai stato, anche se nella RAI di Viale Mazzini c'è stato eccome per parecchi anni, come dipendente e come autore. Chissà se è proprio vero. Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, come al solito. Scritto in una lingua meno ostica per gli allergici al siciliano che però è musica
per chi ama le atmosfere di una delle terre più belle d'Italia.

(Recensione di Maurizio Amici 20/1/2010)


Il codice del silenzio di Barry Eisler Garzanti Milano pp 341 Euro 18.60

Silicon Valley: l’eccentrico inventore di una nuovo software viene ucciso nel corso di un apparente regolamento di conti tra trafficanti di droga. Nel frattempo, a Istambul un cinico agente sotto copertura riceve una drammatica telefonata da parte del fratello che non vede da tempo, un avvocato convinto di essere la prossima vittima. E’ così che sulle rampe inondate di sole della Sand Hill road, centro economico e tecnologico della California vecchi rancori familiari tornare improvvisamente a far male tra due fratelli che non condividono altro che il sangue e che si trovano di colpo a combattere fianco a fianco contro un nemico senza volto.

Alex Treven ha sacrificato tutto sull’altare di una unica ambizione: quella di rendere sempre più importante la sua società di alta tecnologia, ma poi l’ideare di una nuova tecnologia che Alex sta viene ucciso, così come il responsabile della concessione sul brevetto che avrebbe dovuto proteggerlo. Lo stesso Alex sfugge miracolosamente ad un attentato nella sua abitazione ed a quel punto decide di ricorrere all’ultima persona al mondo a cui avrebbe mai chiesto aiuto suo fratello. Ben Trevor è un militare sotto copertura facente parte di una elite, un soldato pagato per “trovare, risolvere ed eliminare” obiettivi di alto valore strategico nell’ambito della guerra globale degli Stati Uniti contro il terrorismo internazionale. Disincantato dalla decadenza del proprio paese, Ben vive una vita nell’ombra perché non conosce altro che il mondo delle operazioni sotto copertura e non potendo trovare conforto neanche nella famiglia che, con l’unica eccezione del fratello che non gli rivolge più la parola da quando è morta la loro sorella, non esiste più.

Ma il sangue conta ancora qualcosa e quando Ben riceve la drammatica richiesta di aiuto di Alex, parte subito per San Francisco. Solo a quel punto Alex gli rivela che c’è un altro protagonista della vicenda a conoscenza della nuovissima tecnologia: Sarah Hosseini, una giovane avvocatessa d’origine iraniana che Alex è da sempre segretamente innamorato e per la quale ben nutre da subito una viscerale antipatia. Mentre i tre cercano di identificare la minaccia che attenta alle loro vite, Ben e Alex sono costretti a riesaminare gli eventi che hanno condotto alla loro separazione e questo, anche per la presenza di Sarah, non fa altro che approfondire il solco tra di loro. Il Codice del Silenzio è un thriller estremamente coinvolgente sia dal punto di vista emozionale che da quello politico che non mancherà di appassionarvi e che vi condurrà al centro di un complotto di cui solo  tre persone potranno trovare la soluzione. Tre persone delle esperienze e dalle motivazioni diverse, ma che prima di affrontare il nemico esterno dovranno trovare il modo di sopravvivere le une alle altre.

Questo nuovo thriller di Barry Eisler è stato campione di vendite negli Stati Uniti e mette in scena una realtà inquietante e oscura, sorprendentemente simile a quella del mondo che ci circonda.

(Recensione di Luigi Brunamonti 19/1/2010)


Qui muore Puccini di Stefano Cecchi. Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, pp. 288, Euro 15.00

La prima di Turandot va in scena alla Scala il 25 aprile 1926, ma termina senza un finale: è stata lasciata incompiuta dal maestro Giacomo Puccini, morto nel novembre del 1924. Ma il finale, scopriamo nelle pagine di questo romanzo, era stato scritto poco prima della morte nella villa di Torre del Lago, dove Puccini si ritirava alla ricerca di ispirazione nei suoi ultimi anni. Nella stessa sera piovosa in cui erano state composte, quelle pagine di musica finiscono nelle mani di una diciannovenne piombata misteriosamente in casa del maestro, in fuga da una squadra di fascisti. E' lo stesso Puccini a consegnarle la musica, per averne un gudizio, ravvedendo nella giovane l'amore per la musica e la genuinità sfrontata della giovinezza. Il mattino dopo, la misteriosa Mara è scomparsa insieme con le preziose pagine. Perché? E come è coinvolta nei fatti sanguinosi avvenuti quella stessa sera a un posto di blocco delle camicie nere? Il maresciallo Risaliti, in nome dell'amicizia che lo lega a Puccini, accetta di condurre per conto prorio un'indagine alla ricerca delle pagine che il maestro vorrebbe riavere indietro, così come vorrebbe rivedere quella misteriosa ragazza. L'indagine si snoda attraverso l'intrico di mezze verità e bugie, tra Viareggio e Firenze, nell'Italia degli anni Venti ancora in bilico tra i movimenti operai e la dittatura.

Con uno stile talora colloquiale, infarcito di amabili espressioni dialettali toscane, talora dolorosamente poetico, l'autore traccia un ritratto nitido di quell'Italia ma anche dei conflitti senza tempo dell'animo umano: gli ideali, la viltà, l'arte, l'estremismo, la violenza, il coraggio giovanile e il dolore rassegnato degli anziani. Un libro da gustare e per cui commuoversi, come per le struggenti musiche della Turandot.

(Recensione di Linda Sartini del 19/1/2010)

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La moresca e la pantera di Emilio Sarli, Edizioni Del Poggio - Poggio Imperiale, pagg. 121 Euro 9,00

La mia propensione all’analisi delle tematiche territoriali sotto il profilo giuridico, storico e ambientale mi porta, sovente, nel cuore di vicende che si snodano nei luoghi della nostra Penisola. Così, nell’anno 2007 mi sono trovato nel bel mezzo di una contestazione ambientalista contro le ricerche del petrolio nel Val di Noto, che hanno suscitato un clamore particolare anche a seguito dell’appello dello scrittore Andrea Camilleri lanciato sul quotidiano “La Repubblica” del 7 giugno 2007, con il titolo: “Salviamo il barocco dal petrolio”. Le questioni agitate nella società civile e gli avvenimenti relativi mi hanno subito coinvolto, al punto da indurmi al racconto delle storie del libro, sullo sfondo accattivante dei paesaggi siciliani che suscitano in me sempre profonde emozioni: perché, ritengo, la Sicilia non è solo un’appendice geografica preziosa per storia, arte e natura, ma un luogo culturale da sempre e per sempre foriero di suggestioni letterarie e poetiche.

