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ultimo aggiornamento martedì 9 febbraio 2010
 


 

 

In questa pagina trovate recensioni di:

Il castello dell'acqua
di Leonardo Franchini

La rizzagliata
di Andrea Camilleri

 

Il codice del silenzio
di Barry Eisler

Qui muore Puccini
di Stefano Cecchia

La moresca e la pantera
di Emilio Sarli

Solo la penombra
di Carlo D’Alessio

Lezione di nuoto,
di Valentina Fortichiari

La storia obliqua,
di Giuseppe Tramontana

La finestra dei Rouet
di Georges Simenon

Commissario Livia
di Silvestra Sorbera

La bussola di Noè
di Anne Tylerm

L’ombra del leone
di Steve Berry

Attacco dal mare,
di Ted Bell

Celeste Aida. Una storia siciliana
di Marinella Fiume

Dentro la foresta
di Roddy Doyle

La quinta donna
di Henning Mankell

Il tredicesimo petalo
di Luca Trugenberger

Anelli di fumo
di Ario Gnudi

Nonsolomamma
di Claudia De Lillo

Estasi culinarie,
di Muriel Barbery

Hawaladar,
di Decimo Alcatraz

Allah non è mica obbligato,
di Ahmadou Kourouma

La mia casa di campagna
di Giovanni Comisso

Per esclusione,
di Andrea Novelli e Giampaolo Zarini

Il manoscritto di Dio,
di Michael Cordy

SPY,
di Ted Bell

Rendez-vous
di Christine Angot

Mare Notte,
di Donatello Bellomo

Navi, puttane e lettere da casa,
di Fabrizio Pitton

Inferno,
di Gianfranco Marziano

Genesi oltre la luce,
di Mario Cambi

Non vogliamo male a nessuno - AA.VV.

La ragazza dei corpi,
di Chelsea Cain

La lista di Carbone,
di Christiana Ruggeri

Tsotsi
di Athol Fugard

Ultimi frammenti di un lungo viaggio
di Christiane Singer

La somma dei giorni
di Isabel Allende

Dietro quel delitto di Ian Rankin

Il venditore di armi,
di Hugh Laurie

 


In archivio trovate:

Il giovane Tiziano di Michele Leoni

Morte tra le rovine
di Carlo Bui

La Grammatica di Dio,
di Stefano Benni

LADRI DEL PARADISO
di Richard Doetsch

NIENTE BACI ALLA FRANCESE
di Paolo Reversi

SCACCO MATTO
di Jostein Gaarde
r

IL LIBRO DEL FATO
di Brad Meltzer

GIU' LE MANI!
di Giuseppe Maiolo

L’AUTOBUS DEL BRIVIDO 4
di Paul Van Loon

QUANDO BABBO DIVENTO’ NATALE
di Andrea Valente

LA FONDAZIONE BANCROFT
di Robert Ludlum

MARUZZA MUSIMECI,
di Andrea Camilleri

INKIOSTRIK
di Ursel Scheffler

LA REGOLA DEL SOSPETTO
di Mark Billingham

NEXT
di Michael Cricthon

DANNY L'ELETTO
di Chain Potok

SPECIALE


Stefano dell'Orco, un bravissimo montatore TV ci parla del suo lavoro in uno "speciale" di Maurizio Amici sul montaggio televisivo

.


Nella sezione Archivi troverete l'elenco completo, mese per mese dei libri che abbiamo recensito, le notizie degli editori, le interviste con gli autori


Invia i tuoi commenti su uno dei libri che abbiamo recensito, saremo lieti di publicarli su Pagine di libri.



Il castello dell'acqua, di Leonardo Franchini - AlcionEdizioni pagg.212 Euro 26,00 (ISBN 978-88-89907-40-5)

E' una storia, quella di Sabina, che corre lungo tutto il 1900, attraversa un secolo di eventi e di grandi emozioni come un raggio di luce che va ad illuminare la grande umanità della protagonista.

Inizia da lontano, in una famiglia povera che fa i conti con la depressione dei primi decenni del secolo scorso, in un affresco di campagna del nord est dove la vita e la morte convivono perfettamente e dove l'unico vero dramma è quello della fame che si consuma ogni giorno. Sabina è alle prese con una ulteriore maternità della madre, con un padre malato che presto la lascerà e una sorella più piccola ed un fratello che si spacca la schiena per cercare di tirare avanti. Nella ricerca di un miglior benessere, ma soprattutto per la necessità di sfamare una bocca in meno, Sabina viene messa a servizio presso una facoltosa famiglia romana.Fare la "Serva" da signori ricchi e potenti la fà sentire elevata ad un rango importante. Sul lavoro incontrerà l'unico amore della sua vita, presto chiamato alle armi per il secondo conflitto mondiale.

Leonardo Franchini tratta questa storia con pennellate umani e sociali, attraverso le righe del suo romanzo si rivivono l'evoluzione dei trasporti, la fame, la miseria ed il boom economico, la fedeltà ed il rigore morale che era il partimonio di una gente che oggi sembra estinta da millenni. Ma è una storia che si fa leggere tutto di un fiato, che emoziona e commuove, una storia fatta di sogni, speranze e duro lavoro, di caparbia tenacità che premia l'impegno ma che non lenisce i dolori per le sofferenze che la vita ci riserva.

Un bellissimo romanzo che si fa leggere e rileggere, che consiglieremmo alle persone a cui vogliamo bene, perché di una storia d'amore, di profondi affetti e di sudati successi c'è sempre bisogno nel nostro cuore.

(Recensione di Maurizio Amici 9/2/2010)


La rizzagliata, di Andrea Camilleri - Sellerio Editore pagg. 210 Euro 13,00

Che cosa sia la "rizzagliata" Camilleri lo spiega alla penultima pagina, quindi non starò qui a dirlo per non ricevere gli improperi di chi avventurerà nella lettura dell'ultimo romanzo del grande scrittore siciliano. Camilleri per questo suo racconto ha abbandonato il commissario Montalbano e dalla sua Licata si è spostato a Palermo, all'interno della redazione del telegiornale regionale della RAI dove un caporedattore è alle prese con un vice rampante e con giochi di potere come al solito molto grandi. Stavolta la "mafia" da i suoi segnali da Roma, dai palazzi del potere. Un cadavere di una ragazza, un fidanzato indagato, una famiglia potente alle sue spalle. La politica è un corollario dalle tinte forti in questo caso, la polizia molto grigia nei toni se ne sta in disparte. Ma come accade nella realtà è il mondo dell'informazione a scavare, a fare i processi in TV, a condannare o assolvere qualcuno prima che lo faccia la magistratura.

Il nostro caporedattore è persona acuta, sembrerebbe parente di Montalbano, e sebbene viva con dolore una separazione da una moglie che amava, non si sottrae al piacere della carne con la moglie di uno dei suoi redattori, proprio l'arrampicatore che deve tenere a bada. Indagando sull'omicidio (ispirato al giallo di Garlasco per stessa ammissione di Camilleri) il protagonista raccoglie suggerimenti su come gestire le informazioni avute da colleghi e su come collocarle nel giusto modo all'interno del telegiornale.

La storia è coinvolgente come solo quelle di Camilleri sanno esserle e i riferimenti che è solito fare nei suoi libri lascerebbero pensare che nella RAI del capoluogo siciliano avvengano effettivamente certe tresche. Ma Camilleri naturalmente nella nota di postfazione dice di non conoscere la RAI di Palermo, di non esserci mai stato, anche se nella RAI di Viale Mazzini c'è stato eccome per parecchi anni, come dipendente e come autore. Chissà se è proprio vero. Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, come al solito. Scritto in una lingua meno ostica per gli allergici al siciliano che però è musica
per chi ama le atmosfere di una delle terre più belle d'Italia.

(Recensione di Maurizio Amici 20/1/2010)


Il codice del silenzio di Barry Eisler Garzanti Milano pp 341 Euro 18.60

Silicon Valley: l’eccentrico inventore di una nuovo software viene ucciso nel corso di un apparente regolamento di conti tra trafficanti di droga. Nel frattempo, a Istambul un cinico agente sotto copertura riceve una drammatica telefonata da parte del fratello che non vede da tempo, un avvocato convinto di essere la prossima vittima. E’ così che sulle rampe inondate di sole della Sand Hill road, centro economico e tecnologico della California vecchi rancori familiari tornare improvvisamente a far male tra due fratelli che non condividono altro che il sangue e che si trovano di colpo a combattere fianco a fianco contro un nemico senza volto.

Alex Treven ha sacrificato tutto sull’altare di una unica ambizione: quella di rendere sempre più importante la sua società di alta tecnologia, ma poi l’ideare di una nuova tecnologia che Alex sta viene ucciso, così come il responsabile della concessione sul brevetto che avrebbe dovuto proteggerlo. Lo stesso Alex sfugge miracolosamente ad un attentato nella sua abitazione ed a quel punto decide di ricorrere all’ultima persona al mondo a cui avrebbe mai chiesto aiuto suo fratello. Ben Trevor è un militare sotto copertura facente parte di una elite, un soldato pagato per “trovare, risolvere ed eliminare” obiettivi di alto valore strategico nell’ambito della guerra globale degli Stati Uniti contro il terrorismo internazionale. Disincantato dalla decadenza del proprio paese, Ben vive una vita nell’ombra perché non conosce altro che il mondo delle operazioni sotto copertura e non potendo trovare conforto neanche nella famiglia che, con l’unica eccezione del fratello che non gli rivolge più la parola da quando è morta la loro sorella, non esiste più.

Ma il sangue conta ancora qualcosa e quando Ben riceve la drammatica richiesta di aiuto di Alex, parte subito per San Francisco. Solo a quel punto Alex gli rivela che c’è un altro protagonista della vicenda a conoscenza della nuovissima tecnologia: Sarah Hosseini, una giovane avvocatessa d’origine iraniana che Alex è da sempre segretamente innamorato e per la quale ben nutre da subito una viscerale antipatia. Mentre i tre cercano di identificare la minaccia che attenta alle loro vite, Ben e Alex sono costretti a riesaminare gli eventi che hanno condotto alla loro separazione e questo, anche per la presenza di Sarah, non fa altro che approfondire il solco tra di loro. Il Codice del Silenzio è un thriller estremamente coinvolgente sia dal punto di vista emozionale che da quello politico che non mancherà di appassionarvi e che vi condurrà al centro di un complotto di cui solo  tre persone potranno trovare la soluzione. Tre persone delle esperienze e dalle motivazioni diverse, ma che prima di affrontare il nemico esterno dovranno trovare il modo di sopravvivere le une alle altre.

Questo nuovo thriller di Barry Eisler è stato campione di vendite negli Stati Uniti e mette in scena una realtà inquietante e oscura, sorprendentemente simile a quella del mondo che ci circonda.

(Recensione di Luigi Brunamonti 19/1/2010)


Qui muore Puccini di Stefano Cecchi. Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, pp. 288, Euro 15.00

La prima di Turandot va in scena alla Scala il 25 aprile 1926, ma termina senza un finale: è stata lasciata incompiuta dal maestro Giacomo Puccini, morto nel novembre del 1924. Ma il finale, scopriamo nelle pagine di questo romanzo, era stato scritto poco prima della morte nella villa di Torre del Lago, dove Puccini si ritirava alla ricerca di ispirazione nei suoi ultimi anni. Nella stessa sera piovosa in cui erano state composte, quelle pagine di musica finiscono nelle mani di una diciannovenne piombata misteriosamente in casa del maestro, in fuga da una squadra di fascisti. E' lo stesso Puccini a consegnarle la musica, per averne un gudizio, ravvedendo nella giovane l'amore per la musica e la genuinità sfrontata della giovinezza. Il mattino dopo, la misteriosa Mara è scomparsa insieme con le preziose pagine. Perché? E come è coinvolta nei fatti sanguinosi avvenuti quella stessa sera a un posto di blocco delle camicie nere? Il maresciallo Risaliti, in nome dell'amicizia che lo lega a Puccini, accetta di condurre per conto prorio un'indagine alla ricerca delle pagine che il maestro vorrebbe riavere indietro, così come vorrebbe rivedere quella misteriosa ragazza. L'indagine si snoda attraverso l'intrico di mezze verità e bugie, tra Viareggio e Firenze, nell'Italia degli anni Venti ancora in bilico tra i movimenti operai e la dittatura.

Con uno stile talora colloquiale, infarcito di amabili espressioni dialettali toscane, talora dolorosamente poetico, l'autore traccia un ritratto nitido di quell'Italia ma anche dei conflitti senza tempo dell'animo umano: gli ideali, la viltà, l'arte, l'estremismo, la violenza, il coraggio giovanile e il dolore rassegnato degli anziani. Un libro da gustare e per cui commuoversi, come per le struggenti musiche della Turandot.

(Recensione di Linda Sartini del 19/1/2010)

www.stampalternativa.it - redazione@stampalternativa.it


La moresca e la pantera di Emilio Sarli, Edizioni Del Poggio - Poggio Imperiale, pagg. 121 Euro 9,00

La mia propensione all’analisi delle tematiche territoriali sotto il profilo giuridico, storico e ambientale mi porta, sovente, nel cuore di vicende che si snodano nei luoghi della nostra Penisola. Così, nell’anno 2007 mi sono trovato nel bel mezzo di una contestazione ambientalista contro le ricerche del petrolio nel Val di Noto, che hanno suscitato un clamore particolare anche a seguito dell’appello dello scrittore Andrea Camilleri lanciato sul quotidiano “La Repubblica” del 7 giugno 2007, con il titolo: “Salviamo il barocco dal petrolio”. Le questioni agitate nella società civile e gli avvenimenti relativi mi hanno subito coinvolto, al punto da indurmi al racconto delle storie del libro, sullo sfondo accattivante dei paesaggi siciliani che suscitano in me sempre profonde emozioni: perché, ritengo, la Sicilia non è solo un’appendice geografica preziosa per storia, arte e natura, ma un luogo culturale da sempre e per sempre foriero di suggestioni letterarie e poetiche.

Queste sono state le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro, del quale riporto una breve presentazione.  

Tra le ricorrenti questioni ambientali e territoriali che tormentano la nostra penisola, legate alla realizzazione delle grandi opere per la modernizzazione del Paese, alla costruzione di impianti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, per la rigassificazione e la produzione di energie rinnovabili, per l’approvvigionamento idrico e l’estrazione delle materie prime, vi è anche quella della ricerca degli idrocarburi in alcune aree del sottosuolo caratterizzate da ingenti riserve. Un singolare clamore ha suscitato negli ultimi tempi la vicenda delle ricerche di gas e di petrolio nel Val di Noto, ingarbugliata tra concessioni e revoche amministrative, ricorsi e decisioni giudiziari, cominciamenti e sospensioni di lavori, volontà istituzionali sofferte e percorsi legislativi incerti, appelli mediatici del mondo culturale e rivendicazioni dei settori produttivi, manifestazioni pubbliche di protesta e di proposta.   

Sullo sfondo magico di paesaggi di luce e di mare, e delle suggestioni accattivanti di nature e di culture che impreziosiscono l’isola del sole, nel romanzo s’intreccia la narrazione di storie personali e collettive, e di fatti e misfatti che rivelano i fronti di discussione generale oggi più diffusi e significativi, quali: la difficile scelta delle comunità locali tra la tutela dei valori culturali e ambientali e le opportunità di crescita e di lavoro collegate allo sfruttamento delle risorse naturali; il persistente dibattito nel variegato mondo dell’ambientalismo, che si snoda tra variabili impostazioni fondamentaliste, realiste o possibiliste; le ansietà dell’umanità per l’equilibrio fragile della biosfera e per l’esaurimento delle risorse naturali, alimentari ed energetiche; la faticosa affermazione del diritto all’ambiente delle future comunità viventi, tra percorsi accidentati di crescita economica, di sviluppo sostenibile o durevole, di economie solidali, di opzioni zero, di decrescita.