Queste sono state le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro, del quale riporto una breve presentazione.  

Tra le ricorrenti questioni ambientali e territoriali che tormentano la nostra penisola, legate alla realizzazione delle grandi opere per la modernizzazione del Paese, alla costruzione di impianti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, per la rigassificazione e la produzione di energie rinnovabili, per l’approvvigionamento idrico e l’estrazione delle materie prime, vi è anche quella della ricerca degli idrocarburi in alcune aree del sottosuolo caratterizzate da ingenti riserve. Un singolare clamore ha suscitato negli ultimi tempi la vicenda delle ricerche di gas e di petrolio nel Val di Noto, ingarbugliata tra concessioni e revoche amministrative, ricorsi e decisioni giudiziari, cominciamenti e sospensioni di lavori, volontà istituzionali sofferte e percorsi legislativi incerti, appelli mediatici del mondo culturale e rivendicazioni dei settori produttivi, manifestazioni pubbliche di protesta e di proposta.   

Sullo sfondo magico di paesaggi di luce e di mare, e delle suggestioni accattivanti di nature e di culture che impreziosiscono l’isola del sole, nel romanzo s’intreccia la narrazione di storie personali e collettive, e di fatti e misfatti che rivelano i fronti di discussione generale oggi più diffusi e significativi, quali: la difficile scelta delle comunità locali tra la tutela dei valori culturali e ambientali e le opportunità di crescita e di lavoro collegate allo sfruttamento delle risorse naturali; il persistente dibattito nel variegato mondo dell’ambientalismo, che si snoda tra variabili impostazioni fondamentaliste, realiste o possibiliste; le ansietà dell’umanità per l’equilibrio fragile della biosfera e per l’esaurimento delle risorse naturali, alimentari ed energetiche; la faticosa affermazione del diritto all’ambiente delle future comunità viventi, tra percorsi accidentati di crescita economica, di sviluppo sostenibile o durevole, di economie solidali, di opzioni zero, di decrescita.

E una domanda fondamentale rimbalza, tra le tante altre, sul palcoscenico di pietra della rinata cattedrale abbagliata dal sole troneggiante sui declivi del Meti: si può sacrificare un territorio alla conservazione dell’esistente per non cancellare una memoria storica o un’identità culturale? Si può rinunziare alla crescita sociale per non incidere ancora su una risorsa naturale esauribile e per non degradare una sembianza pregevole di paesaggio? E’ perseguibile la strada di uno sviluppo basato esclusivamente sulla fruizione ecocompatibile delle risorse ambientali e paesaggistiche di un luogo? E’ sostenibile il percorso di una economia plurale fondata sia sulla valorizzazione che sullo sfruttamento del patrimonio naturale?

In definitiva, l’antagonismo tra la moresca, specie del carrubo simbolo verdeggiante della terra del miele e del barocco, e la pantera paradigma del progresso senza limiti e della crescita irrefrenabile, finisce per diventare la metafora delle grandi questioni del nostro tempo che riguardano il pianeta che cambia, gli interessi economici e sociali contrapposti al fronte, la diversità dei valori e delle concezioni culturali in campo, le difficoltà delle scelte istituzionali, l’informazione e il controllo del sapere.

(a cura dell'Autore 17/1/2010)


Solo la penombra  di Carlo D’Alessio - Lampi di stampa - € 11.00

Eisenach, Repubblica Democratica Tedesca, 9 novembre 1989. Il giorno della caduta del Muro di Berlino. Ma la mattina fredda e luminosa in cui Werner, maestro elementare in pensione, esce di casa con il suo cane, ancora nessuno sa quale piega epocale prenderanno gli accadimenti nel giro di poche ore. Sono piuttosto fantasmi, generati dal perimetro velenoso di una memoria che Werner ha cercato di anestetizzare con paziente disciplina nel corso degli anni, quelli che tornano imprevedibilmente a urtare in modo sempre più insistente il suo fragile universo di rimozioni e assenze.

D’altronde che cosa resta a un uomo – a un tedesco – che ha attraversato, apparentemente indenne, l’esperienza tragica del nazismo e poi quella cupa e soffocante del socialismo reale? Nulla, sembrerebbe di poter concludere scorrendo le pagine di questo libro, in cui i motivi legati alla dolorosa intimità del protagonista si intrecciano alla prospettiva più vasta di alcuni degli eventi simbolo della storia del XX secolo, conferendo al romanzo un respiro europeo. Nessuno può più ritenersi innocente, nulla è rimasto inviolato. Neppure la memoria. “Come se tutto si fosse a un certo punto inaridito ed essiccato, riducendosi a un fossile che lui riconosceva ma di cui non era in grado di comunicare a nessuno – neppure a se stesso – il vero significato. […] Tutto il molteplice chiarirsi del destino individuale, attraverso gli innumerevoli fili che ci legano ad altri destini e a un tempo e a dei luoghi […] si rivelava a Werner nella sua reale densità emotiva solo a volte, in ricordi violenti e improvvisi o nella urgenza terribile e incerta dei sogni che lo trascinavano in una regione remota e senza chiarori.”

Da qui l’incapacità di Werner a stabilire un legame emotivo con gli altri, i figli in primo luogo, che ha allontanato da sé fino a renderseli estranei e ostili, nella speranza che l’oblio potesse affogare in una cecità senza redenzione il suo nome e il ricordo degli orrori di cui è stato una delle involontarie comparse. “La vita era – lo percepiva chiaramente – uno spreco inesauribile. I fiocchi continuavano a scendere a ondate sempre più fitte. Presto avrebbero ricoperto le strade e le case con un cuscino di piume, avrebbero cancellato le ultime presenze umane, avrebbero imposto il silenzio alle luci. Avrebbero riconsegnato lui alla voce silenziosa della terra.”
Ma ora che la storia sembra rimettere tutto in discussione e le immagini televisive mostrano la caduta del Muro con una violenza festosa che varca ogni barriera, quello che ai più appare come l’alba di un mondo nuovo fa riemergere in Werner paure e turbamenti a stento tenuti sotto controllo. Così anche l’apparizione di una misteriosa figura di giovane (un’allucinazione legata al mondo della memoria o il sinistro monito della feroce rappresaglia che una dittatura in agonia potrebbe ancora mettere in atto?) scatena in lui sussulti profondi che lo costringono a portare a nudo una verità a lungo celata, in una resa dei conti che assume nelle pagine conclusive del romanzo un ritmo sempre più teso, destinato a risolversi in un inaspettato finale.

(proposto dall'Autore 12/11/2009)


Valentina Fortichiari

Lezione di nuoto, di Valentina Fortichiari, ed. Guanda, pp. 174 € 13,00

In vacanza con un trasgressivo mito del Novecento

Deliziati dal gioco letterario tra verità e verosimiglianza, leggiamo tutto d’un fiato Lezione di nuoto di Valentina Fortichiari, milanese, da anni impegnata nel mondo dell’editoria della sua città. Proprio per questo suo impegno, i maliziosi potrebbero pensare che all’autrice sia stato agevole pubblicare e quindi ottenere il Premio Letterario Basilicata per la narrativa, ma questi malfidenti pensieri verranno subito cancellati, leggendo un romanzo tanto delicato e arioso che sa condurci in una luminosa Bretagna anni Venti in compagnia di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954), trasgressivo mito letterario del Novecento e del suo entourage preferito tra cui notiamo la sua segretaria Hélène Picard, il suo figliastro Bertrand e la piccola Bel-Gazou di cui la grande scrittrice francese non seppe essere madre nel senso tradizionale della parola.

Pregio della Fortichiari, tra l’altro, è quello di addolcire le asprezze di una donna vissuta al di là del bene e del male, esprimendosi con una grazia narrativa tale da alleviare ai nostri occhi di lettori le scabrose tendenze di una protagonista del mondo letterario e non solo, fin de siècle.

Non essendo un romanzo storico, ma uno spicchio di vita rielaborato e immaginato dalla penna di chi ha svolto attività agonistica come nuotatrice, le pagine della Fortichiari, confortate anche dall’attento studio di importanti biografie come quelle di Guy Ducrey e Judith Thurman – solo per citarne due fra tutte – sanno regalarci una verosimile tranche del vissuto di Colette, mescolata a verità, dal momento che i soprassalti del cuore e della carne della intemperante francese non esitarono nella realtà ad approdare all’incesto, previsto nel suo famoso romanzo Chéri e realmente vissuto col figliastro Bertrand.

Candidamente morbosa, la Colette della Fortichiari ci fa immergere in acqua col figliastro, iniziato all’amore da una matrigna divertente ammaliatrice anche di noi lettori come lo è stata leggendola nel suo pruriginoso ciclo delle Claudine , quando ci ha fatto “entrare nei più inconfessati segreti della carne” – come di lei ha scritto Proust..

Sentiamo, in questa nostra lettura, il profumo del mare, la magia delle bracciate tra le onde, la voluttà amorosa che si fonde e confonde con quella del piacere per il nuoto.

Pregio notevole del romanzo, ioltre,  a nostro avviso - al di là dell'eleganza lessicale -, è l’aver saputo ricostruire il circolo intellettuale di una delle più importanti penne al femminile, per cui attorno alla protagonista vediamo palpitare una miriade di nomi noti di scrittori del suo tempo, tanto che – per associazione d’idee - ci vien fatto di pensare al Circolo di Bloomsbury di woolfiana memoria, anche se là eravamo nell’algida Inghilterra e qui, invece, in una Bretagna fulgente di luce, coinvolti dall’incanto di una vacanza dove tutto è possibile, persino giustificare sentimenti aberranti, perché la Fortichiari è dotata – scrivendone – di una levitas che sa farci dimenticare anche considerazioni moralistiche.

(Recensione di Grazia Giordani 5/11/09)


La storia obliqua, di Giuseppe Tramontana, Gruppo Editoriale Kimerik, pagg. 368  € 15,00 (ISBN: 978-88-6096-332-1)

La terra di Sicilia, con i suoi personaggi passionali e i suoi ambienti ostili, fa da sfondo a questo primo romanzo di Giuseppe Tramontana. L’autore, salvando la “verosimiglianza storica”, come dice Curzio Malaparte, ha lavorato sul materiale vivo che l’esperienza concreta in terra di Sicilia gli ha fornito, ma arricchendola con vicende di carattere ultra siciliano, spaventosamente globali e crudeli: come dire, la Sicilia è un laboratorio di globalizzazione, anch’essa… L’improvviso ribaltamento della vicenda nell’ultimo capitolo altro non è che una sorta di scarto dialettico che proietta il lettore ad un piano di tragicità superiore, più complessa, più devastante, più totale, più vera: la Sicilia diviene metafora di ogni angolo del pianeta

(segnalazione a cura dell'Editore 4 novembre 2009)


La finestra dei Rouet di Georges Simenon, (titolo originale: La fenêtre des Rouet, traduzione di Federica di Lella e Maria Laura Vanorio),  Adelphi, pp. 177, euro 18,00

Scritto nel luglio del 1942 e apparso a stampa nella primavera del 1945,  ci viene ora riproposto da Adelphi che prosegue la pubblicazione delle opere di Georges Simenon (1900-1989) iniziata nel 1985 con  Lettera a mia madre.

Da allora a oggi Adelphi ci ha dato modo di gustare più di venti romanzi di un autore dotato di singolare talento, tardivamente apprezzato dalla critica mondiale e ci chiediamo ragione del capriccio editoriale per cui il volume antologico Romanzi in copertina azzurra, sia ancora fermo al primo numero, privando gli appassionati  del grande belga dei numeri successivi.

Unico nel saper descrivere atmosfere, facendoci odorare profumi ed afrori, capace di indurci ad udire voci e suoni, gustando la musica della vita, mentre respiriamo il clima dei suoi personaggi, con questo suo romanzo intriso di ipersensualità, Simenon ci porta, in un  soffocante pomeriggio parigino, all’interno di un appartamento di Faubourg Saint-Honoré, dove Dominique – protagonista della narrazione – sta rammendando un suo troppo già rammendato vecchio vestito.

Orfana di un generale e di una madre dolcissima – quintessenza del modello di femminilità mite e rinunciataria dei suoi tempi – Dominique, ormai quarantenne, vive dell’esistenza altrui, origliando nelle vite della casa e della strada, non  avendo una vita propria. Al di là della sottile parete che divide la sua stanza da quella attigua, avverte il rapporto amoroso di una giovane coppia cui ha affittato l’abitazione e ne immagina i voluttuosi gesti come se li vedesse «carne contro carne».

Nello specchio dell’armadio, prima di provarsi l’abito  consunto, ormai rammendato sui rammendi, guarda il suo corpo – mai sfiorato da mano maschile – ancora fresco corpo d’adolescente, nonostante i suoi quarant’anni, compiangendo se stessa per il suo ingeneroso destino.