E una domanda fondamentale rimbalza, tra le tante altre, sul palcoscenico di pietra della rinata cattedrale abbagliata dal sole troneggiante sui declivi del Meti: si può sacrificare un territorio alla conservazione dell’esistente per non cancellare una memoria storica o un’identità culturale? Si può rinunziare alla crescita sociale per non incidere ancora su una risorsa naturale esauribile e per non degradare una sembianza pregevole di paesaggio? E’ perseguibile la strada di uno sviluppo basato esclusivamente sulla fruizione ecocompatibile delle risorse ambientali e paesaggistiche di un luogo? E’ sostenibile il percorso di una economia plurale fondata sia sulla valorizzazione che sullo sfruttamento del patrimonio naturale?

In definitiva, l’antagonismo tra la moresca, specie del carrubo simbolo verdeggiante della terra del miele e del barocco, e la pantera paradigma del progresso senza limiti e della crescita irrefrenabile, finisce per diventare la metafora delle grandi questioni del nostro tempo che riguardano il pianeta che cambia, gli interessi economici e sociali contrapposti al fronte, la diversità dei valori e delle concezioni culturali in campo, le difficoltà delle scelte istituzionali, l’informazione e il controllo del sapere.

(a cura dell'Autore 17/1/2010)


Solo la penombra  di Carlo D’Alessio - Lampi di stampa - € 11.00

Eisenach, Repubblica Democratica Tedesca, 9 novembre 1989. Il giorno della caduta del Muro di Berlino. Ma la mattina fredda e luminosa in cui Werner, maestro elementare in pensione, esce di casa con il suo cane, ancora nessuno sa quale piega epocale prenderanno gli accadimenti nel giro di poche ore. Sono piuttosto fantasmi, generati dal perimetro velenoso di una memoria che Werner ha cercato di anestetizzare con paziente disciplina nel corso degli anni, quelli che tornano imprevedibilmente a urtare in modo sempre più insistente il suo fragile universo di rimozioni e assenze.

D’altronde che cosa resta a un uomo – a un tedesco – che ha attraversato, apparentemente indenne, l’esperienza tragica del nazismo e poi quella cupa e soffocante del socialismo reale? Nulla, sembrerebbe di poter concludere scorrendo le pagine di questo libro, in cui i motivi legati alla dolorosa intimità del protagonista si intrecciano alla prospettiva più vasta di alcuni degli eventi simbolo della storia del XX secolo, conferendo al romanzo un respiro europeo. Nessuno può più ritenersi innocente, nulla è rimasto inviolato. Neppure la memoria. “Come se tutto si fosse a un certo punto inaridito ed essiccato, riducendosi a un fossile che lui riconosceva ma di cui non era in grado di comunicare a nessuno – neppure a se stesso – il vero significato. […] Tutto il molteplice chiarirsi del destino individuale, attraverso gli innumerevoli fili che ci legano ad altri destini e a un tempo e a dei luoghi […] si rivelava a Werner nella sua reale densità emotiva solo a volte, in ricordi violenti e improvvisi o nella urgenza terribile e incerta dei sogni che lo trascinavano in una regione remota e senza chiarori.”

Da qui l’incapacità di Werner a stabilire un legame emotivo con gli altri, i figli in primo luogo, che ha allontanato da sé fino a renderseli estranei e ostili, nella speranza che l’oblio potesse affogare in una cecità senza redenzione il suo nome e il ricordo degli orrori di cui è stato una delle involontarie comparse. “La vita era – lo percepiva chiaramente – uno spreco inesauribile. I fiocchi continuavano a scendere a ondate sempre più fitte. Presto avrebbero ricoperto le strade e le case con un cuscino di piume, avrebbero cancellato le ultime presenze umane, avrebbero imposto il silenzio alle luci. Avrebbero riconsegnato lui alla voce silenziosa della terra.”
Ma ora che la storia sembra rimettere tutto in discussione e le immagini televisive mostrano la caduta del Muro con una violenza festosa che varca ogni barriera, quello che ai più appare come l’alba di un mondo nuovo fa riemergere in Werner paure e turbamenti a stento tenuti sotto controllo. Così anche l’apparizione di una misteriosa figura di giovane (un’allucinazione legata al mondo della memoria o il sinistro monito della feroce rappresaglia che una dittatura in agonia potrebbe ancora mettere in atto?) scatena in lui sussulti profondi che lo costringono a portare a nudo una verità a lungo celata, in una resa dei conti che assume nelle pagine conclusive del romanzo un ritmo sempre più teso, destinato a risolversi in un inaspettato finale.

(proposto dall'Autore 12/11/2009)


Valentina Fortichiari

Lezione di nuoto, di Valentina Fortichiari, ed. Guanda, pp. 174 € 13,00

In vacanza con un trasgressivo mito del Novecento

Deliziati dal gioco letterario tra verità e verosimiglianza, leggiamo tutto d’un fiato Lezione di nuoto di Valentina Fortichiari, milanese, da anni impegnata nel mondo dell’editoria della sua città. Proprio per questo suo impegno, i maliziosi potrebbero pensare che all’autrice sia stato agevole pubblicare e quindi ottenere il Premio Letterario Basilicata per la narrativa, ma questi malfidenti pensieri verranno subito cancellati, leggendo un romanzo tanto delicato e arioso che sa condurci in una luminosa Bretagna anni Venti in compagnia di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954), trasgressivo mito letterario del Novecento e del suo entourage preferito tra cui notiamo la sua segretaria Hélène Picard, il suo figliastro Bertrand e la piccola Bel-Gazou di cui la grande scrittrice francese non seppe essere madre nel senso tradizionale della parola.

Pregio della Fortichiari, tra l’altro, è quello di addolcire le asprezze di una donna vissuta al di là del bene e del male, esprimendosi con una grazia narrativa tale da alleviare ai nostri occhi di lettori le scabrose tendenze di una protagonista del mondo letterario e non solo, fin de siècle.

Non essendo un romanzo storico, ma uno spicchio di vita rielaborato e immaginato dalla penna di chi ha svolto attività agonistica come nuotatrice, le pagine della Fortichiari, confortate anche dall’attento studio di importanti biografie come quelle di Guy Ducrey e Judith Thurman – solo per citarne due fra tutte – sanno regalarci una verosimile tranche del vissuto di Colette, mescolata a verità, dal momento che i soprassalti del cuore e della carne della intemperante francese non esitarono nella realtà ad approdare all’incesto, previsto nel suo famoso romanzo Chéri e realmente vissuto col figliastro Bertrand.

Candidamente morbosa, la Colette della Fortichiari ci fa immergere in acqua col figliastro, iniziato all’amore da una matrigna divertente ammaliatrice anche di noi lettori come lo è stata leggendola nel suo pruriginoso ciclo delle Claudine , quando ci ha fatto “entrare nei più inconfessati segreti della carne” – come di lei ha scritto Proust..

Sentiamo, in questa nostra lettura, il profumo del mare, la magia delle bracciate tra le onde, la voluttà amorosa che si fonde e confonde con quella del piacere per il nuoto.

Pregio notevole del romanzo, ioltre,  a nostro avviso - al di là dell'eleganza lessicale -, è l’aver saputo ricostruire il circolo intellettuale di una delle più importanti penne al femminile, per cui attorno alla protagonista vediamo palpitare una miriade di nomi noti di scrittori del suo tempo, tanto che – per associazione d’idee - ci vien fatto di pensare al Circolo di Bloomsbury di woolfiana memoria, anche se là eravamo nell’algida Inghilterra e qui, invece, in una Bretagna fulgente di luce, coinvolti dall’incanto di una vacanza dove tutto è possibile, persino giustificare sentimenti aberranti, perché la Fortichiari è dotata – scrivendone – di una levitas che sa farci dimenticare anche considerazioni moralistiche.

(Recensione di Grazia Giordani 5/11/09)


La storia obliqua, di Giuseppe Tramontana, Gruppo Editoriale Kimerik, pagg. 368  € 15,00 (ISBN: 978-88-6096-332-1)

La terra di Sicilia, con i suoi personaggi passionali e i suoi ambienti ostili, fa da sfondo a questo primo romanzo di Giuseppe Tramontana. L’autore, salvando la “verosimiglianza storica”, come dice Curzio Malaparte, ha lavorato sul materiale vivo che l’esperienza concreta in terra di Sicilia gli ha fornito, ma arricchendola con vicende di carattere ultra siciliano, spaventosamente globali e crudeli: come dire, la Sicilia è un laboratorio di globalizzazione, anch’essa… L’improvviso ribaltamento della vicenda nell’ultimo capitolo altro non è che una sorta di scarto dialettico che proietta il lettore ad un piano di tragicità superiore, più complessa, più devastante, più totale, più vera: la Sicilia diviene metafora di ogni angolo del pianeta

(segnalazione a cura dell'Editore 4 novembre 2009)


La finestra dei Rouet di Georges Simenon, (titolo originale: La fenêtre des Rouet, traduzione di Federica di Lella e Maria Laura Vanorio),  Adelphi, pp. 177, euro 18,00

Scritto nel luglio del 1942 e apparso a stampa nella primavera del 1945,  ci viene ora riproposto da Adelphi che prosegue la pubblicazione delle opere di Georges Simenon (1900-1989) iniziata nel 1985 con  Lettera a mia madre.

Da allora a oggi Adelphi ci ha dato modo di gustare più di venti romanzi di un autore dotato di singolare talento, tardivamente apprezzato dalla critica mondiale e ci chiediamo ragione del capriccio editoriale per cui il volume antologico Romanzi in copertina azzurra, sia ancora fermo al primo numero, privando gli appassionati  del grande belga dei numeri successivi.

Unico nel saper descrivere atmosfere, facendoci odorare profumi ed afrori, capace di indurci ad udire voci e suoni, gustando la musica della vita, mentre respiriamo il clima dei suoi personaggi, con questo suo romanzo intriso di ipersensualità, Simenon ci porta, in un  soffocante pomeriggio parigino, all’interno di un appartamento di Faubourg Saint-Honoré, dove Dominique – protagonista della narrazione – sta rammendando un suo troppo già rammendato vecchio vestito.

Orfana di un generale e di una madre dolcissima – quintessenza del modello di femminilità mite e rinunciataria dei suoi tempi – Dominique, ormai quarantenne, vive dell’esistenza altrui, origliando nelle vite della casa e della strada, non  avendo una vita propria. Al di là della sottile parete che divide la sua stanza da quella attigua, avverte il rapporto amoroso di una giovane coppia cui ha affittato l’abitazione e ne immagina i voluttuosi gesti come se li vedesse «carne contro carne».

Nello specchio dell’armadio, prima di provarsi l’abito  consunto, ormai rammendato sui rammendi, guarda il suo corpo – mai sfiorato da mano maschile – ancora fresco corpo d’adolescente, nonostante i suoi quarant’anni, compiangendo se stessa per il suo ingeneroso destino.

Il suo precipuo interesse è ormai quello di spiare, nelle finestre di fronte, la ricca famiglia dei Rouet, proprietari non solo del palazzo in cui abitano, ma di buona parte delle abitazioni della via. Per ore e ore Dominique spia le loro vite: quella dei vecchi al piano di sopra e quella di Hubert – costretto malato in un letto – e della sua carnale ed irrequieta consorte, la bella Antoinette che sfoggia costosi vestiti e non  dimostra affetto nei confronti dell’incolore marito, cui non si appresta a somministrare la salvifica medicina durante uno spasmodico accesso della sua malattia.

Scontenta della sua vita, Dominique subisce un  curioso transfert con la vita di Antoinette, una vita «prolibita» che sentirà sempre più sua, divenendone ossessionata in maniera sottilmente perversa.

Esperto di tortuosità psicologiche, l’autore ci porta dentro le contorsioni dell’animo di questa involontaria zitella, frugando nei suoi ricordi, nei suoi insoddisfatti desideri, fino a un triste epilogo a sorpresa che suggella uno splendido romanzo.

(Recensione di Grazia Giordani 15/9/2009)


Commissario Livia, di Silvestra Sorbera - Tracce, pagg. 62 € 12,50

L’opera prima racconta la storia di Livia Solari commissario in un piccolo paese del sud della Sicilia che si trova alle prese con un caso complesso.

Due giovani fidanzati sono stati rinvenuti uccisi dentro la propria auto teatro del loro appuntamento serale. Durante gli interrogatori emergono intrighi inaspettati e realtà imprevedibili che sembrano implicare traffici illeciti. La protagonista del romanzo, il Commissario Solari, è una donna tutta d’un pezzo che, alle prese con un lavoro spesso considerato “da uomo”, non rinuncia alla propria femminilità. E’ una donna a tutto tondo in casa come al lavoro, la “virilità” di Livia viene espressa in ogni momento del racconto specie quando è in commissariato, un luogo tutto al maschile dove lei è riuscita a farsi largo.

Il racconto, scritto in maniera semplice e lineare è quasi scenografico, fatto di dialoghi serrati e scarno di particolari al fine di lasciare al lettore la possibilità di immaginare sia i luoghi quanto i personaggi. La trama, riporta ad eventi tragici che attualmente hanno riempito le pagine di cronaca nera dei vari giornali a tiratura nazionale e non solo.

Gli echi letterari permeano tutto il testo, a partire dal nome della protagonista, Livia, omaggio che l’autrice ha voluto fare al suo scrittore preferito, nonché conterraneo, Andrea Camilleri, (Livia infatti è l’eterna fidanzata del Commissario Montalbano), per non parlare poi del gioco delle parti dai forti echi pirandelliani.

(15/9/2009)


La bussola di Noè di Anne Tyler, Guanda, pp.253, euro 16,00 (traduzione di Laura Pignatti)

Ancora una storia minimalista dell’agrodolce Anne Tyler, «La bussola di Noè» è il nuovo romanzo agrodolce della scrittrice statunitense che nel 1989 ha guadagnato il Pulitzer Prize col suo undicesimo romanzo «Lezioni di respiro» e che continua a mietere successo con la sua impietosa ironia, costellata da intuizioni illuminanti.

Questa volta protagonista maschile è un uomo in tono minore, Liam Penniwell, un forzato al pensionamento che – sessantenne – con l’accorpamento delle due quinte elementari, dove insegnava a Baltimora, perde il posto, soffiatogli da un maestro più giovane. Ma Liam non fa tragedie, rassegnato alla legge della vita, poiché sa bene, per esperienza, che in queste fusioni qualcuno deve rimetterci le penne. Anzi, l’idea della pensione dai più temuta come una fase mortificante della vita, lo induce a fare progetti “con un entusiasmo che non provava da anni”. Ora spera di potersi dedicare alle sue letture, riconquistando spicchi di vita perduta. Comincia col cambiare casa, scegliendo un appartamentino in zona popolare. E mal gliene incolse, perché uno sconosciuto lo aggredisce di notte con un colpo alla testa, regalandogli un amaro risveglio in un letto d’ospedale. Amnesia assoluta dell’accaduto per lo sventurato insegnante che ha completamente rimosso l’incidente, divenendo ossessivo nei confronti della memoria. Quella rimozione del fatto  doloroso equivale, ai suoi occhi, a un furto di un pezzetto della sua vita. L’agognata solitudine su cui tanto aveva costruito speranze, gli è sempre più insidiata dalla seconda moglie da cui aveva divorziato, dalle figlie che gli ronzano intorno, la primogenita corredata di prole nata e nascitura. Kitty, la figlia minore decide addirittura di stabilirsi in pianta stabile a casa sua, visti i litigi con la  madre. Non c’è pace per l’anziano professore che si figurava di trascorrere l’incipiente vecchiaia soprattutto a pensare, visto che”per il suo ultimo lavoro aveva usato a malapena il dieci per cento del suo cervello”.