Il suo precipuo interesse è ormai quello di spiare, nelle finestre di fronte, la ricca famiglia dei Rouet, proprietari non solo del palazzo in cui abitano, ma di buona parte delle abitazioni della via. Per ore e ore Dominique spia le loro vite: quella dei vecchi al piano di sopra e quella di Hubert – costretto malato in un letto – e della sua carnale ed irrequieta consorte, la bella Antoinette che sfoggia costosi vestiti e non  dimostra affetto nei confronti dell’incolore marito, cui non si appresta a somministrare la salvifica medicina durante uno spasmodico accesso della sua malattia.

Scontenta della sua vita, Dominique subisce un  curioso transfert con la vita di Antoinette, una vita «prolibita» che sentirà sempre più sua, divenendone ossessionata in maniera sottilmente perversa.

Esperto di tortuosità psicologiche, l’autore ci porta dentro le contorsioni dell’animo di questa involontaria zitella, frugando nei suoi ricordi, nei suoi insoddisfatti desideri, fino a un triste epilogo a sorpresa che suggella uno splendido romanzo.

(Recensione di Grazia Giordani 15/9/2009)


Commissario Livia, di Silvestra Sorbera - Tracce, pagg. 62 € 12,50

L’opera prima racconta la storia di Livia Solari commissario in un piccolo paese del sud della Sicilia che si trova alle prese con un caso complesso.

Due giovani fidanzati sono stati rinvenuti uccisi dentro la propria auto teatro del loro appuntamento serale. Durante gli interrogatori emergono intrighi inaspettati e realtà imprevedibili che sembrano implicare traffici illeciti. La protagonista del romanzo, il Commissario Solari, è una donna tutta d’un pezzo che, alle prese con un lavoro spesso considerato “da uomo”, non rinuncia alla propria femminilità. E’ una donna a tutto tondo in casa come al lavoro, la “virilità” di Livia viene espressa in ogni momento del racconto specie quando è in commissariato, un luogo tutto al maschile dove lei è riuscita a farsi largo.

Il racconto, scritto in maniera semplice e lineare è quasi scenografico, fatto di dialoghi serrati e scarno di particolari al fine di lasciare al lettore la possibilità di immaginare sia i luoghi quanto i personaggi. La trama, riporta ad eventi tragici che attualmente hanno riempito le pagine di cronaca nera dei vari giornali a tiratura nazionale e non solo.

Gli echi letterari permeano tutto il testo, a partire dal nome della protagonista, Livia, omaggio che l’autrice ha voluto fare al suo scrittore preferito, nonché conterraneo, Andrea Camilleri, (Livia infatti è l’eterna fidanzata del Commissario Montalbano), per non parlare poi del gioco delle parti dai forti echi pirandelliani.

(15/9/2009)


La bussola di Noè di Anne Tyler, Guanda, pp.253, euro 16,00 (traduzione di Laura Pignatti)

Ancora una storia minimalista dell’agrodolce Anne Tyler, «La bussola di Noè» è il nuovo romanzo agrodolce della scrittrice statunitense che nel 1989 ha guadagnato il Pulitzer Prize col suo undicesimo romanzo «Lezioni di respiro» e che continua a mietere successo con la sua impietosa ironia, costellata da intuizioni illuminanti.

Questa volta protagonista maschile è un uomo in tono minore, Liam Penniwell, un forzato al pensionamento che – sessantenne – con l’accorpamento delle due quinte elementari, dove insegnava a Baltimora, perde il posto, soffiatogli da un maestro più giovane. Ma Liam non fa tragedie, rassegnato alla legge della vita, poiché sa bene, per esperienza, che in queste fusioni qualcuno deve rimetterci le penne. Anzi, l’idea della pensione dai più temuta come una fase mortificante della vita, lo induce a fare progetti “con un entusiasmo che non provava da anni”. Ora spera di potersi dedicare alle sue letture, riconquistando spicchi di vita perduta. Comincia col cambiare casa, scegliendo un appartamentino in zona popolare. E mal gliene incolse, perché uno sconosciuto lo aggredisce di notte con un colpo alla testa, regalandogli un amaro risveglio in un letto d’ospedale. Amnesia assoluta dell’accaduto per lo sventurato insegnante che ha completamente rimosso l’incidente, divenendo ossessivo nei confronti della memoria. Quella rimozione del fatto  doloroso equivale, ai suoi occhi, a un furto di un pezzetto della sua vita. L’agognata solitudine su cui tanto aveva costruito speranze, gli è sempre più insidiata dalla seconda moglie da cui aveva divorziato, dalle figlie che gli ronzano intorno, la primogenita corredata di prole nata e nascitura. Kitty, la figlia minore decide addirittura di stabilirsi in pianta stabile a casa sua, visti i litigi con la  madre. Non c’è pace per l’anziano professore che si figurava di trascorrere l’incipiente vecchiaia soprattutto a pensare, visto che”per il suo ultimo lavoro aveva usato a malapena il dieci per cento del suo cervello”.

Per soprammercato, come se non bastasse, c’è l’incontro con Eunice, una prosperosa e ingenua ragazza, complessata  dal non aver potuto mettere a frutto la sua laurea in biologia, contentandosi del ruolo di “rammentatrice”, ovvero di memoria esterna ad un anziano imprenditore che sta diventando smemorato, prendendo per lui appunti alle riunioni e ricordandogli impegni e scadenze, ma anche i nomi dei clienti per mascherare il suo increscioso deficit. Alla Tyler piacciono queste situazioni surreali a cui sa regalare normalità, divertendo il lettore. E così Liam che pensava  di aver definitivamente chiuso con amore e sesso, si sente preso da questa donna che potrebbe essergli figlia. Quindi non mancano certo le note divertenti, viste le continue intrusioni nel bilocale delle donne di famiglia, tutte prese dal procurargli una nuova occupazione. Eunice si spinge addirittura a confezionargli un curriculum, divenendo irritante con le sue pressanti e non richieste premure.

Al sopraggiungere dell’estate, l’amore si scioglie, finisce nel nulla, ultimo raggio di sole nella vita spenta e monotona dell’insegnante in pensione. Quando meno ce lo saremmo aspettati, il nostro professore – che aveva prestato servizio alle scuole elementari, ma in realtà vantava una laurea in storia e filosofia-, sente spontaneamente l’esigenza, non più manipolato e pressato da altri, di svolgere il ruolo di zayda che nella lingua yddish, significa maestro d’asilo. Ed è qui che si accorge di saperci fare coi bambini piccoli, quasi rinascendo a nuova vita.