Per soprammercato, come se non bastasse, c’è l’incontro con Eunice, una prosperosa e ingenua ragazza, complessata  dal non aver potuto mettere a frutto la sua laurea in biologia, contentandosi del ruolo di “rammentatrice”, ovvero di memoria esterna ad un anziano imprenditore che sta diventando smemorato, prendendo per lui appunti alle riunioni e ricordandogli impegni e scadenze, ma anche i nomi dei clienti per mascherare il suo increscioso deficit. Alla Tyler piacciono queste situazioni surreali a cui sa regalare normalità, divertendo il lettore. E così Liam che pensava  di aver definitivamente chiuso con amore e sesso, si sente preso da questa donna che potrebbe essergli figlia. Quindi non mancano certo le note divertenti, viste le continue intrusioni nel bilocale delle donne di famiglia, tutte prese dal procurargli una nuova occupazione. Eunice si spinge addirittura a confezionargli un curriculum, divenendo irritante con le sue pressanti e non richieste premure.

Al sopraggiungere dell’estate, l’amore si scioglie, finisce nel nulla, ultimo raggio di sole nella vita spenta e monotona dell’insegnante in pensione. Quando meno ce lo saremmo aspettati, il nostro professore – che aveva prestato servizio alle scuole elementari, ma in realtà vantava una laurea in storia e filosofia-, sente spontaneamente l’esigenza, non più manipolato e pressato da altri, di svolgere il ruolo di zayda che nella lingua yddish, significa maestro d’asilo. Ed è qui che si accorge di saperci fare coi bambini piccoli, quasi rinascendo a nuova vita.

Impossibile riassumere degnamente un romanzo della Tyler, costretti a privarlo delle sue puntatine ironiche, del suo humour dolce-amaro che sa vivacizzare situazioni apparentemente irrilevanti, traducendo in personaggi succosi uomini e donne che sarebbero di per sé antieroi. Già in «Turista per caso», divenuto poi soggetto di un celebre  film, o in «Un amore paziente” o ne «La figlia perfetta» avevamo rilevato gli stilemi puntuti di questa originale e vivacissima autrice.

(Recensione di Grazia Giordani del 15/9/2009)


L’ombra del leone di Steve Berry -  Casa Editrice Nord – 2009 – pp. 473 – Euro 18.60

Nel 323 a.C., dopo aver conquistato la Persia, Alessandro il grande pianta le sue insegne sull’Arabia, ma muore per una febbre misteriosa. La localizzazione della sua tomba, a tutt’oggi sconosciuta, rappresenta da allora un richiamo irresistibile sia per gli archeologi che per i più prosaici cacciatori di tesori ed è proprio in questo senso che và letta questa avventura che prende letteralmente fuoco sconvolgendo l’esistenza dell’ex agente del Dipartimento della Giustizia Cotton Malone, passato ora ad occuparsi di libri antichi. Dopo esser sfuggito fortunosamente al rogo di un museo danese, Cotton apprende dalla sua amica Cassiopea Vitt, una stupenda avventuriera, che l’incendio non era stato né un incidente né un caso isolato, ma una fase di un disegno diabolico in grado di scatenare un inferno di innaturale violenza.

Dalle ceneri della vecchia Unione Sovietica sta sorgendo infatti una nuova nazione riunita nella federazione degli Stati Asiatici con al timone Irina Zovastina, una spietata despota con un gran talento per l’alta politica, il gusto per il sangue ed il desiderio di superare Alessandro il Grande e divenire l’ultimo conquistatore della storia. Con l’appoggio segreto di potenti alleati, la Federazione ha ammassato un micidiale arsenale di armi batteriologiche in grado di decimare intere nazioni e l’unico motivo che impedisce alla Zovastina a scatenare l’inferno sulla Terra è l’esistenza di un siero miracoloso la cui formula è contenuta in un puzzle antichissimo nascosto appunto nella tomba di Alessandro. Insieme, Cotton e Cassiopea lottano contro il tempo passando dalle coste della Danimarca alle calli di Venezia per giungere alla resa dei conti tra le montagne del Pamir, in Asia centrale, dove chi arriverà per prima alla tomba perduta potrà decidere il destino di centinaia di milioni di persone.

(recensione di Luigi Brunamonti 25/8/09)


Attacco dal mare, di Ted Bell – TEADUE – 2009 - pp. 549 – Euro 8.90

Chi almeno una volta non ha sognato di essere nei panni di uno di quegli agenti segreti in grado di cavarsela in ogni situazione, sia davanti ad una pistola spianata che in un ricevimento presso una corte reale? Tra questi negli ultimi anni si è ritagliato un posto di assoluto rilievo Alex Hawke, una “creatura” di Ted Bell  dotato di un talento unico, quello di saper collegare fatti ed eventi apparentemente scollegati tra loro fornendo al tempo stesso delle spiegazioni al loro dipanarsi in grado di farci non solo appassionare alla vicenda narrata, ma metterci anche in grado di comprendere come funzionano le “reali vicende del mondo” da cui prendono spunto.

Attacco dal Mare è il terzo romanzo che vede protagonista Hawke, forse il migliore dei tre e sicuramente quello che offre più azione, i personaggi più interessanti e la trama più intricata ed avvincente. Il nostro protagonista è come sempre brillante, ricchissimo e dalle inaspettate capacità: il tutto però resta credibile così come restano tali le ricostruzioni degli ambienti e delle situazioni in cui ha modo di muoversi. Tra i personaggi che lo affiancano in questa avventura non poteva ovviamente mancare Stokely Jones, che si preoccupa di salvargli la pelle almeno una volta in ciascuna delle sue avventure, e Hu Xu, un maniaco cinese esperto di interrogatori che non mancherà di farvi accapponare la pelle. Degli antagonista di Hawke è Luca Bonaparte, un discendente diretto di Napoleone deciso a ristabilire la grandeur della Francia con uno spietato colpo di stato e grazie ad una spericolata alleanza con la Cina, desiderosa di assicurarsi le riserve petrolifere del Golfo Persico.

L’intervento di Hawke sarà volto ad affiancare la CIA nel tentativo degli Stati Uniti di evitare un confronto diretto con Pechino, facendo così saltare un’alleanza dagli esiti disastrosi per gli equilibri mondiali. Da raccomandare non solo per una lettura sotto l’ombrellone.

(recensione di Luigi Brunamonti 25/8/09)


Celeste Aida Una storia siciliana, Marinella Fiume - Ed. Rubbettino € 8,00

Anno 1933, XI dell’era fascista. In un Villaggio siciliano, un ventenne commerciante di vini uccide la cognatina di cinque anni seppellendola viva. La relazione adulterina con l’ancor giovane suocera e la paura che la bambina possa rivelarla al padre emigrato in America, induce i due amanti a liberarsi della scomoda testimone. Al processo, la difesa della donna ha buon gioco nell’affermare la non punibilità per il reato di adulterio, mancando la querela del coniuge offeso. Così, si condanna a morte il giovane “debosciato”, assolvendo la madre per insufficienza di prove anche dell’imputazione di procurato aborto, che il Codice Rocco punisce severamente, in quanto sovvertitore della famiglia e perciò, come l’adulterio, reato contro lo Stato.

Il romanzo ricostruisce la torbida vicenda familiare da cui scaturì l’esecuzione capitale attraverso i canti dei cantastorie, fonti orali e giornalistiche, atti giudiziari, che consentono di mettere a fuoco il contesto del dramma: il “disordine” della famiglia contadina siciliana e la politica familiare del fascismo. Squisitamente letterari sono, invece, l’impianto narrativo e il linguaggio: la storia di una bambina, segnata dalla diversità già nel nome e travolta dall’assurda banalità del male, comunica una profonda impressione anche per l’efficacia e la profondità con cui sono tratteggiati i personaggi che balzano vivi dalle pagine, uscendo dal coro che commenta ai margini.

(dalla 4ta di copertina)


Dentro la foresta di Roddy Doyle – Guanda editore – Milano – 2008 – pp. 208 – Euro 14.50

Grainne è un’adolescente che odia tutti, compresa se stessa. Ormai non riesce più ad accettare neanche la sua famiglia, ovviamente non sa cos’è l’educazione e passa tutto il suo tempo a pensare a sua madre che l’ha abbandonata in tenera età per trasferirsi a New York. Stanco di questa situazione Frank, il padre della ragazza, convince la seconda moglie e i due fratellastri a partire per un safari sulla neve in Finlandia, idea che i due ragazzi accettano con grande entusiasmo. L’uomo e Grainne restano invece a casa in attesa della prima visita della madre dopo tanti anni: anche qui l’attesa è palpabile, anche se di tutt’altro genere.

Mentre Grainne resta abbastanza spiazzata dall’incontro con la madre per la piega inaspettata che prende, in Finlandia Tom e Johnny, tenuti a mala pena a freno dalla madre Sandra, fanno conoscenza con una natura fantastica e soprattutto con i cani Husky che trainano le slitte del gruppo di turisti di cui fanno parte. Tutto sembra procedere per il meglio, finchè Sandra non si perde accidentalmente nella foresta. “Dentro la foresta” non si limita solo a descrivere la natura entro la quale si perde Sandra, ma si concentra anche sul panorama emozionale in cui si muove la sua famiglia. La donna e Frank amano i tre figli della loro famiglia allargata, ma non riescono sempre a soddisfare le loro aspettative. Mentre i ragazzi cercano di ottenere la supremazia l’uno sull’altro, evitano al tempo stesso la sorellastra che, da parte sua, non fa nulla per entrare nelle loro simpatie (e, del resto, in quelle di nessun altro…).  Del resto le dinamiche familiari sono il sale dei racconti di Roddy Doyle che ci conduce attraverso i complessi stati emotivi che ne scaturiscono con la consueta chiarezza. Grazie alla scomparsa della madre i ragazzi imparano a lavorare insieme, così come grazie alla visita della madre Grainne impara a capire che anche l’erba del vicino può essere verde, ma non necessariamente più della propria. Ciò che colpisce in questo romanzo è la facilità con cui scorre il dialogo; non ci sono inutili sovrastrutture, è tutto semplicemente “vero” e ti permette di entrare appieno nei vari personaggi, di identificarvisi e di affezionarvisi nonostante tutte le loro carenze.

Non è da tutti riuscirvi, ma l’autore dà forse il meglio di sé in “Dentro la foresta” trasmettendoci un raro senso di vitalità e di energia, oltre alla certezza che là fuori può esserci sempre una risposta ai nostri problemi, qualunque essi siano. E’ un libro da leggere. E da consigliare.

(12/5/09)


La quinta donna di Henning Mankell – Marsilio Editore – Venezia – 2009 – pp. 559 – Euro 9.90

In Algeria 4 suore ed una donna svedese che era loro ospite vengono ferocemente assassinate e da qui scaturisce una scia di sangue che fa rabbrividire l’intera Svezia. L’ispettore Kurt Wallader è appena tornato da una vacanza a Roma trascorsa con suo padre e sta elaborando una serie di piani per il suo futuro che prevede il consolidamento del suo rapporto con Baiba, l’acquisto di una nuova casa e la scelta di un cane. Trova invece il cadavere di un anziano appassionato ornitologo impalato su una trappola di bambù accuratamente messa in atto e non passano che pochi giorni prima del rinvenimento di un secondo uomo assassinato con altrettanta studiata ferocia. A questo punto la vita privata del protagonista deve passare in secondo piano in quanto la priorità va alla ricerca del misterioso assassino. Leggendo questo romanzo, il lettore è sempre un passo avanti rispetto alla polizia il che offre alla narrazione una prospettiva sicuramente non comune. Di conseguenza scopriamo ben presto che l’assassino è una donna e possiamo anche intuirne le motivazioni, ma se avete un minimo di esperienza delle procedure d’inchiesta della polizia non potete non rimanere affascinati da questo libro.

Mentre gli omicidi si susseguono e la polizia sembra impotente iniziano a formarsi i primi gruppi di vigilantes, ma come troppo spesso accade in questi casi il rischio che uomini affamati di vendetta si accaniscano su innocenti che hanno avuto la sola sfortuna di incrociare la loro strada può avere conseguenze gravissime. Accade così che Wallander, invece di concentrarsi sulla ricerca dell’assassino, debba occuparsi del capo dei vigilantes ed il collegamento con l’istituzione delle ronde in Italia è fin troppo semplice. Il nostro protagonista non perde ovviamente di vista il principale obiettivo della sua inchiesta che ben presto lo porta a ricostruire le gesta di tre giovani mercenari svedesi che hanno combattuto in Africa. La violenza di questo romanzo è agghiacciante ma mai gratuita, questo forse perché è meticolosamente programmata e descritta ma messa in atto senza alcuna passione, il che aiuta molto ad inserirla nel contesto senza rischio di perdere il sonno. Un romanzo da acquistare o quanto meno da farsi prestare.

(Recensione di Luigi Brunamonti 12/5/09)


Il tredicesimo petalo di Luca Trugenberger – Sonzogno Editore – Milano – 2008 – pp. 502 – Euro 22.50

Dalia accese il lampadario di cristallo e la tela fu inondata i luce. Sul retro, tracciato a mano in colore avorio, divenne leggibile un minuscolo scritto:

“Quando sarai pronta, ricordati del tredicesimo petalo”.

Dalia Rota è psicotraumatologa a Trastevere e collabora con la polizia come criminologa. Solo due persone sanno che è in cura lei stessa per un disturbo di personalità multipla: Roberta, la sua migliore amica, e il professor Cardone, loro mentore e supervisore. Dalia conosce bene alcune delle proprie alter ego. Delle altre ignora perfino il numero. Sa solo che, a volte, si risveglia dopo periodi di assenza di cui non ricorda nulla.

Quando la polizia la chiama a collaborare alle indagini sul cosiddetto “killer degli occhi bucati”, Dalia scopre di avere avuto motivi di risentimento nei confronti di tutte le vittime. L’insicurezza tipica della malattia la spinge a temere di essere lei la serial killer. Mentre nella sua vita irrompe il dinamico ispettore Fabrizio Spadafora, la giovane psicoterapeuta comincia a indagare in segreto su se stessa e sulle proprie personalità nascoste. Intanto, ogni nuova vittima le è più vicina delle precedenti. Come in una spirale omicida destinata a centrarsi, infine, su di lei.

Forte di un intreccio magistrale e di una scrittura asciutta e serrata, Il Tredicesimo Petalo è un thriller appassionante che racconta dall’interno il drammatico mondo di chi è affetto da personalità multipla. Un’avvincente caccia al più efferato dei serial killer. Una storia d’amore interamente ambientata a Trastevere. Soprattutto, un viaggio nei meandri più sconosciuti della psiche umana. Là dove, in paludi di sofferenze dimenticate, si confondono le luci e le ombre dell’identità.