Impossibile riassumere degnamente un romanzo della Tyler, costretti a privarlo delle sue puntatine ironiche, del suo humour dolce-amaro che sa vivacizzare situazioni apparentemente irrilevanti, traducendo in personaggi succosi uomini e donne che sarebbero di per sé antieroi. Già in «Turista per caso», divenuto poi soggetto di un celebre  film, o in «Un amore paziente” o ne «La figlia perfetta» avevamo rilevato gli stilemi puntuti di questa originale e vivacissima autrice.

(Recensione di Grazia Giordani del 15/9/2009)


L’ombra del leone di Steve Berry -  Casa Editrice Nord – 2009 – pp. 473 – Euro 18.60

Nel 323 a.C., dopo aver conquistato la Persia, Alessandro il grande pianta le sue insegne sull’Arabia, ma muore per una febbre misteriosa. La localizzazione della sua tomba, a tutt’oggi sconosciuta, rappresenta da allora un richiamo irresistibile sia per gli archeologi che per i più prosaici cacciatori di tesori ed è proprio in questo senso che và letta questa avventura che prende letteralmente fuoco sconvolgendo l’esistenza dell’ex agente del Dipartimento della Giustizia Cotton Malone, passato ora ad occuparsi di libri antichi. Dopo esser sfuggito fortunosamente al rogo di un museo danese, Cotton apprende dalla sua amica Cassiopea Vitt, una stupenda avventuriera, che l’incendio non era stato né un incidente né un caso isolato, ma una fase di un disegno diabolico in grado di scatenare un inferno di innaturale violenza.

Dalle ceneri della vecchia Unione Sovietica sta sorgendo infatti una nuova nazione riunita nella federazione degli Stati Asiatici con al timone Irina Zovastina, una spietata despota con un gran talento per l’alta politica, il gusto per il sangue ed il desiderio di superare Alessandro il Grande e divenire l’ultimo conquistatore della storia. Con l’appoggio segreto di potenti alleati, la Federazione ha ammassato un micidiale arsenale di armi batteriologiche in grado di decimare intere nazioni e l’unico motivo che impedisce alla Zovastina a scatenare l’inferno sulla Terra è l’esistenza di un siero miracoloso la cui formula è contenuta in un puzzle antichissimo nascosto appunto nella tomba di Alessandro. Insieme, Cotton e Cassiopea lottano contro il tempo passando dalle coste della Danimarca alle calli di Venezia per giungere alla resa dei conti tra le montagne del Pamir, in Asia centrale, dove chi arriverà per prima alla tomba perduta potrà decidere il destino di centinaia di milioni di persone.

(recensione di Luigi Brunamonti 25/8/09)


Attacco dal mare, di Ted Bell – TEADUE – 2009 - pp. 549 – Euro 8.90

Chi almeno una volta non ha sognato di essere nei panni di uno di quegli agenti segreti in grado di cavarsela in ogni situazione, sia davanti ad una pistola spianata che in un ricevimento presso una corte reale? Tra questi negli ultimi anni si è ritagliato un posto di assoluto rilievo Alex Hawke, una “creatura” di Ted Bell  dotato di un talento unico, quello di saper collegare fatti ed eventi apparentemente scollegati tra loro fornendo al tempo stesso delle spiegazioni al loro dipanarsi in grado di farci non solo appassionare alla vicenda narrata, ma metterci anche in grado di comprendere come funzionano le “reali vicende del mondo” da cui prendono spunto.

Attacco dal Mare è il terzo romanzo che vede protagonista Hawke, forse il migliore dei tre e sicuramente quello che offre più azione, i personaggi più interessanti e la trama più intricata ed avvincente. Il nostro protagonista è come sempre brillante, ricchissimo e dalle inaspettate capacità: il tutto però resta credibile così come restano tali le ricostruzioni degli ambienti e delle situazioni in cui ha modo di muoversi. Tra i personaggi che lo affiancano in questa avventura non poteva ovviamente mancare Stokely Jones, che si preoccupa di salvargli la pelle almeno una volta in ciascuna delle sue avventure, e Hu Xu, un maniaco cinese esperto di interrogatori che non mancherà di farvi accapponare la pelle. Degli antagonista di Hawke è Luca Bonaparte, un discendente diretto di Napoleone deciso a ristabilire la grandeur della Francia con uno spietato colpo di stato e grazie ad una spericolata alleanza con la Cina, desiderosa di assicurarsi le riserve petrolifere del Golfo Persico.

L’intervento di Hawke sarà volto ad affiancare la CIA nel tentativo degli Stati Uniti di evitare un confronto diretto con Pechino, facendo così saltare un’alleanza dagli esiti disastrosi per gli equilibri mondiali. Da raccomandare non solo per una lettura sotto l’ombrellone.

(recensione di Luigi Brunamonti 25/8/09)


Celeste Aida Una storia siciliana, Marinella Fiume - Ed. Rubbettino € 8,00

Anno 1933, XI dell’era fascista. In un Villaggio siciliano, un ventenne commerciante di vini uccide la cognatina di cinque anni seppellendola viva. La relazione adulterina con l’ancor giovane suocera e la paura che la bambina possa rivelarla al padre emigrato in America, induce i due amanti a liberarsi della scomoda testimone. Al processo, la difesa della donna ha buon gioco nell’affermare la non punibilità per il reato di adulterio, mancando la querela del coniuge offeso. Così, si condanna a morte il giovane “debosciato”, assolvendo la madre per insufficienza di prove anche dell’imputazione di procurato aborto, che il Codice Rocco punisce severamente, in quanto sovvertitore della famiglia e perciò, come l’adulterio, reato contro lo Stato.

Il romanzo ricostruisce la torbida vicenda familiare da cui scaturì l’esecuzione capitale attraverso i canti dei cantastorie, fonti orali e giornalistiche, atti giudiziari, che consentono di mettere a fuoco il contesto del dramma: il “disordine” della famiglia contadina siciliana e la politica familiare del fascismo. Squisitamente letterari sono, invece, l’impianto narrativo e il linguaggio: la storia di una bambina, segnata dalla diversità già nel nome e travolta dall’assurda banalità del male, comunica una profonda impressione anche per l’efficacia e la profondità con cui sono tratteggiati i personaggi che balzano vivi dalle pagine, uscendo dal coro che commenta ai margini.