(Recensione di Luigi Brunamonti 12/5/09)


ANELLI DI FUMO, la Bologna degli anni '60 di Ario Gnudi - Ed. Pendragon pagg. 215 € 14,50

Un viaggio nel tempo quello di Ario Gnudi,che rivisita la sua infanzia e la sua adolescenza in una Bologna in pieno boom economico italiano. I ricordi dell'autore sono talmente vividi, che leggendo sembra di vedere una fiction o un film, una ambientazione meticolosa, non solo dei luoghi ma anche dell'umanità di quel tempo nel suo circondario: dai tentennamenti scolastici alle prime avances con le ragazze, con tutto il pittoresco mondo di coetanei un po' sornioni, ma molto ironici e con punte di cinismo. Tutti rigorosamente con soprannomi calzanti, Renzo detto Torsolo, Marco detto Marcoglions e il roberto, detto Manetti per via di una pubblicità di saponi e profumi. Accanto a questa nutrita schiera di personaggi ruota il mondo della Bologna degli anni sessanta, della musica italiana e straniera di allora, del (mi si passi il neologismo) bacchettonismo scolastico e ancor più di quello condominiale, dove il parere di un assemblea condominiale appunto, riusciva a decretare se un inquilino era ben accetto o meno, e nel caso del meno, non gli restava altro da fare che cambiare casa.

"Momenti spensierati, come quando dal cocomeraio, di cui eravamo diventati assidui per finire le nostre serate, venivamo costantemente irrisi dallo stesso che, con termini dissacratori, ci metteva in guardia sul pericolo che correvamo nel lasciar andare le nostre fidanzate al mar da sole: il bello è che proprio una di queste, la morosa di uno ai margini della compagnia, tornò a casa incinta, e giù a ghignare tra fette d'anguria e battute irriverenti".

Le glorie della musica, dello sport, del cinema presenti come in un caledoscopio che ruota intorno ai frammenti di questa storia, fungono da istantanee Polaroid e ricompongono il mosaico di uno dei più bei decenni del scorso secolo.

(recensione di Maurizio Amici del 24/3/2009)


NONSOLOMAMMA, Diario di una mamma elastica con due hobbit, un marito part-time e un lavoro a tempo pieno di Claudia De Lillo TEA, Milano, pagg. 267, € 10,00

Della serie: “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!”.

Lei fa la giornalista finanziaria. Ha due hobbit di sesso maschile. Il più grande ha quattro anni, ama le donne, il cioccolato e il Signore degli Anelli. Il più piccolo ama le papere e le scarpe. Ha quasi due anni e in vita sua ha detto sì una volta sola e se ne è subito pentito.

Lei ha un marito part-time, barese e comunista, che passa gran parte del suo tempo a Londra, dove lavora e dove probabilmente ha una vita parallela con un’altra moglie e altri figli. Inglesi.

Insieme a mamma e figli c’è spesso la tata Valentina Diolabenedica. Abitano a Felicity Place. Intorno a loro c’è Milano. Lei ha i piedi per terra, i capelli a carciofo e un cronico senso di colpa.

Ha giornate complicate e notti impegnative. Se per sbaglio chiude gli occhi crolla addormentata. Lei è un’elasti-mamma, che ha un’elasti-vita in cui ci deve far entrare tutto, dalle coccole con i figli ai possibili tradimenti alle riunioni di team (ecco perché i sensi di colpa). Ma non è forse questa la felicità, tra un elasti-cedimento e l’altro, godendosi i piccoli hobbit che crescono e aspettando la luce in fondo al tunnel?

(recensione del 24/3/09)


Estasi culinarie, di Muriel Barbery - Edizioni e/o, pagg. 160, € 15,00

Il percorso che compie il primo romanzo di un autore, nell’attesa di raggiungere il successo presso il grande pubblico, è a volte molto particolare. La storia della letteratura custodisce e tramanda vicende - a volte vere e proprie avventure - che hanno segnato la scalata di “opere prime” dimenticate o non considerate al momento della loro pubblicazione, e successivamente riscoperte ed apprezzate dalla critica e da una vasta schiera di lettori.

Da diverso tempo siamo testimoni (e spesso lettori, quindi curiosi complici) di grandi successi editoriali e di “casi letterari”. Si tratta di opere appartenenti a generi letterari diversi che trattano storie in grado di soddisfare trasversalmente il gusto di milioni di lettori. Siamo abituati a vedere sugli scaffali dei libri più venduti opere di autori affermati ed altre, di scrittori italiani e stranieri meno conosciuti, che scalano le classifiche ufficiali per entrare di diritto nella schiera dei bestsellers. Le opere di questi autori “ignoti” al grande pubblico e che raggiungono un veloce successo, molto spesso non sono delle “opere prime”; si tratta a volte di seconde o terze “fatiche” che trascinano poi nelle classifiche opere realizzate precedentemente dagli autori stessi e che vengono tradotte e velocemente pubblicate con tirature molto alte dalle case editrici che hanno centrato l’affare.

Esistono sicuramente delle eccezioni a questa piccola analisi (si pensi al successo del romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, primo romanzo del giovane autore torinese), ma sono tanti di più i casi (in particolare opere di autori stranieri che necessitano perciò di una traduzione), in cui si è verificato e si verifica il meccanismo che si potrebbe definire dei “libri traino”.

Nel 2007 è stato pubblicato dalle Edizioni e/o un romanzo che ha riscosso un incredibile successo di vendite. Si tratta de “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, un libro che a distanza di più di un anno dalla sua pubblicazione in Italia, continua a suscitare l’interesse e l’entusiasmo di migliaia di lettori. Sulla scia del successo ottenuto da “L’eleganza del riccio” (successo mondiale dal momento che è stato tradotto in 31 lingue), alla fine del 2008 è stato pubblicato in Italia Estasi culinarie, altra opera dell’autrice francese. In Francia questi due libri sono apparsi, presso l’editore Gallimard, seguendo un ordine inverso dal momento che Estasi culinarie è in effetti precedente e in qualche modo segna la strada a “L’eleganza del riccio”, romanzo dai toni e dalle ambientazioni simili al primo, seppure più esteso e articolato.

Si può quindi affermare che, almeno per quanto riguarda il mercato italiano, il “riccio” ha trainato le “estasi” con buona soddisfazione dei lettori e della casa editrice e/o che ha scelto di promuovere un’autrice veramente interessante, e con buona pace della critica più rigida e oltranzista che, in nome di una cultura necessariamente “alternativa” ed elitaria, molto spesso associa al successo di un libro una quasi totale mancanza di qualità di forma e di contenuti.   

Si potrebbe leggere questo atteggiamento come una difesa di una letteratura ricercata, ma è sempre necessaria un’onestà intellettuale che non consenta di trasformare il piacere e il gusto della qualità in un inutile e poco sano nichilismo letterario nei confronti di una “letteratura di massa”. Vero è comunque (e l’Italia in questo è maestra in diversi settori), che il giudizio popolare (per quanto sovrano e in questo caso dispensatore del successo), non sempre rispecchia i reali valori dell’opera presa in esame. Alcuni titoli pubblicati negli ultimi anni e che hanno venduto centinaia di migliaia di copie, ad un’analisi più attenta - che consideri cioè parametri che trascendano la sola originalità e bellezza della storia narrata - sono stati forse sopravvalutati. Fortunatamente quando si parla di letteratura (nonostante lo stoico sforzo di alcuni accademici), ci si trova a discutere di una scienza meravigliosamente non esatta e quindi i punti di vista che vengono scelti per osservarla e viverla hanno al loro interno e contemporaneamente le qualità della giustizia e dell’errore.

Con Estasi culinarie ci troviamo di fronte ad un romanzo che gode della “quantità”, cioè del successo tra i lettori, ma soprattutto della qualità intesa come piacere dell’incontro con una lingua elegante e di grande intensità. Alla base c’è ovviamente l’idea di una storia originale ed interessante. Una storia dove non ci sono personaggi in movimento, dialoghi, battute e trame dagli straordinari colpi di scena, ma pensieri e riflessioni che costruiscono un tessuto di sensazioni ed emozioni veramente ben intrecciato.

Il protagonista delle Estasi culinarie è monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo. Ormai questo dispensatore di glorie ed inferni per tutti i più grandi cuochi è in punto di morte. Arthens ci parla dal suo letto, dalla sua camera nella bella casa del signorile palazzo in rue de Grenelle e segna le tappe di un viaggio alla ricerca di quel sapore sublime che, prima dell’ultimo istante, vorrebbe ricordare e assaporare. Quasi sconsolato, si rende conto di come, in una vita dedicata al sapore e alla bellezza del cibo, non sia il suo stomaco o il suo intestino ad abbandonarlo, ma un cuore che ha sempre e solo amato le delizie della cucina. E’ nel cuore quindi, in un ricordo che lo accarezzi, che cerca quel gusto dimenticato ripercorrendo alcuni tra i più intensi momenti della sua vita di critico gastronomico, dall’infanzia, quando nella cucina della nonna osservava la preparazione di piatti quasi leggendari e sognava il momento del pasto, alla maturità di esperto e rispettato giudice del gusto.

La struttura del libro alterna brevi capitoli dedicati ai ricordi di Arthens, ad altri dove a parlare sono gli uomini e le donne che lo hanno incontrato in veste di uomo, amante, marito, padre ed ovviamente critico gastronomico. I narratori che segnano il racconto capitolo dopo capitolo, consentono di scoprire lentamente monsieur Arthens, spogliandolo da ogni angolo quanti sono i punti di vista dai quali viene raccontato.

Si scopre quindi un padre mai presente, odiato dal figlio che gli imputa i suoi fallimenti di uomo e dalla figlia che non ha mai saputo la sua dolcezza; un marito autoritario, quasi intoccabile e che alimenta nella moglie un logorante senso di reverenza nei suoi confronti; un amante carico di fascino, circondato da attenzioni che sono a volte per l’uomo, a volte per il potere che l’uomo gestisce. C’è poi la testimonianza di personaggi che hanno incontrato Arthens una sola volta o tutti i giorni come la domestica e la portiera curiosa e carica di popolare incomprensione per i “modi da ricchi”; giovani cuochi graziati o terrorizzati da un giudizio definitivo ed inappellabile; addirittura ci sono anche il gatto che traccia un ricordo del padrone visto con occhi felini e coccolati e la statua di una Venere che arreda lo studio privato, testimone di momenti di scrittura e commento ad una vita di piatti e pietanze.

E poi c’è Arthens, immerso in questo suo viaggio nel tempo, nella ricerca fatta di sensazioni ed epifanie del gusto, dove il lettore scopre l’uomo forte e potente capace di raccontare vissuti e ricordi con le parole che gli innamorati dedicano ai loro desideri. In questo alternarsi di punti di vista, la Barbery traccia delicatamente ma con decisione i sentieri che conducono tra le grandezze pubbliche e le miserie private di un uomo che scopriamo nudo in tutte le sue parti e che, in quelle parti può essere considerato un campione di tutta quella umanità che in fondo non è ciò che appare.   

Ciò che contribuisce a rendere Estasi culinarie un piccolo gioiello è sicuramente il linguaggio e la scelta che la Barbery fa delle parole. Estasi culinarie è in effetti un vero esercizio di scrittura, dove l’autrice si sperimenta con registri linguistici differenti a seconda di chi è il protagonista-narratore di quel momento. Ecco quindi lo stile di Arthens, elegantissimo e carico di termini precisi che disegnano tavole imbandite e spargono profumi; la lingua dolce di una moglie dimenticata, l’irruenza e il turpiloquio del figlio e la rassegnazione della figlia. Ci sono poi tutti quei personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti e che quindi utlizzano una lingua che si potrebbe definire d’appartenenza ad un certo ambiente; perfino il gatto , abituato al lusso di una grande e comoda casa, sembra “parlare” una lingua ricercata.

Estasi culinarie è un testo da “gustare” anche per questo aspetto stilistico - se si vuole più tecnico - ma che rende l’intero libro una vera preziosità nel panorama delle novità di questo momento. Per rendere così bene questi caratteri linguistici nella lingua italiana, bisogna ringraziare le eccellenti traduttrici dal francese Cinzia Poli (per le parti dedicate ad Arthens) ed Emanuelle Caillat (per gli altri personaggi).

Estasi culinarie è un romanzo particolare, veloce alla lettura e sicuramente apprezzabile da chi

- giustamente -  sostiene che per fare un bel libro non basta solo una storia interessante: bisogna soprattutto saper scrivere.

(Recensione di Nicolò Sorriga 16/3/09)


Hawaladar di Decimo Alcatraz – Mursia – Milano – 2008 – pp. 488 - Euro 18.00.

“L’Hawalader è lo strumento di Allah per questo nuovo fronte di guerra”.

Un giovane genio della finanza dileguato nel nulla. Un misterioso sceicco del terrore, dallo sguardo allucinato e profetico. Cellule di terroristi che preparano clamorosi attentati. E un’antica, micidiale arma che il fondamentalismo islamico si appresta a scagliare contro il sistema economico dell’Occidente: l’hawala. Ingaggiato da uno spregiudicato uomo d’affari milanese per ritrovare il figlio inspiegabilmente scomparso su una spiaggia del Messico, il sergente Ricardo Malusci – “Malo” per amici e nemici, ex incursore del 9° reggimento paracadutisti Col Moschin, ex membro della Legione Straniera ed una vita di missioni speciali alle spalle – scoprirà ben presto quanto le apparenze possano ingannare. Fino a trovarsi coinvolto, suo malgrado, in un intrigo internazionale che lo porterà, tra narcotrafficanti e servizi segreti, dall’America Latina, all’Europa, al Medio Oriente, nel cuore oscuro dello “Scontro tra civiltà”. Guerra di religione, manovre finanziarie, azioni di spionaggio si intrecciano con ritmo incandescente in questo romanzo d’azione che svela sul mondo del terrorismo quello che nessun giornale potrà mai scrivere. L’autore è tra i fondatori di una società privata per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti della sicurezza. Da oltre 25 anni pratica discipline di lotta corpo a corpo tra cui la boxe thailandese e il Dennis Survival, il sistema con cui vengono addestrate le forze speciali di Israele. La sua esperienza sul campo si respira in ogni pagina di questo avvincente romanzo che trova forse la sua unica pecca proprio nell’eccesso di particolari che a volte rischia di far perdere il filo che l’autore sta seguendo. Resta comunque un libro assolutamente da consigliare non solo per i cultori del genere, ma per chiunque voglia capire come ci si muova in certi ambiti.

(Recensione di Luigi Brunamonti 16/3/08)


 

Allah non è mica obbligato, di Ahmadou Kourouma - Edizioni e/o, pagg. 212, € 8,00

Lo spettacolo della guerra. Sì. In questo tempo di distanze annullate dai progressi tecnologici dell’informazione, anche la guerra è diventata un evento da poter seguire minuto per minuto. Il pubblico pagante ha potuto assistere in diretta, dal proprio divano, al primo bombardamento dell’Iraq nel 1991 e successivamente, durante l’orario dei pasti o nel dopo cena, a migliaia di immagini che i media hanno trasmesso raccontando i drammi della Jugoslavia, del Kosovo, dell’Afghanistan e ancora dell’Iraq, della Georgia, di Gaza e tanti, tanti altri ancora.

C’era, all’inizio di questo nuovo modo di raccontare gli eventi bellici, una naturale inesperienza da parte dei media, ma oggi, con il passare del tempo (e delle guerre) possiamo assistere ad interviste e dibattiti trasmessi dal campo, immagini nitide e dettagliate gettate in pasto al pubblico in tempo reale ed ovviamente, immancabili, i consigli per gli acquisti che smorzano la tensione di fotogrammi difficili da digerire.

Le immagini e le notizie che in tutti questi anni hanno affollato televisioni, giornali ed Internet, possono apparire tremendamente simili le une alle altre, fino al punto preoccupante di non suscitare più emozioni in chi le riceve; come a dire: la guerra è guerra, una casa bombardata è distrutta in Iraq così come a Sarajevo, un corpo dilaniato in un mercato è dannatamente simile a ciò che rimane tra le polveri di un campo minato.

Eppure, in una continua stagione di guerre mai stanche di essere combattute, nonostante la grande attenzione dei media, dei giornalisti e reporters coraggiosi e preparati, forse non ci si rende conto che le guerre non sono tutte uguali.

Un occhio nemmeno troppo attento ma ancora capace di aprirsi, indignarsi o versare una lacrima, potrà accorgersi che quel corpo mozzicato dalle bombe non è lo stesso corpo appeso ad una corda a migliaia di chilometri di distanza, quella casa crollata non è la stessa casa frantumata da un aereo dall’altra parte di un continente. Le guerre non sono tutte uguali, i morti sono sempre diversi, ma c’è un elemento che segna un discrimine fondamentale: ci sono guerre più importanti e guerre meno degne di attenzioni.

Ogni guerra è mossa da interessi spesso economici e geopolitici che al loro interno ne conservano decine e centinaia come in un folle gioco di scatole cinesi. Le motivazioni ufficiali di chi si investe del ruolo di buono (di solito tutti i contendenti: le guerre le fanno i buoni e tendenzialmente tutti hanno Dio dalla loro parte…), ad un’attenta analisi lasciano il tempo che trovano.

Solitamente le guerre considerate meno importanti da chi dovrebbe raccontarle, sono quelle più lontane dal calderone occidentale, democratico, civile ecc… e per quanto riguarda le motivazioni o le parti in causa, o non interessano assolutamente le grandi potenze dove operano le sedi dei più importanti network, oppure gli interessi sono così tanti e così poco dicibili che il silenzio è considerata la migliore delle operazioni politiche e mediatiche.

Nel mondo si combattono oggi decine di guerre, molte delle quali poco o per niente “pubblicizzate” dai media e dall’informazione di massa. In tutti i continenti ogni giorno si combatte: Europa, Asia, Sud America, Medio Oriente, Africa.

L’Africa. Una terra immensa, di devastante bellezza e devastata negli ultimi decenni da decine e decine di guerre che si susseguono senza soluzione di continuità. Oggi l’Africa brucia in Darfur, Nigeria, Kenia, Somalia, Ciad, Algeria, Uganda, R.D. Congo, Rep. Centrafricana, Etiopia.

 

La storia che si snoda lungo le pagine di “Allah non è mica obbligato”, racconta una delle tante guerre dimenticate dell’Africa. Siamo guidati, attraverso il racconto incalzante e a volte straordinariamente ironico del protagonista e narratore Birahima, in un triangolo di lotte tribali senza tregua tra Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone. In questi paesi, nei primi anni novanta, (mentre le telecamere erano tutte puntate sull’Iraq e la Jugoslavia) si sono consumate lotte fratricide che hanno piegato e piagato la storia di popoli e di generazioni. Birahima ci racconta che le guerre per il potere in queste terre sono guidate da personaggi regolarmente scalzati da altri uguali per interessi e violenza. Sono guerre che si combattono nelle foreste, con eserciti non regolari in un tutti contro tutti che ha come denominatore comune l’efferatezza e la naturalezza sconvolgente con cui si uccidono donne, uomini e bambini considerati di altre etnie rispetto alla propria, e per questo pericolose.

I bambini. Sono loro al centro della storia, sempre. Lo sono perché Birahima, prima di prenderci per mano e guidarci nelle foreste africane, ci dice che ha dieci, forse dodici anni. Birahima è un bambino-soldato che dopo essere rimasto orfano si mette alla ricerca di una zia e finisce per unire il suo percorso di ricerca agli spostamenti delle truppe di guerriglieri prima in Liberia e poi in Sierra Leone. Birahima ci porta nella sua storia di bambino di strada e poi, accompagnato dal patrigno-stregone Yacuba, tra schiere dei combattenti. Si apre, agli occhi di chi legge, una storia incredibile dov’è raccontata la vita dei bambini-soldato negli accampamenti, nei nascondigli della guerriglia dove vengono trattati con maggiore cura rispetto ai semplici soldati perché sono pedine rapide e fondamentali nelle ricognizioni e durante gli attacchi a colpi di Kalashnikov, quando vengono fatti drogare per perdere qualsiasi inibizione di fronte all’obiettivo. Sì, perché l’obiettivo, ogni volta, sono altri bambini-soldato che un’assurda storia ha messo dall’altra parte della barricata.

A raccontare tutto questo è un bambino, soldato ma pur sempre bambino, con il suo ritmo veloce, incalzante, senza pause; la lingua che Kourouma fa parlare a Birahima è un impasto di francese e pidgin che si sovrappongono per creare effetti narrativi potenti, realistici e molto spesso ironici. In questo racconto c’è infatti una feroce e disincantata satira nei confronti dell’Africa che Birahima si trova ad attraversare da protagonista e che, come tutti i bambini-soldato, si sente uomo nel vortice illusorio che nasce dal potere di decidere sulla vita e la morte del fratello che incontra ad ogni villaggio.  

Ci sono poi tante storie nella storia, come quelle dei bambini e delle bambine-soldato che cadono sul campo e che Birahima ricorda in orazioni funebri, snocciolando le loro vicende, le violenze subite, i perché di percorsi che li hanno portati a combattere, indossando divise improvvisate ed improbabili gradi da capitani, tenenti e colonelli.

Sullo sfondo della sua narrazione, Birahima traccia i reali eventi politici che hanno segnato la storia recente della Liberia e della Sierra Leone, facendo intuire, con tono a volte sarcastico, come il potere dei vari colonelli e dittatori di turno sia appoggiato da altri Stati africani che le istituzioni internazionali conoscono bene, perché con questi intrattengono rapporti economici e di scambio commerciale. Ecco che spunta qua e là il Colonello Gheddafi o le imbalsamate forze di interposizione mandate dalla Nigeria sulla spinta dell’ONU.

Il titolo completo di questo libro, dice Birahima, è “Allah non è mica obbligato ad essere giusto in tutte le sue cose di quaggiù”, ma si ha la sensazione che al posto di Allah potrebbe esserci tranquillamente anche il Dio dei cristiani o un qualche spirito venerato dai guerriglieri. Non c’è religione in queste guerre tribali; c’è piuttosto una religiosità primitiva dove stregoni e singolari capi guerriglia gestiscono una particolare forma di potere temporale e spirituale, costruiscono amuleti per trasformare le pallottole nemiche in acqua, leggono il Corano, recitano passi della Bibbia, esorcizzano, scacciano le anime che interferiscono con l’operato dei guerriglieri e benedicono sacrifici e dita pronte a premere il grilletto.

Gli eventi e le storie che Birahima racconta (attraverso la penna eccellente di Kourouma) sono di una violenza che le nostre televisioni non sono solite mostrare e che il popolo da divano occidentale non è abituato a vedere. Eppure, questo racconto ha il dono della leggerezza della narrazione che aiuta ad imbattersi con realtà atroci. Il senso d’ingiustizia, la conspevolezza dell’assurdità si alimenta ad ogni pagina, ma la voce di Birahima, che conserva nelle parole la semplicità e l’ironia che è dei bambini, attutisce l’impatto con un mondo dove il confine tra le ragioni dei gruppi si confondono e la moneta di scambio sono diamanti e Kalashnikov.

C’è tutto questo e tante altre storie nel “casino al quadrato” che Birahima ci mostra attraversando L’Africa delle guerre tribali; un’Africa che non viene raccontata abbastanza sulle sponde del primo (?) mondo, che torna in documenti ed immagini televisive quando forse l’orario spinge la maggioranza ad andare a letto; un continente lacerato ogni giorno da conflitti che si alimentano anche del silenzio della cronaca; una terra che vede i propri bambini, costretti dalla povertà, ad una facile scelta di illusoria rivalsa nelle foreste della guerra.

Questo libro non è una novità editoriale: è stato pubblicato in Italia nel 2004, ma racconta ciò che accade oggi, racconta tutte quelle storie che spesso vengono taciute e che invece esistono, in questo momento, in questo preciso istante, quando migliaia di bambini si preparano a caricare i loro fucili per dare la caccia ai propri fratelli.

(Recensione di Nicolò Sorriga 9/3/08)

Ahmadou Kourouma - nato  nel 1927 in Costa d’Avorio e morto a Lione nel dicembre del 2003 - viene considerato uno dei maggiori scrittori del continente africano. In Italia ha pubblicato con Jaca Book il Romanzo l soli delle indipendenze (rieditato dalle Edizioni e/o nel 2005) e alcuni libri per ragazzi. Aspettando il voto delle bestie selvagge (Edizioni e/o 2001), pubblicato in Francia nel 1998, ha vinto il Prix Tropiques 1998, il Grand Prix de la Société des gens de lettres e il premio Livre Inter 1999 e il Premio Grinzane Cavour. Allah non è mica obbligato ha ricevuto il Prix Renadout 2000 e il prix Goncourt del lycéens.


LA MIA CASA DI CAMPAGNA di Giovanni Comisso Longanesi, gennaio 2008 pp. 290 € 18,60

La terza persona del verbo avere, “ha”, scritto ancora “à”: un antico profumo di banchi di scuola in legno, macchie d’inchiostro, maestre con la crocchia di capelli bianchi, per le strade Lancia Aprilia e Fiat 1100. Se vai a guardare nella pagina dietro al titolo, scopri che il libro è stato editato nel 2008 con i vecchi eleganti caratteri di Longanesi, ma la prima edizione è del 1958. E ti tornano anche alla mente i volumi dello stesso Editore, con le pagine lievi, esili, di quando la carta era ancora un bene da sprecare. Ecco, questo libro  dà la sensazione precisa di quanto gli ultimi cinquant’anni abbiano cambiato radicalmente il nostro stile di vita, le nostre abitudini, le nostre conoscenze, la nostra visione del mondo, in certi casi, la nostra coscienza, ma, in assoluto, la nostra vita. Giovanni Comisso, che aveva attraversato il mondo, agli inizi degli anni ’30, acquistò una vecchia casa colonica a Zero Branco, e dette vita a queste pagine, che descrivono una passione contadina, il piacere della campagna, l’osservazione di un microcosmo, l’estraniazione di un giornalista. Perché leggerlo, oggi? Per un omaggio alla nostalgia? No, al contrario, per capire quali profondi cambiamenti ci siano stati nel nostro mondo, per fare un po’ di conti. Dove abbiamo perso e dove abbiamo guadagnato, individualmente e collettivamente. Come siamo cambiati, cosa abbiamo in più, ma, soprattutto, cosa abbiamo in meno. La nostalgia è inevitabile, c’è anche il richiamo alla nostra gioventù. Oggi siamo super informati, grazie all’invadenza dei media e di Internet, sappiamo tutto di tutto, ma non quello che succede e perché accada. Il cellulare, il Tom Tom, le telecamere di sorveglianza, le carte di credito, raccontano tutto di noi, persino dove ci troviamo in quel preciso istante. Non siamo mai soli, ma, perciò, siamo molto più soli. Ma tant’è, non ci si può far niente. Meglio godere dei privilegi del progresso, che non è necessariamente, come ci spiegava Pasolini, lo sviluppo. Ecco, Comisso ci aiuta a fare il punto. E non è poco.

(recensione di Paolo Modugno 4/2/09)


PER ESCLUSIONE di Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini - Marsilio Editori, Venezia, 2008, pagg. 522, € 19.50

Un thriller per palati forti scritto a quattro mani da un esperto legale e da un ingegnere ambientato in una New York piovosa e tetra dove uno spietato serial killer sfoga le sue ossessioni sulle vittime più innocenti, i bambini.

Ad aggiungere orrore all’orrore per le famiglie delle vittime, la metodologia seguita dall’assassino che le pone davanti ad una scelta umanamente impossibile da compiere, con l’inevitabile conseguenza di garantire loro un dolore ed un rimorso eterno.

L’agente dell’FBI Craig Dabecourt è appena tornato in servizio dopo un brutto incidente che gli ha segnato la vita e si trova a dover affrontare il caso più difficile della carriera, quello di un assassino che uccide senza apparente logica e che presto riuscirà a farlo piombare in un vero e proprio incubo.

La prima parte forse poteva essere resa in modo più scorrevole, per quanto l’accavallarsi delle morti e l’accurata descrizione metodologica mal si coniughino con questo aggettivo, ma nella parte finale la vicenda prende sicuramente quota e vale, a mio parere, il prezzo di acquisto.

Un thriller scientifico scritto da due autori italiani al loro secondo romanzo per i tipi di Marsilio che si fa raccomandare e che risulta comunque difficile da lasciare una volta che si è iniziato a leggere.

(Recensione di Luigi Brunamonti del 19/1/09)


IL MANOSCRITTO DI DIO di Michael Cordy Editrice Nord, 2008, pagg.  440, € 18.60

Non è un mito, ma esiste davvero. E bisogna trovarlo.

Ross Kelly, un ambizioso geologo di successo, sembra aver avuto tutto dalla vita: una carriera ricca di soddisfazioni spesa alla ricerca di petrolio negli angoli più sperduti del pianeta, denaro ed una moglie stupenda, ricercatrice universitaria ed incinta del loro primo figlio.

Ma tutto questo cambia inaspettatamente quando Lauren, professoressa a Yale, riesce a decifrare il misterioso Codice Voynich che per secoli aveva fatto impazzire legioni di esperti che l’avevano affrontato senza fortuna. Un tentativo di furto della traduzione del codice lascia infatti la donna ed il suo bambino sull’orlo della morte e Ross sull’abisso della disperazione.

Due incontri con un sinistro alto prelato del Vaticano ed una misteriosa suora convincono l’uomo che l’unica possibile salvezza dei suoi cari potrebbe trovarsi proprio in quel manoscritto vecchio di quasi cinquecento anni che riporta la cronaca di un fantastico viaggio alla ricerca di un mitico giardino celato nelle foreste del Nuovo Mondo. Un Eden così terribile e miracoloso da confutare lo stesso libro della Genesi. Nonostante tutti continuino a ripetergli che la storia narrata è solo un’allegoria, la sola possibilità che quel giardino esista davvero offre a Ross la speranza di salvare Lauren e il bambino.

Insieme ad un eterogeneo, sparuto gruppetto di persone animate ciascuna da proprie motivazioni, Ross decide quindi di affrontare la sfida e parte alla ricerca del giardino. Ma le minacce che si troveranno ad affrontare non vengono solo dai classici pericoli che offre una foresta incontaminata ed inesplorata.

Il nostro eroe si trova infatti a correre contro il tempo e a dover fare i conti con uno spietato assassino ed un sacerdote fanatico. Mentre questi vuole disperatamente assicurare alla chiesa il controllo del giardino, Ross potrebbe essere sul punto di scoprire qualcosa che potrebbe modificare ciò che ha sempre pensato sulle origini della vita sulla Terra.

Nota dell’autore: Il manoscritto Voynich citato in questo romanzo esiste realmente. Ogni dettaglio riguardante la sua origine, il suo testo inimitabile, le sue bizzarre illustrazioni e la storia a noi nota è descritto con la massima accuratezza. L’originale è conservato presso la Beinecke Rare Books and Manuscripts Library della Yale University negli Stati Uniti. Nonostante gli sforzi dei più eminenti studiosi e luminari, compresi i crittografi dell’illustre Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana, non è mai stato decifrato. Il codice Voynich rimane a tutt’oggi il libro più misterioso al mondo.