(dalla 4ta di copertina)


Dentro la foresta di Roddy Doyle – Guanda editore – Milano – 2008 – pp. 208 – Euro 14.50

Grainne è un’adolescente che odia tutti, compresa se stessa. Ormai non riesce più ad accettare neanche la sua famiglia, ovviamente non sa cos’è l’educazione e passa tutto il suo tempo a pensare a sua madre che l’ha abbandonata in tenera età per trasferirsi a New York. Stanco di questa situazione Frank, il padre della ragazza, convince la seconda moglie e i due fratellastri a partire per un safari sulla neve in Finlandia, idea che i due ragazzi accettano con grande entusiasmo. L’uomo e Grainne restano invece a casa in attesa della prima visita della madre dopo tanti anni: anche qui l’attesa è palpabile, anche se di tutt’altro genere.

Mentre Grainne resta abbastanza spiazzata dall’incontro con la madre per la piega inaspettata che prende, in Finlandia Tom e Johnny, tenuti a mala pena a freno dalla madre Sandra, fanno conoscenza con una natura fantastica e soprattutto con i cani Husky che trainano le slitte del gruppo di turisti di cui fanno parte. Tutto sembra procedere per il meglio, finchè Sandra non si perde accidentalmente nella foresta. “Dentro la foresta” non si limita solo a descrivere la natura entro la quale si perde Sandra, ma si concentra anche sul panorama emozionale in cui si muove la sua famiglia. La donna e Frank amano i tre figli della loro famiglia allargata, ma non riescono sempre a soddisfare le loro aspettative. Mentre i ragazzi cercano di ottenere la supremazia l’uno sull’altro, evitano al tempo stesso la sorellastra che, da parte sua, non fa nulla per entrare nelle loro simpatie (e, del resto, in quelle di nessun altro…).  Del resto le dinamiche familiari sono il sale dei racconti di Roddy Doyle che ci conduce attraverso i complessi stati emotivi che ne scaturiscono con la consueta chiarezza. Grazie alla scomparsa della madre i ragazzi imparano a lavorare insieme, così come grazie alla visita della madre Grainne impara a capire che anche l’erba del vicino può essere verde, ma non necessariamente più della propria. Ciò che colpisce in questo romanzo è la facilità con cui scorre il dialogo; non ci sono inutili sovrastrutture, è tutto semplicemente “vero” e ti permette di entrare appieno nei vari personaggi, di identificarvisi e di affezionarvisi nonostante tutte le loro carenze.

Non è da tutti riuscirvi, ma l’autore dà forse il meglio di sé in “Dentro la foresta” trasmettendoci un raro senso di vitalità e di energia, oltre alla certezza che là fuori può esserci sempre una risposta ai nostri problemi, qualunque essi siano. E’ un libro da leggere. E da consigliare.

(12/5/09)


La quinta donna di Henning Mankell – Marsilio Editore – Venezia – 2009 – pp. 559 – Euro 9.90

In Algeria 4 suore ed una donna svedese che era loro ospite vengono ferocemente assassinate e da qui scaturisce una scia di sangue che fa rabbrividire l’intera Svezia. L’ispettore Kurt Wallader è appena tornato da una vacanza a Roma trascorsa con suo padre e sta elaborando una serie di piani per il suo futuro che prevede il consolidamento del suo rapporto con Baiba, l’acquisto di una nuova casa e la scelta di un cane. Trova invece il cadavere di un anziano appassionato ornitologo impalato su una trappola di bambù accuratamente messa in atto e non passano che pochi giorni prima del rinvenimento di un secondo uomo assassinato con altrettanta studiata ferocia. A questo punto la vita privata del protagonista deve passare in secondo piano in quanto la priorità va alla ricerca del misterioso assassino. Leggendo questo romanzo, il lettore è sempre un passo avanti rispetto alla polizia il che offre alla narrazione una prospettiva sicuramente non comune. Di conseguenza scopriamo ben presto che l’assassino è una donna e possiamo anche intuirne le motivazioni, ma se avete un minimo di esperienza delle procedure d’inchiesta della polizia non potete non rimanere affascinati da questo libro.

Mentre gli omicidi si susseguono e la polizia sembra impotente iniziano a formarsi i primi gruppi di vigilantes, ma come troppo spesso accade in questi casi il rischio che uomini affamati di vendetta si accaniscano su innocenti che hanno avuto la sola sfortuna di incrociare la loro strada può avere conseguenze gravissime. Accade così che Wallander, invece di concentrarsi sulla ricerca dell’assassino, debba occuparsi del capo dei vigilantes ed il collegamento con l’istituzione delle ronde in Italia è fin troppo semplice. Il nostro protagonista non perde ovviamente di vista il principale obiettivo della sua inchiesta che ben presto lo porta a ricostruire le gesta di tre giovani mercenari svedesi che hanno combattuto in Africa. La violenza di questo romanzo è agghiacciante ma mai gratuita, questo forse perché è meticolosamente programmata e descritta ma messa in atto senza alcuna passione, il che aiuta molto ad inserirla nel contesto senza rischio di perdere il sonno. Un romanzo da acquistare o quanto meno da farsi prestare.

(Recensione di Luigi Brunamonti 12/5/09)


Il tredicesimo petalo di Luca Trugenberger – Sonzogno Editore – Milano – 2008 – pp. 502 – Euro 22.50

Dalia accese il lampadario di cristallo e la tela fu inondata i luce. Sul retro, tracciato a mano in colore avorio, divenne leggibile un minuscolo scritto:

“Quando sarai pronta, ricordati del tredicesimo petalo”.

Dalia Rota è psicotraumatologa a Trastevere e collabora con la polizia come criminologa. Solo due persone sanno che è in cura lei stessa per un disturbo di personalità multipla: Roberta, la sua migliore amica, e il professor Cardone, loro mentore e supervisore. Dalia conosce bene alcune delle proprie alter ego. Delle altre ignora perfino il numero. Sa solo che, a volte, si risveglia dopo periodi di assenza di cui non ricorda nulla.

Quando la polizia la chiama a collaborare alle indagini sul cosiddetto “killer degli occhi bucati”, Dalia scopre di avere avuto motivi di risentimento nei confronti di tutte le vittime. L’insicurezza tipica della malattia la spinge a temere di essere lei la serial killer. Mentre nella sua vita irrompe il dinamico ispettore Fabrizio Spadafora, la giovane psicoterapeuta comincia a indagare in segreto su se stessa e sulle proprie personalità nascoste. Intanto, ogni nuova vittima le è più vicina delle precedenti. Come in una spirale omicida destinata a centrarsi, infine, su di lei.