(recensione di Luigi Brunamonti 9/12/08)


 

SPY di Ted Bell Longanesi Editore,  Milano, 2008, pagg. 541,  € 19,00

Quanta strada dai taglierini dei dirottatori dell’11 settembre all’esercito iper-tecnologico e super-addestrato che si sta preparando nella foresta amazzonica, ma l’obiettivo resta sempre lo stesso: l’impero del male che per l’estremismo mussulmano è sinonimo degli Stati Uniti.

L’ultima fatica letteraria di Ted Bell vede ancora una volta al centro dell’azione l’intrepido agente del MI-6 inglese Alexander Hawke, questa volta impegnato su un fronte apparentemente inaspettato per Washington, quello del confine meridionale con il Messico.

Il pericolo non viene certo dai clandestini che, a milioni nel corso degli anni, hanno varcato illegalmente e a costo della vita la frontiera (concetto questo che l’autore chiarisce fin dalle prime pagine), quanto da una banda di strada molto ben organizzata e lautamente finanziata che sempre più sfacciatamente conduce i suoi attacchi contro le cittadine a cavallo del confine.

La banda, in realtà, è solo la punta avanzata di una inedita e pericolosissima alleanza tra Al-Qaeda ed i partiti comunisti del centro e del sud America, più che mai decisi a regolare vecchi e nuovi conti con gli Stati Uniti.

L’azione e la suspense non mancano certo in SPY, così come del resto i colpi di scena. Il protagonista ci conduce per mano dall’inesplorata foresta del Brasile dove un folle sta mettendo insieme un esercito tecnologicamente all’avanguardia in grado di scatenare l’inferno sulla Terra, ad una tranquilla cittadina di frontiera americana dove un coraggioso sceriffo ha il suo bel da fare nel contenere una banda di tagliagole provenienti dal Messico, per finire sulla costa della Florida dove la caduta di un vecchio aereo rivela l’ennesima tessera di un terrificante puzzle del complotto contro gli Stati Uniti.

Il protagonista è il fattore unificante delle varie vicende che si intrecciano in SPY, è un personaggio tutto sommato credibile come agente segreto, con vero sangue che gli scorre nelle vene e che viene anche inevitabilmente versato nel corso dell’azione. I suoi rapporti con i personaggi secondari della vicenda, siano essi maschili o femminili, sono sempre divertenti ma al tempo stesso coerenti con il suo dipanarsi.

Ennesimo aspetto che porta a consigliare SPY, accostandolo ai migliori thriller di questi ultimi anni, è la capacità dell’autore di innestare la vicenda su delle realtà che preoccupano realmente, e non poco, Washington. La gang denominata ps-13 esiste davvero (anche se sotto una denominazione leggermente diversa…) ed è al centro dell’attenzione di una task force dell’FBI appositamente costituita, così come sono reali i tentativi di Al-Qaeda di assicurarsene “i servizi”, tentativi almeno finora infruttuosi.

Resta in ogni caso reale il potenziale di pericolosità dato dal fronte meridionale degli Stati Uniti e che SPY conduce alle estreme conseguenze, incollando il lettore alle sue pagine. Leggete e siate pronti a tutto.

(recensione di Luigi Brunamonti 9/12/08)

Ted Bell,  prima di dedicarsi alla scrittura è stato vicepresidente e direttore creativo di una delle principali agenzie pubblicitarie del mondo, la Young & Rubicam.


Rendez- vous di Christine Angot - Guanda Editore pp.315, euro16,50

Una donna "sconveniente"

È soprattutto un turbinoso susseguirsi di appuntamenti mancati «Rendez- vous (pp.315, euro16,50) il nuovo romanzo di Christine Angot che Guanda porta in Italia in questi giorni nella traduzione di Francesco Bruno. Una scrittrice molto discussa questa quarantanovenne francese che sembra amare i temi scabrosi – in particolar modo quello dell’incesto, reale o presunto avuto col proprio padre. Parte della critica tende a classificarla “regina dell’autofinzione e dell’autocompiacimento”. C’è chi invece ne ammira l’audacia e lo spregiudicato mettersi a nudo giocando con se stessa e con i propri sentimenti.

L’incontriamo nel nuovo romanzo – diario intimo sfrontato e sincero - in veste di scrittrice innamorata persa di Éric, un attore di teatro che ci appare alquanto insicuro e recalcitrante. Quindi, non è un amore a due, una passione condivisa. Attorno alla bella signora convivono i ricordi di un marito da cui ha divorziato e di un compagno che ha lasciato, c’è uno psicanalista di cui sembra avere più che mai bisogno, anche perché gli abusi paterni riaffiorano persecutori, risvegliati soprattutto dalla relazione con un ricchissimo banchiere calvo, tutto fuorché un adone, ma dotato del fascino perverso che le richiama dolorosamente quello del padre.

Éric ha una moglie che lascia non si sa bene se per Christine o per motivi di stanchezza coniugale. La storia amorosa tra l’attore e la scrittrice – complice soprattutto una lettura teatrale a Tolosa che terranno a due voci sul canovaccio della vita reale di Christine – è claudicante, nel senso che per la donna si tratta di un amore appassionato cui non sa sottrarsi, per l’uomo è un sentimento più annacquato, con alti e bassi, sul filo di lettere e telefonate inevase, di tentennamenti, rinvii, in un trionfo di rendez-vous mancati.

Per sua stessa ammissione, l’autrice tende a rovinare i sentimenti per una specie di irrefrenabile ingordigia cui non può e non sa sottrarsi: «Quando piacevo a qualcuno che mi piaceva, e me lo confessavo, ero felice ma così impaziente di avviare una storia, così desiderosa di sapere con certezza che ci sarebbe stata una storia da sciupare tutto». Questa specie di ritualità nei suoi comportamenti, la rende perdente anche nei confronti di Éric che si sente assillato, braccato da una donna troppo insistente. E nel raccontare se stessa Christine è audace, caustica, disincantata. A molti apparirà sfrontata per il linguaggio crudo che non ricorre a filtri o perifrasi. Ad altri apparirà disperatamente sincera.

(Recensione di Grazia Giordani 3/11/08)


 

MARE NOTTE, di Donatello Bellomo - Mursia Editore, pagg. 262 € 18,00

Comprendiamo la delusione degli appassionati lettori di Conan Doyle, quando l’autore fece morire il suo Sherlock Holmes, poiché è fatale affezionarsi ai personaggi dotati di spiccato carattere, quindi, anche chi ha amato Cédric Detouches (non de plume di Louis Férdinand Céline) e il suo alter ego, il giornalista skipper, usciti dalla penna di Donatello Bellomo, proverà un sentimento diviso a metà tra la gioia di ritrovare i due amati e ironici personaggi e il disappunto di doverli per sempre lasciare, col nuovo romanzo Mare Notte (Mursia, pp.262, euro 18). Infatti, con questo nuovo libro, vestito da un splendida copertina, enigmatica come i suoi contenuti, si chiude la quadrilogia iniziata con L’ultima notte sul Normandie (Sperling & Kupfer), proseguita con L’uomo del cargo e La donna della tempesta, entrambi per i tipi di Mursia. Non è detto che – sull’esempio del grande scozzese che lo ha preceduto, Bellomo, caporedattore culturale delle pagine dell’Arena, non ci ripensi , resuscitando la “complicità esistenziale" tanto tenace con i suoi personaggi.

Protagonista è sempre il mare nel cui ventre si coagulano situazioni arcane. Questa volta è affidato a una polena di donna, ambigua, quanto affascinante – a mio avviso dotata di uno charme maggiore delle sue sorelle in carne ed ossa – il clou del mistero che incuriosirà i lettori, inducendoli a origliare dentro la vita di Detouches, che sotto la scorza della virile ironia sa nascondere insospettate delicatezze e umanità.

Attorno al seducente lupo di mare  si muovono due figure femminili di diversa età:  la mitica Pauline, l’ineffabile dama senza tempo che Detouches ha amato quasi con soggezione, ritenendola “una piccola dea che passeggia in un mondo sbagliato” e la giovane pianista Claudia Ricci, conosciuta nelle drammatiche ore del naufragio del transatlantico Andrea Doria. Attorno ad esse alita un inquietante enigma. Sarà compito del giornalista skipper gettarsi nel ginepraio per svelare il mistero, racchiuso nella polena che si è fatta custode della storia legata al capitano e alla giovane pianista. I lettori, attraverso le inquietudini personali e i rovelli dell’investigatore d’eccezione saranno trascinati in una vera galoppata estenuante, un lungo viaggio, non solo fisico, da La Rochelle a Santa Margherita Ligure, da Parigi a Verona, alla scoperta  di un amore difficile, costellato di sorprendenti dolori. Il lessico bellomiano conserva una cifra parlata, spesso jazzistica, ritmata dal sassofono dell’amato Dexter Gordon o dalla tromba di Chet Baker, per approdare a note vibranti come i soprassalti del cuore.

(Recensione di Grazia Giordani tratta per gentile concessione da http://curiosa.splinder.com/ 18/10/08)

Donatello Bellomo, caposervizio alla Cultura e Spettacoli del quotidiano «L'Arena» e storico della navigazione, è vicepresidente dell'associazione Vedetta sul Mediterraneo di Giovinazzo, è membro della Nautical Historical Society e collabora con prestigiose riviste nautiche. Suona il sax tenore e, appena può, va a vela. Ha pubblicato due volumi di racconti, Sextet. Sei racconti americani e Il posto di mezzo, e i romanzi La notte in cui le farfalle volarono indietro (1993), L'uomo che cavalcava un sogno (1997), La settima onda (Premio Tuscania, Libro dell'Estate 1999; Premio Gaeta 1999 per la narrativa d'avventura), L'ultima notte sul Normandie (2001), Prigionieri dell'oceano. La tragedia del Laconia (2002). Con Mursia ha pubblicato L'uomo del cargo e La donna della tempesta, finalisti al Premio Sanremo 2005 e 2006.


NAVI, PUTTANE E LETTERE DA CASA, di Fabrizio Pitton - Mursia Editore, pagg. 118 € 10,00

Fabrizio Pitton è capitano di lungo corso della marina mercantile, uno per intenderci, che gira il modo sulle navi da trasporto. Il libro che ha scritto è estremamente piacevole, leggendolo si respira l'atmosfera, che nell'immaginario collettivo, è magica ed incantata, fatta di viaggi ed avventure, di incontri fantastici e luoghi lontani.

Scrive il suo libro quasi come un diario di bordo, passando con grande naturalezza dall'incontro con prostitute di remote cittadine della bolivia o dell'india, all'omicidio di un giovane mozzo, amante del comandante di turno e conservato nel frigo della nave insieme alle cibarie sino allo scalo più vicino. Ed ancora contrabbandi, ricordi, le focose personalità degli equipaggi, l'ebrezza del sesso dopo mesi di solitudine in compagnia del solo oceano. Più che la lettura di un libro sembra di ascoltare un racconto che non vorresti finisse mai. Siamo cresciuti con le favole della mamma o della nonna, ed il desiderio di ascoltarle non si sopisce in nessuno.

L'unico neo di questo libro è che non finisce, rimane sospeso. Giri l'ultima pagine per iniziare una nuova avventura e trovi l'indice. Peccato, o forse è meglio sperare che Pitton l'ha fatto di proposito per lasciarci in attesa delle sue nuove (vecchie) storie, che continueremo a leggere volentieri. Confidiamo nei buoni uffici dell'editore Mursia affinché lo inciti a non lasciarci a bocca asciutta.

(recensione di Maurizio Amici 23/10/08)


Inferno, di Gianfranco Marziano - Ad est dell'equatore, Napoli pagg. 106 € 8,90

Un esordiente che scrive del suo tempo e del suo mondo. Leggendo questo libro (che non ho potuto fare a meno di chiudere fin quando non l'ho finito) ho provato una sensazione di ebrezza, per il soggetto ma soprattutto per il modo in cui è scritto. È la storia di un gruppo di giovani napoletani che sono un'istantanea di una società e di una generazione che travalica i confini del napoletano e che riflette il carattere nascosto di ogni terra. Storie di sfigati, che affrontano la vita, il quotidiano con cinismo e sogni, avventure amorose che non arrivano mai in porto, bande new age che suonano in festival paesani deserti con improbabili talent scout musicali, posti di lavoro che è più facile perdere che trovare. È la generazione dei "tre metri sotto terra", l'opposta di quei tre metri sopra il cielo raccontata da Moccia. Devo dire che è raro trovare una simile narrativa, è un libro che si ascolta con gli occhi, che mette al bando le regole della scrittura per mtragliarti l'anima di curiosità e di emozioni.

Un neo però lo annoto, il libro finisce troppo presto, anzi, non finisce proprio, perché avrei voluto che continuasse per sapere tutto di quella banda di sfigati che lo affolla, e se nascesse un serial? Si potrebbe chiamare "Bruttiful". Aspetterei con ansia la seconda puntata.

(recensione di Maurizio Amici (30/7/08)


Genesi oltre la luce di Mario Cambi MEF editore pagg. 192 € 14,00

Affrettatevi a leggere questa recensione, perché è in scadenza. Sì, ha ancora pochi giorni di vita, dopo di che sarà già vecchia. Forse non proprio da buttare, ma sicuramente superata. Superata dai fatti, dagli eventi tragici ed epocali che stanno per accadere. Infatti a fine luglio sbarcheranno sulla Terra due extraterrestri:  Med e Laryl. Vengono da un lontanissimo pianeta che si chiama Vizaark. Un pianeta che esiste solo oltre la velocità della luce, insieme a tutti i suoi abitanti. Med e Laryl però non sono soli nel loro epico viaggio sul nostro pianeta, ci sono già altre decine di migliaia di vizaarkiani in visita al meraviglioso e libero “parco giochi” che è la Terra, e altrettanti vivono già in pianta stabile sul nostro pianeta, nella base centrale della Groenlandia e nel centinaio di basi periferiche dislocate in tutto il mondo, con l’incarico di far funzionare l’immenso “villaggio turistico” Terra. Chi vi scrive sa delle cose che dovrebbero ancora restare segrete, si rischia il condizionamento della mente a parlare troppo insistentemente dei nostri padri vizaarkiani. E non è solo questione di privacy. Dicono che ci hanno creati loro. Dal DNA delle scimmie. E che hanno provato a farci diventare come erano loro prima di superare la luce, ma non ci sono ancora riusciti. Intanto però, dicono che ci hanno “guidati” per tutto il nostro cammino, lungo tutta la nostra Storia. Dicono che ci amano, che ci lasciano il nostro libero arbitrio, eccetto in alcuni casi in cui sono costretti a controllare telepaticamente determinate azioni. Dicono pure, però, che sulla Terra hanno scoperto una cosa che loro non hanno mai vissuto nella loro civiltà vecchia milioni di anni, ossia la violenza.  Affermano che è insita nel nostro pianeta, dai dinosauri (della cui sparizione ne sanno certo qualcosa!) in poi, e che probabilmente ci sarà per sempre. E la nostra violenza condiziona anche loro alla malvagità, ma solo quando sono qui. Come andrà a finire questa sorta di convivenza intima e sconosciuta?