Forte di un intreccio magistrale e di una scrittura asciutta e serrata, Il Tredicesimo Petalo è un thriller appassionante che racconta dall’interno il drammatico mondo di chi è affetto da personalità multipla. Un’avvincente caccia al più efferato dei serial killer. Una storia d’amore interamente ambientata a Trastevere. Soprattutto, un viaggio nei meandri più sconosciuti della psiche umana. Là dove, in paludi di sofferenze dimenticate, si confondono le luci e le ombre dell’identità.

(Recensione di Luigi Brunamonti 12/5/09)


ANELLI DI FUMO, la Bologna degli anni '60 di Ario Gnudi - Ed. Pendragon pagg. 215 € 14,50

Un viaggio nel tempo quello di Ario Gnudi,che rivisita la sua infanzia e la sua adolescenza in una Bologna in pieno boom economico italiano. I ricordi dell'autore sono talmente vividi, che leggendo sembra di vedere una fiction o un film, una ambientazione meticolosa, non solo dei luoghi ma anche dell'umanità di quel tempo nel suo circondario: dai tentennamenti scolastici alle prime avances con le ragazze, con tutto il pittoresco mondo di coetanei un po' sornioni, ma molto ironici e con punte di cinismo. Tutti rigorosamente con soprannomi calzanti, Renzo detto Torsolo, Marco detto Marcoglions e il roberto, detto Manetti per via di una pubblicità di saponi e profumi. Accanto a questa nutrita schiera di personaggi ruota il mondo della Bologna degli anni sessanta, della musica italiana e straniera di allora, del (mi si passi il neologismo) bacchettonismo scolastico e ancor più di quello condominiale, dove il parere di un assemblea condominiale appunto, riusciva a decretare se un inquilino era ben accetto o meno, e nel caso del meno, non gli restava altro da fare che cambiare casa.

"Momenti spensierati, come quando dal cocomeraio, di cui eravamo diventati assidui per finire le nostre serate, venivamo costantemente irrisi dallo stesso che, con termini dissacratori, ci metteva in guardia sul pericolo che correvamo nel lasciar andare le nostre fidanzate al mar da sole: il bello è che proprio una di queste, la morosa di uno ai margini della compagnia, tornò a casa incinta, e giù a ghignare tra fette d'anguria e battute irriverenti".

Le glorie della musica, dello sport, del cinema presenti come in un caledoscopio che ruota intorno ai frammenti di questa storia, fungono da istantanee Polaroid e ricompongono il mosaico di uno dei più bei decenni del scorso secolo.

(recensione di Maurizio Amici del 24/3/2009)


NONSOLOMAMMA, Diario di una mamma elastica con due hobbit, un marito part-time e un lavoro a tempo pieno di Claudia De Lillo TEA, Milano, pagg. 267, € 10,00

Della serie: “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!”.

Lei fa la giornalista finanziaria. Ha due hobbit di sesso maschile. Il più grande ha quattro anni, ama le donne, il cioccolato e il Signore degli Anelli. Il più piccolo ama le papere e le scarpe. Ha quasi due anni e in vita sua ha detto sì una volta sola e se ne è subito pentito.

Lei ha un marito part-time, barese e comunista, che passa gran parte del suo tempo a Londra, dove lavora e dove probabilmente ha una vita parallela con un’altra moglie e altri figli. Inglesi.

Insieme a mamma e figli c’è spesso la tata Valentina Diolabenedica. Abitano a Felicity Place. Intorno a loro c’è Milano. Lei ha i piedi per terra, i capelli a carciofo e un cronico senso di colpa.

Ha giornate complicate e notti impegnative. Se per sbaglio chiude gli occhi crolla addormentata. Lei è un’elasti-mamma, che ha un’elasti-vita in cui ci deve far entrare tutto, dalle coccole con i figli ai possibili tradimenti alle riunioni di team (ecco perché i sensi di colpa). Ma non è forse questa la felicità, tra un elasti-cedimento e l’altro, godendosi i piccoli hobbit che crescono e aspettando la luce in fondo al tunnel?

(recensione del 24/3/09)


Estasi culinarie, di Muriel Barbery - Edizioni e/o, pagg. 160, € 15,00

Il percorso che compie il primo romanzo di un autore, nell’attesa di raggiungere il successo presso il grande pubblico, è a volte molto particolare. La storia della letteratura custodisce e tramanda vicende - a volte vere e proprie avventure - che hanno segnato la scalata di “opere prime” dimenticate o non considerate al momento della loro pubblicazione, e successivamente riscoperte ed apprezzate dalla critica e da una vasta schiera di lettori.

Da diverso tempo siamo testimoni (e spesso lettori, quindi curiosi complici) di grandi successi editoriali e di “casi letterari”. Si tratta di opere appartenenti a generi letterari diversi che trattano storie in grado di soddisfare trasversalmente il gusto di milioni di lettori. Siamo abituati a vedere sugli scaffali dei libri più venduti opere di autori affermati ed altre, di scrittori italiani e stranieri meno conosciuti, che scalano le classifiche ufficiali per entrare di diritto nella schiera dei bestsellers. Le opere di questi autori “ignoti” al grande pubblico e che raggiungono un veloce successo, molto spesso non sono delle “opere prime”; si tratta a volte di seconde o terze “fatiche” che trascinano poi nelle classifiche opere realizzate precedentemente dagli autori stessi e che vengono tradotte e velocemente pubblicate con tirature molto alte dalle case editrici che hanno centrato l’affare.

Esistono sicuramente delle eccezioni a questa piccola analisi (si pensi al successo del romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, primo romanzo del giovane autore torinese), ma sono tanti di più i casi (in particolare opere di autori stranieri che necessitano perciò di una traduzione), in cui si è verificato e si verifica il meccanismo che si potrebbe definire dei “libri traino”.

Nel 2007 è stato pubblicato dalle Edizioni e/o un romanzo che ha riscosso un incredibile successo di vendite. Si tratta de “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, un libro che a distanza di più di un anno dalla sua pubblicazione in Italia, continua a suscitare l’interesse e l’entusiasmo di migliaia di lettori. Sulla scia del successo ottenuto da “L’eleganza del riccio” (successo mondiale dal momento che è stato tradotto in 31 lingue), alla fine del 2008 è stato pubblicato in Italia Estasi culinarie, altra opera dell’autrice francese. In Francia questi due libri sono apparsi, presso l’editore Gallimard, seguendo un ordine inverso dal momento che Estasi culinarie è in effetti precedente e in qualche modo segna la strada a “L’eleganza del riccio”, romanzo dai toni e dalle ambientazioni simili al primo, seppure più esteso e articolato.