Questo romanzo è scritto in uno stile tendente alla sceneggiatura; è pensato e scritto per una sorta di convergenza culturale tra la narrativa, il cinema,  la televisione e i fumetti.  Per il momento è reperibile solo on-line. Questo romanzo è clandestino.  Ma in realtà, come vi dicevo prima, questo romanzo in un certo senso ancora non esiste. I fatti di cui tratta succederanno solo a partire dalla fine di luglio, ma chi vi scrive ha importanti entrature fra i personaggi che prendono parte all’azione e può già anticiparvi tutto ciò. Attenzione però a non parlarne troppo in giro e a non farvi scoprire dal Controllo Centrale della Groenlandia, i vizaarkiani non scherzano mica.

In allegato una dichiarazione di uno dei protagonisti del romanzo: Sergej Cerenkov. E’ un ventunenne tetraplegico dalla nascita “grazie” a Chernobyl, ma ha sviluppato la vista e l’udito oltre i limiti umani. Parla troppo veloce per noi, ma non per i vizaarkiani, infatti è l’unico che riesce a vederli e a parlarci. Prima di iniziare il romanzo ci teneva a dirvi due parole… scritte si capiscono:

<<S-a-l-v-e-, -s-o-n-o –c-o-n-t-e-n-t-o –c-h-e –q-u-a-l-c-u-n-o –d-i –v-o-i –a-n-c-o-r-a –l-e-g-g-a –q-u-e-s-t-e –s-t-o-r-i-e-. –I-n-f-a-t-t-i –è –f-a-c-i-l-e –p-e-n-s-a-r-e –c-h-e –s-i-a-m-o –t-u-t-t-i –i-m-p-a-z-z-i-t-i. –M-a –n-o-n -è –v-e-r-o. –S-i-a-m-o –t-u-t-t-i –s-a-n-i –d-i –m-e-n-t-e, -b-é –e-c-c-e-t-t-o –u-n –p-a-i-o –d-i –v-i-z-a-a-r-k-i-a-n-i -e –q-u-a-l-c-h-e –m-i-l-i-o-n-e –d-i –t-e-r-r-e-s-t-r-e-… -m-a –q-u-e-l-l-o –c-h-e –l-e-g-g-e-r-e-t-e –i-n –G-e-n-e-s-i- -o-l-t-r-e –l-a –l-u-c-e -è –s-o-l-o –v-e-r-i-t-à-! –T-u-t-t-a –g-e-n-u-i-n-a -e –s-a-c-r-o-s-a-n-t-a –v-e-r-i-t-à-! –S-t-a –p-e-r –a-c-c-a-d-e-r-e-… -a-s-p-e-t-t-a-t-e –s-o-l-o –q-u-a-l-c-h-e –g-i-o-r-n-o –e –a-c-c-a-d-r-à –d-a-v-v-e-r-o-… -e –p-o-i –s-a-r-à –t-u-t-t-o –d-i-v-e-r-s-o-… -t-u-t-t-o –c-a-m-b-i-e-r-à-… -e –n-o-n –v-e-n-i-t-e -a –d-i-r-m-i –c-h-e –n-o-n –v-e –l-o –a-v-e-v-o –d-e-t-t-o-! –M-a –o-r-a –v-o-r-r-e-i –c-h-i-u-d-e-r-e –i-n-v-i-t-a-n-d-o-v-i -a –l-e-g-g-e-r-e –G-e-n-e-s-i -o-l-t-r-e –l-a –l-u-c-e-, -p-e-r-c-h-è-… -p-e-r-c-h-è –q-u-e-s-t-o –r-o-m-a-n-z-o –è –s-c-r-i-t-t-o –p-r-o-p-r-i-o –b-e-n-e-! –U-n-a –t-e-c-n-i-c-a –p-r-e-c-i-s-a-, -u-n-o –s-t-i-l-e –o-r-i-g-i-n-a-l-e-, -i-m-m-a-g-i-n-i –n-i-t-i-d-e-, -a-t-m-o-s-f-e-r-e –a-v-v-o-l-g-e-n-t-i-, -i-n-t-r-e-c-c-i-o –a-d –o-r-o-l-o-g-e-r-i-a-, -p-e-r-s-o-n-a-g-g-i –s-i-a –c-o-m-u-n-i –c-h-e –i-m-p-o-s-s-i-b-i-l-i-, -m-a –t-u-t-t-i –m-o-s-s-i –d-a –u-n –i-n-t-e-n-t-o –a-u-t-e-n-t-i-c-o-, -d-a –u-n-a –s-p-i-n-t-a –a-l –f-a-r-e –r-e-a-l-i-s-t-i-c-a-, -t-u-t-t-i –i-n –u-n-a –p-a-r-o-l-a-: -c-r-e-d-i-b-i-l-i-. -E –i-l –t-e-r-m-i-n-e -“-c-r-e-d-i-b-i-l-e-” -è –l-a –s-f-i-d-a –v-i-n-t-a –d-a –q-u-e-s-t-o –r-o-m-a-n-z-o-, -l-a –s-f-i-d-a –a-f-f-r-o-n-t-a-t-a –d-a –q-u-a-l-u-n-q-u-e –s-t-o-r-i-a –c-h-e –a –c-a-u-s-a –d-e-l-l-a –p-r-o-p-r-i-a –m-e-t-a-f-o-r-a –v-i-e-n-e –s-e-m-p-l-i-c-e-m-e-n-t-e –o-f-f-e-s-a –d-a-l-l-a –c-l-a-s-s-i-f-i-c-a-z-i-o-n-e –d-i –S-c-i-e-n-c-e –F-i-c-t-i-o-n-.- >>  S.C.

Bé, vi avevo detto che non è facile capire Sergej…

Buona lettura e occhio ai padri vizaarkiani!

(scritto dall'autore 30/7/08)


Non vogliamo male a nessuno” AA.VV. - Minimum Fax  pagg. 368 € 15,00

Rossano: Al termine della lettura di “Non vogliamo male a nessuno”, paradossalmente, quello meno entusiasta della raccolta ero io che, come sai, sono un amante della narrativa americana contemporanea

Maria: Decisamente.

R: Tu hai una tua massima che mi ripeti ogniqualvolta ti consiglio un titolo:”odio i contemporanei”

M: Verissimo, anzi, odio i contemporanei e soprattutto odio gli americani.

R: Allora, come la mettiamo con questa momentanea inversione di rotta?

M: Credo che la forza di questa antologia sia il ricamo narrativo fatto intorno ai tabù sociali, mi spiego meglio: i temi sono quelli che terrorizzano la società statunitense al momento: la guerra, la paura e l’insicurezza, il cancro,..Ogni racconto ripropone in un contesto di normalità la trasfigurazione dell’orrore. È come deformare per esorcizzare. Manca l’incesto ed il cannibalismo, per il resto c’è tutto.

R: Sì, tutto questo accentramento attorno ai temi terrorizzanti si è radicalizzato nel post 11 settembre, ovviamente.

M: La cosa che più ha sconvolto una società non abituata alla guerra ritorna nel loro immaginario collettivo in modo preponderante: l’attacco alle torri sono il XXI secolo.

Sono l’insicurezza e il rifugio l’anima di questa raccolta; l’impossibilità di fronteggiare ciò che è ormai non è possibile controllare. In questo senso il primo racconto, “Il soffitto” di Kevin Brockmeir, il più brutto a mio parere, è anche quello che riassume il senso dell’intera raccolta.

R: Brockmeir scrive davvero bene, ma la storia che racconta si perde per strada. Però, senti qui che riesce a scrivere sto tizio: “Era quasi mezzogiorno e il sole allo zenit aveva cominciato a velarsi. Come sempre le sagome dei nostri corpi si ritiravano ad ovest, svanivano per un attimo nella calicine meridiana e si protendevano a est, cadendo oltre i confini del mondo. A volte mi chiedevo se avrei mai più rivisto la mia ombra formare una pozza ai miei piedi”

M: Tu t’innamori della parola scritta.

R: È vero, mi innamoro della parola scritta. Credo che molti racconti mi abbiano lasciato indifferente poiché tecnicamente sono ineccepibili, e questa è la forza dei giovani narratori americani, conoscono le armi del mestiere, sanno come plasmare l’argilla, non la utilizzano a cazzo come molti giovani italiani, però, dal punto di vista delle storie trattate molti autori replicano cose che leggo da anni.

M: Sono scritti molto bene, non c’è dubbio. Sai, forse quello più decontestualizzato è “Una corda a tre capi” di Nathaniel Minton. Declinazione didascalica del senso di smarrimento e del raccordo generazionale interrotto…anche se un collegamento lo si potrebbe trovare con il cinico racconto di Boudinot.

R: “Una corda a tre capi” ha questa vena anacronistica del tutto assente nel resto della raccolta.

M: Ti dice niente “Non è un paese per vecchi”?

R: Penso di aver capito dove vuoi arrivare.

M: Sì, gli Stati Uniti sembrano iniziare a sentire il peso di non aver una tradizione culturale millenaria. Sono giovani, irrequieti, isterici e per questo creativi e allo stesso tempo fragili…

R: Sino a poco tempo fa questa era la loro forza, no?

M: Si, era la loro forza. Con questo mi sono lanciata in un’analisi sociologia decisamente fuori dalla mia portata, ma non resisto alla chiacchiere da bar.

R: Le chiacchiere da bar sono quelle che reggono al peso del tempo.

M: Che osservazione sagace!

R: Ma anche no.

M: Difatti. Trovo che i due racconti di cui parlavo si accomunino al bellissimo film dei Cohen vincitore agli Oscar di quest’anno, è come se fossero uniti da un filo ideale. “Non è un paese per vecchi” si chiude con il sogno del padre inseguito a cavallo. Una traccia verso il passato riconosciuta come solida soluzione al senso di smarrimento e sgretolamento. In altri termini è come dire ‘dai ragazzi, ci siamo sbagliati, il superomismo futurista e futuribile delle grandi imprese economiche sta fallendo, l’unica è recuperare l’esperienza generazionale’.

Guarda caso ciò di cui parla Boudinot in “Civiltà”, che esaspera il concetto divertendosi a immaginare un mondo in cui lo Stato invita ad uccidere i propri genitori come sublime gesto patriottico…(e a pensarci bene non c’è da sottovalutare l’incontestabile vantaggio per le casse dell’INPS).

Idem vale per Minton (“Una corda a tre capi”), dove il protagonista, il cartografo, preferisce usare le conoscenze trasmesse dall’eredità paterna e materna per dis-orientarsi in uno scellerato deserto.

L’unico incontro possibile è con il folle fotografo sepolto vivo per non morire (nel più grande paradosso dell’intera raccolta di McSweeney’s).

R: Anche “Appunti da un bunker lungo la Higway 8” di Gabe Hudson, a mio parere il racconto migliore della raccolta, si struttura tutto attorno alla radicale contrapposizione tra padre e figlio. Perché secondo te c’è questa esigenza di confrontarsi continuamente con i “padri”?

M: Perchè l’attivismo non supportato da un orizzonte valoriale forte si sgretola. È la cultura secolare che regge le società. Il rimando al passato come fonte di senso. Quando questo rimando non c’è la società vacilla.

R: Ci si guarda alle spalle per continuare a galleggiare?

M: Ci si guarda per sopravvivere nei momenti bui come questo. Si sta delineando un nuovo ordine mondiale. Gli Stati Uniti sono pronti a cedere lo scettro? La vecchia Europa l’ha fatto ed è qui solo per via del forte rimando culturale che ha alle spalle.

R: Quello che prima era un punto di forza ora si sta trasformando in un boomerang dalle proporzioni inaudite e la letteratura che è pur sempre sguardo sul reale coglie questo punto di saturazione…

M: Diciamo grazie a Eggers che ha saputo individuare la rappresentazione del punto.

L’unica cosa che trovo davvero di cattivo gusto della raccolta è l’introduzione. Gran caduta di stile del nostro Dave. Cito la frase incriminata: siamo felici che voi italiani non viviate più sotto Berlusconi.

R: C’è gente che ha scritto recensioni leggendo solo l’introduzione. Mi sembra che sia una boutade, in fondo.

M: Poi mi viene da dire, sì, ma allora Bush?

R: Penso che Eggers spari su Bush le stesse cartucce dialettiche utilizzate contro Berlusconi

M: Nulle insomma.

R: Qualunquiste?

M: Nessuna cartuccia nessun risultato.

R: “Nessuna cartuccia nessun risultato”, mi sembra un’ottima frase di commiato.

(Recensione di Maria Carrano e Rossano Astremo 4/7/08)


 

LA RAGAZZA DEI CORPI, di Chelsea Cain - Sonzogno Editore, pagg. 341 € 18,00

Le avventure del tenente Sheridan le vedevo quando ero piccolo e mi toccava andare a letto dopo carosello (da ciò temo si evinca la mia età). Erano storie appassionanti che un bravo (pleonastico dirlo) Amedeo Nazzari concludeva con un "Chi non beve con me peste lo colga!". Ad anni di distanza apro il libro di Chelsea Cain e leggo che il tenente Sheridan è il protagonista della vicenda, mi viene da sorridere, un sorriso che dura lo spazio di poche righe perché questo Sheridan ha a che fare con un serial killer, donna per di più, e ha la vita segnata dalle torture che da lei ha subito. Un romanzo che ti arriva subito come un pugno allo stomaco, descrizioni dettagliate di indicibili torture ed omicidi, ed una caccia spietata nel tentativo di giungere all'arresto di chi prende delle adolescenti, le strangola, le violenta e le immerge nella candeggina. Una giornalista dai capelli rosa è una vera e propria macchia di colore un una storia tenebrosa che potrebbe essere benissimo la scenggiatura di uno degli episodi di Criminal Minds, dove solo l'arguzia di un "profiler" può riuscire ad individuare il serial killer che terrorizza gli abitanti della città e rende insonni le notti del protagonita e del lettore. Leggendo questo libro si ha l'impressione di vedere un film, tale la dinamica degli avvenimenti e il rapido sconvolgimento di situazioni.

Giunto all'ultima pagina posso solo dirvi che l'assassino non è il maggiordomo (anche perché di maggiordomi nella storia non ce ne sono), e che avrei veramente avuto bisogno di un Biancosarti per riprendermi un po'. Sconsigliato a chi si impressiona, consigliato a tutti coloro che i brividi sulla schiena amano sentirli.

(14/5/08)

Hanno detto di lei e del romanzo: Chuck Palahniuk. ”Il più avvincente, il più originale serial killer dai tempi di Hannibal Lecter.” Jeffery Deaver. “Una geniale esplorazione della natura del male e del riscatto.” The Independent. “Non è difficile capire il motivo di tanto rumore intorno a questo libro” The New York Times. “Chelsea Cain ha creato un personaggio con una sete di crudeltà che sarà difficile superare”. Booklist lo ha eletto thriller dell’anno.


 

LA LISTA DI CARBONE, di Christiana Ruggeri - Mursia pagg.254 € 17,00

È una storia commovente quella che Anna, la protagonista, affida al suo diario, una grande, bellissima e avvincente storia d'amore vista attraverso gli occhi di una laureanda che messa in castigo per una vicenda di cattive compagnie, scopre una signora anziana che le da fiducia. Anna si ritrova, con tutto il disagio dei giovani d'oggi, a dover scontare un periodo di lavoro presso la libreria di Cristina, che nell'affidarle l'incarico di ordinare dei vecchi libri sulla Shoah, dimentica tra questi, delle vecchie lettere d'amore che un fidanzato perduto le aveva inviato. La curiosità è molto più femmina di quanto non si creda, soprattutto in tema di storie d'amore, e così Anna non resiste alla tentazione di leggerle e di scoprire che nel passato di Cristina c'è una dolorosa piaga; un uomo amato e scomparso, morto forse in seguito alla deportazione in un campo di sterminio nazista.

Inizia così il più bel romanzo che ho letto in questo ultimo anno, con una serie di intrecci e colpi di scena degni dei ben più celebrati best sellers writers di fantastoria. Quella che Cristiana, attraverso Anna racconta, è una storia avvincente, fatta di indagini, di puntuali ricostruzioni storiche, di incontri con i personaggi che la storia l'hanno, loro malgrado, scritta. E così in un viaggio che da Roma porta la nostra protagonista a Berlino, e poi a Riga, Christiana Ruggeri ci fa rivivere i momenti più bui dell'umanità dello scorso secolo, ma lo fa con leggerezza, senza infliggere di nuovo un dolore che ha accompagnato milioni di persone per decenni. È lo sguardo di innocente ignoranza della protagonista a non piegarsi davanti a criminali nazisti o a deportati miracolosamente scampati dalla morte dei campi di sterminio, il tutto con una grande dolcezza e con il linguaggio che solo una giovane sa e può permettersi di usare.

Impossibile iniziare a leggere questo libro e non finirlo tutto d'un fiato, impossibile non innamorarsi di Anna, sfrontata, innocente e coraggiosa, impossibile non innamorarsi di Christiana che ci regala pagine e pagine di emozioni.

(recensione di Maurizio Amici 12/4/2008)

Christiana Ruggeri, nata a Roma il 28/01/1969. È iscritta all'Albo dei giornalisti professionisti dal 01/10/1999. Nel 1999 si è laureata in Lettere Moderne. Nel 2000 ha iniziato a lavorare per la Rai al Tg2. Nel 2005 ha condotto Tg2 Mistrà per poi passare alla conduzione di Tg2 Costume e Società. Ha realizzato numerosi reportage in paesi in via di sviluppo come Mozambico, Sierra Leone, Liberia, Uganda, Georgia, Albania, Haiti. Vanta collaborazioni con quotidiani e periodici (L’Opinione, Momento Sera, Il Giornale, Italiani, Ariel), nonché esperienze radiofoniche. Ha vinto numerosi premi fra cui il Premio Internazionale al giornalismo Sebetia-Ter al giornalista italiano che si è distinto in campo umanitario e culturale internazionale. Si occupa e scrive di critica cinematografica sin dal 1997. Dal 2007 è presidente dell'Associazione Onlus  I bambini di Nassiriya.


 

TSOTSI di Athol Fugard  Edizione Minimum Fax, pagg. 233 -  2008 - €10,00

Il romanzo fu terminato dall’autore, grande drammaturgo sudafricano, nel 1962, e poi ignorato, nascosto, forse negato per molti anni, fino a che un ricercatore chiese all’autore l’autorizzazione a modificarlo e a pubblicarlo e ne ebbe un non entusiastico consenso. Il libro è poi diventato un film, che nel 2006 ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. L’opera si caratterizza per un atto coraggioso per uno scrittore: un protagonista “negativo”. Tsotsi non è un nome proprio, ma il termine che ha indicato per anni i giovani delinquenti sudafricani, costretti a sopravvivere nell’inferno dell’apartheid. Un cattivo senza speranza di riscatto, fino a un certo punto della sua vita. E proprio nel finale il film si distanzia dal libro: ha un finale più “laicamente” aperto alla speranza e, paradossalmente, più in linea con la struttura drammaturgica del racconto. Nel film non c’è presenza trascendente, il futuro è negli uomini e nella possibilità dell’amore che genera il riscatto. Francamente, a mio parere, è più convincente. E, forse, è questo il motivo per cui Fugard rinchiuse il suo progetto in un baule. Quello che rimane, però, è la vivida e crudele descrizione dell’inferno delle township sudafricane, dell’odio che genera odio, della sopraffazione razziale: “La vita non valeva nulla: di notte comandavano le pistole e i coltelli”, ricorda Nelson Mandela. Purtroppo, quello che viene a mancare al lettore non sudafricano di questo affresco, pur in una pregevole traduzione, è il linguaggio, in originale frutto della babele linguistica sudafricana, e quindi un tratto incisivo e caratterizzante. “Tsotsi” rimane comunque un libro importante, in un mondo disperato che sta riscoprendo il cancro del razzismo, il mancato riconoscimento della diversità come ricchezza globale. Una nota personale (e, d’altronde, un libro interagisce sempre con il nostro stato psicologico, con le condizioni sociali del momento, e con il luogo in cui viene affrontato): mi è capitato di leggerlo a Cuba, dove (malgrado tante altre difficoltà) le differenze razziali non esistono, anzi, il “melting pot” è una ragione di convivenza, e dopo aver conosciuto la Namibia, dove le differenze razziali sembrano superate e dove gli eredi dei Boeri e gli africani convivono pacificamente, così almeno sembra agli occhi del viaggiatore. Allora, forse, oltre che auspicabile, è possibile “stare insieme".

(Recensione di Paolo Modugno 3/4/08)

Athol Fugard è uno dei maggiori drammaturghi viventi del mondo. La sua carriera abbraccia cinquant'anni di scrittura teatrale, recitazione (nel cinema e nel teatro) e regia. Ha lavorato in Sudafrica, a Broadway e in produzioni indipendenti americane, e a Londra. Tra le sue opere più note vi sono The Blood Knot [Legame di Sangue], Boesman and Lena [Boesman e Lena], Sizwe Banzi Is Dead [Sizwe Bansi è morto], «Master Harold»... and the Boys, Sorrows and Rejoicings e più recentemente Exits and Entrances. È apparso in film come Gandhi, Urla del silenzio, Meetings with Remarkable Men e Marigolds in August.


 

ULTIMI FRAMMENTI DI UN LUNGO VIAGGIO, di Christiane Singer - Sonzogno Editore, Milano, pagg. 137, € 12,00

Sei mesi. Solo sei mesi. Di vita.

Questo Christiane Singer si sente dire dal suo medico il 1° settembre 2006. “Almeno avrò il tempo di finire questo libro” riflette lei.

E infatti il libro esce postumo, perché l’autrice muore il 4 aprile 2007, lasciandoci una testimonianza lucida, forte, non lacrimosa, di quello che succede nel lungo viaggio tra ospedali, analisi ed esami clinici, visite, l’operazione chirurgica, il declino del corpo. Afferma Christiane: “La cosa importante quando una malattia entra in te è che tu non entri nella malattia”.

Quando si parte per un lungo viaggio, si vuole prendere congedo con calma e con dolcezza dalle persone e dai luoghi che si amano, con la fiducia (o almeno la speranza) di ritrovarli.

Nel caso dell’ultimo viaggio non è così, e solo la fede nelle proprie certezze (qualsiasi esse siano) permette di non cedere alla disperazione, di spalancare le porte al coraggio del dopo (qualsiasi esso sia): “Riconoscerai l’esattezza del tuo cammino da ciò che ti avrà reso felice”. Con queste parole Christiane termina il suo diario, che gli ha permesso di salvare la sua vita aprendola a tutti.

(2/04/08)

Christiane Singer è nata a Marsiglia nel 1943 e dopo il matrimonio si è stabilita a Vienna. Ha scritto diversi romanzi di successo, tra i quali: La morte viennese (premio dei Librai 1979), Storia d’anima (premio Camus 1989); e libri di saggistica, come: Il Tao della vita, Del buon uso delle crisi, Dove corri? Non sai che il cielo è in te?; Ultimi frammenti di un lungo viaggio, pubblicato postumo, è stato un bestseller in Francia ed è stato edito in tutta Europa. Christiane è morta a Vienna il 4 aprile 2007. 


I

 

La somma dei giorni di Isabel Allende - Feltrinelli, pagg. 315, € 17,00

In questo sentito libro di memorie, Isabel Allende ricostruisce la dolorosa realtà degli anni che seguono la morte della figlia Paula, tracciando una sorta di diario delle vicende della propria famiglia nel periodo che va dal 1992 al 2006.

Attraverso l’epistolario tra l’autrice e sua madre, che vive in Cile, la Allende profonde in questo libro tutta la sua esuberanza e la sua gioia di vivere, narrando le vicende di questa originale famiglia allargata che ha riunito intorno a sé e che emerge come grande risorsa quando affetto e comprensione latitano.

In queste pagine l’autrice condivide con il lettore le sue convinzioni ed i suoi pensieri sull’amore, la spiritualità e le religione, il matrimonio e la maternità, l’infedeltà e la memoria. Le storie straordinarie ed i viaggi avventurosi riportati nel libro rappresentano un’esperienza straordinaria all’interno del processo descrittivo della protagonista, del suo mondo interiore e dei rapporti che sono ormai divenuti essenziali per la sua vita ed il suo lavoro di scrittrice.

Narrato con calore, umorismo e candore, “La somma dei giorni” è il ritratto di una famiglia dei nostri giorni tenuta insieme dall’amore, la fierezza e la testarda determinazione di una indomabile matriarca.

(recensione di Luigi Brunamonti 28/3/08)


Isabel Allende: a tre anni dalla sua nascita, nel 1945 il padre, Tomas Allende, divorzia e abbandona la famiglia; la madre decide di tornare in Cile con i tre figli e andare a vivere nella casa del nonno a Santiago. Grazie all'aiuto dello zio Salvador Allende, futuro presidente del Cile, poi ucciso nel colpo di Stato del 1973, a Isabel e ai suoi fratelli non mancherà la possibilità di studiare e di vivere senza problemi economici. Dopo il colpo di stato di Pinochet dell'11 settembre 1973, lascia il Cile nel 1975 trasferendosi a Caracas, in Venezuela, dove rimane fino al 1988. In tempi più recenti Allende si è dedicata alla stesura di una trilogia per ragazzi dedicata ai nipoti: i primi volumi sono stati La città delle bestie e Il regno del drago d'oro poi ha seguito l'ultimo volume La foresta dei pigmei.Il 10 febbraio 2006 Isabelle Allende ha partecipato alla cerimonia di apertura della XX Olimpiade Invernale di Torino 2006 portando, insieme ad altre sette donne famose, la bandiera olimpica.Nel maggio 2007 è stata insignita a Trento della laurea honoris causa in lingue e letterature moderne euroamericane.


 

 

Dietro quel delitto di Ian Rankin Longanesi, pagg. 477, € 18.60

Luglio 2005: in occasione della riunione dei Capi di Stato del G8 in Scozia, la Polizia è impegnata al gran completo nel controllo delle innumerevoli dimostrazioni di protesta che si stanno scatenando intorno alla riunione, ma l’ispettore John Rebus non viene coinvolto perché i suoi superiori lo preferiscono “di guardia al forte”.

Rebus sta per andare in pensione, gli è morto da poco il fratello e oltretutto è un gran rompiscatole, quindi tanto vale non chiamarlo in causa, visto che, tra l’altro, le telecamere di tutto il mondo saranno puntate sull’evento. Ma in un bosco in prossimità dell’albergo dove si svolgerà il G8 viene rinvenuto un indizio legato ad un caso di omicidio già archiviato, a cui fa seguito l’inspiegabile suicidio di un Lord durante una cena di gala al castello di Edimburgo.

Le autorità avrebbero tutte le intenzioni di evitare che i due fatti gettino un’ombra sinistra su un evento di portata globale quale il G8, ma il nostro ispettore non è mai stato un amante delle regole. Insieme alla collega Siobhan Clarke dà vita ad un’indagine che finirà non solo per far luce su un intreccio avvincente, ma che avrà delle conseguenze anche sulla vita personale dei due protagonisti.

(28/3/08)


È il primo della sua famiglia a frequentare le scuole superiori. Molto apprezzato dal suo insegnante di lingua inglese, già al liceo Rankin inizia a scrivere le prime poesie e numerosi racconti e, incoraggiato ad ampliare i suoi interessi letterari, si iscrive all'Università di Edimburgo, dove consegue la laurea in Letteratura inglese, nonché specializzato in Letteratura americana e scozzese.Lo scrittore James Ellroy lo ha definito "Il re incontrastato del giallo scozzese". Vince l'Edgar Award nel 1988 per il romanzo Morte grezza, e nel 2004 per il romanzo Casi sepolti. Nel 1997 vince il Macallan Gold Dagger per Morte grezza. Vive ad Edimburgo, in Scozia, con moglie e due figli. La prosa di Rankin è concisa ed evocativa, i personaggi ben disegnati, i dialoghi convincenti, le trame eccitanti, ma le sue qualità più apprezzate sono la capacità di comprendere le debolezze umane, la deprivazione affettiva, la grettezza e l'odio, e l'abilità di descrivere in che modo la corruzione sappia infiltrarsi in tutti gli strati della società.


 

Il venditore di armi di Hugh Laurie - Marsilio, pp. 349,  € 18.00

Opera prima dell’ormai famosissimo Doctor House, “Il venditore di armi” venne pubblicato per la prima volta nel 1996 sotto uno pseudonimo, visto che Hugh Laurie non voleva che il giudizio del pubblico potesse venire influenzato dai suoi successi come interprete cinematografico e di numerosi programmi comici della televisione inglese.

La sua reale identità venne svelata solo dopo la pubblicazione della prima edizione del volume e su pressioni del suo agente che, ovviamente, teneva molto alla pubblicità che ne sarebbe derivata e che l’ha portato ai vertici delle vendite negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

Il protagonista di questo avvincente thriller è Thomas Lang, ex membro della Guardia Scozzese, la cui unica attività sembra essere rimasta quella di bere whisky in gran quantità e portare al limite la sua adorata Kawasaki. Ad Amsterdam Lang viene avvicinato da un uomo che gli offre 100mila dollari per uccidere un uomo d’affari americano; il nostro protagonista non solo rifiuta l’offerta, ma cerca di avvertire il malcapitato per metterlo in guardia. Il risultato è che Lang si ritrova suo malgrado coinvolto in una cospirazione internazionale in cui abbondano trafficanti d’armi, agenti dei servizi segreti, miliardari senza scrupoli e femmes fatales; una miscela altamente esplosiva dove humor e risate si alternano a momenti in cui il brivido ti fa trattenere il respiro.

(recensione di Luigi Brunamonti 28/3/08)


Hugh Laurie, è figlio di genitori di origine scozzese, suo padre era un medico,e, in gioventù, campione di canottaggio. È il minore di quattro figli. È conosciuto per la sua carriera di attore comico, regista cinematografico e teatrale, e scrittore, molto caro al pubblico televisivo britannico per il suo lavoro con Stephen Fry e per aver partecipato alla serie di successo della BBC Blackadder (interpretando George) con protagonista Rowan Atkinson.  Frequentò ad Oxford la Dragon School (una scuola privata), prima di andare ad Eton e in seguito al Sewlyn College di Cambridge, dove studiò archeologia e antropologia. Laurie ha ottenuto il miglior riconoscimento con la serie della Fox Dr. House - Medical Division (in originale House M.D.) nella parte del geniale e misantropo dottor Gregory House. Viene spesso giudicato come irascibile e poco socievole, ma in realtà nasconde un lato buono e generoso. Questa parte gli ha fruttato la vittoria del Golden Globe come miglior attore per serie televisive drammatiche per 2 anni consecutivi (2006 e 2007), la TCA Award e una nomination agli Emmy Awards, nonché un aumento sul conto in banca: il compenso di Hugh Laurie per la serie Dr. House - Medical Division è di 300.000 $ a puntata


  

Pagine di libri è una iniziativa editoriale indipendente fondata nel mese di ottobre 2007 e curata da Maurizio Amici e Luigi Brunamonti.

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