Si può quindi affermare che, almeno per quanto riguarda il mercato italiano, il “riccio” ha trainato le “estasi” con buona soddisfazione dei lettori e della casa editrice e/o che ha scelto di promuovere un’autrice veramente interessante, e con buona pace della critica più rigida e oltranzista che, in nome di una cultura necessariamente “alternativa” ed elitaria, molto spesso associa al successo di un libro una quasi totale mancanza di qualità di forma e di contenuti.   

Si potrebbe leggere questo atteggiamento come una difesa di una letteratura ricercata, ma è sempre necessaria un’onestà intellettuale che non consenta di trasformare il piacere e il gusto della qualità in un inutile e poco sano nichilismo letterario nei confronti di una “letteratura di massa”. Vero è comunque (e l’Italia in questo è maestra in diversi settori), che il giudizio popolare (per quanto sovrano e in questo caso dispensatore del successo), non sempre rispecchia i reali valori dell’opera presa in esame. Alcuni titoli pubblicati negli ultimi anni e che hanno venduto centinaia di migliaia di copie, ad un’analisi più attenta - che consideri cioè parametri che trascendano la sola originalità e bellezza della storia narrata - sono stati forse sopravvalutati. Fortunatamente quando si parla di letteratura (nonostante lo stoico sforzo di alcuni accademici), ci si trova a discutere di una scienza meravigliosamente non esatta e quindi i punti di vista che vengono scelti per osservarla e viverla hanno al loro interno e contemporaneamente le qualità della giustizia e dell’errore.

Con Estasi culinarie ci troviamo di fronte ad un romanzo che gode della “quantità”, cioè del successo tra i lettori, ma soprattutto della qualità intesa come piacere dell’incontro con una lingua elegante e di grande intensità. Alla base c’è ovviamente l’idea di una storia originale ed interessante. Una storia dove non ci sono personaggi in movimento, dialoghi, battute e trame dagli straordinari colpi di scena, ma pensieri e riflessioni che costruiscono un tessuto di sensazioni ed emozioni veramente ben intrecciato.

Il protagonista delle Estasi culinarie è monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo. Ormai questo dispensatore di glorie ed inferni per tutti i più grandi cuochi è in punto di morte. Arthens ci parla dal suo letto, dalla sua camera nella bella casa del signorile palazzo in rue de Grenelle e segna le tappe di un viaggio alla ricerca di quel sapore sublime che, prima dell’ultimo istante, vorrebbe ricordare e assaporare. Quasi sconsolato, si rende conto di come, in una vita dedicata al sapore e alla bellezza del cibo, non sia il suo stomaco o il suo intestino ad abbandonarlo, ma un cuore che ha sempre e solo amato le delizie della cucina. E’ nel cuore quindi, in un ricordo che lo accarezzi, che cerca quel gusto dimenticato ripercorrendo alcuni tra i più intensi momenti della sua vita di critico gastronomico, dall’infanzia, quando nella cucina della nonna osservava la preparazione di piatti quasi leggendari e sognava il momento del pasto, alla maturità di esperto e rispettato giudice del gusto.

La struttura del libro alterna brevi capitoli dedicati ai ricordi di Arthens, ad altri dove a parlare sono gli uomini e le donne che lo hanno incontrato in veste di uomo, amante, marito, padre ed ovviamente critico gastronomico. I narratori che segnano il racconto capitolo dopo capitolo, consentono di scoprire lentamente monsieur Arthens, spogliandolo da ogni angolo quanti sono i punti di vista dai quali viene raccontato.

Si scopre quindi un padre mai presente, odiato dal figlio che gli imputa i suoi fallimenti di uomo e dalla figlia che non ha mai saputo la sua dolcezza; un marito autoritario, quasi intoccabile e che alimenta nella moglie un logorante senso di reverenza nei suoi confronti; un amante carico di fascino, circondato da attenzioni che sono a volte per l’uomo, a volte per il potere che l’uomo gestisce. C’è poi la testimonianza di personaggi che hanno incontrato Arthens una sola volta o tutti i giorni come la domestica e la portiera curiosa e carica di popolare incomprensione per i “modi da ricchi”; giovani cuochi graziati o terrorizzati da un giudizio definitivo ed inappellabile; addirittura ci sono anche il gatto che traccia un ricordo del padrone visto con occhi felini e coccolati e la statua di una Venere che arreda lo studio privato, testimone di momenti di scrittura e commento ad una vita di piatti e pietanze.

E poi c’è Arthens, immerso in questo suo viaggio nel tempo, nella ricerca fatta di sensazioni ed epifanie del gusto, dove il lettore scopre l’uomo forte e potente capace di raccontare vissuti e ricordi con le parole che gli innamorati dedicano ai loro desideri. In questo alternarsi di punti di vista, la Barbery traccia delicatamente ma con decisione i sentieri che conducono tra le grandezze pubbliche e le miserie private di un uomo che scopriamo nudo in tutte le sue parti e che, in quelle parti può essere considerato un campione di tutta quella umanità che in fondo non è ciò che appare.   

Ciò che contribuisce a rendere Estasi culinarie un piccolo gioiello è sicuramente il linguaggio e la scelta che la Barbery fa delle parole. Estasi culinarie è in effetti un vero esercizio di scrittura, dove l’autrice si sperimenta con registri linguistici differenti a seconda di chi è il protagonista-narratore di quel momento. Ecco quindi lo stile di Arthens, elegantissimo e carico di termini precisi che disegnano tavole imbandite e spargono profumi; la lingua dolce di una moglie dimenticata, l’irruenza e il turpiloquio del figlio e la rassegnazione della figlia. Ci sono poi tutti quei personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti e che quindi utlizzano una lingua che si potrebbe definire d’appartenenza ad un certo ambiente; perfino il gatto , abituato al lusso di una grande e comoda casa, sembra “parlare” una lingua ricercata.

Estasi culinarie è un testo da “gustare” anche per questo aspetto stilistico - se si vuole più tecnico - ma che rende l’intero libro una vera preziosità nel panorama delle novità di questo momento. Per rendere così bene questi caratteri linguistici nella lingua italiana, bisogna ringraziare le eccellenti traduttrici dal francese Cinzia Poli (per le parti dedicate ad Arthens) ed Emanuelle Caillat (per gli altri personaggi).

Estasi culinarie è un romanzo particolare, veloce alla lettura e sicuramente apprezzabile da chi

- giustamente -  sostiene che per fare un bel libro non basta solo una storia interessante: bisogna soprattutto saper scrivere.

(Recensione di Nicolò Sorriga 16/3/09)


  

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