Ho incontrato Vincenzo Cerami in occasione di una
conferenza sul libro “Pier Paolo Pasolini, Poet of Ashes” (Pier Paolo Pasolini, poeta delle ceneri) un bellissimo testo che
verrà ufficialmente presentato a New York nell’ambito di una retrospettiva
dedicata al grande poeta in programma all’Istituto Italiano di Cultura dal 26
novrembre al 18 dicembre prossimi. Cerami è stato un suo allievo, anche se ha
raggiunto la grande popolarità scrivendo nel 1976 Un borghese piccolo piccolo portato poi sul grande schermo da Mario
Monicelli con l’indimenticabile Alberto Sordi. Tra le opere di narrativa
ricordiamo: Tutti cattivi, Ragazzo di vetro, La lepre, Fantasmi, La sindrome di Tourette., mentre come
sceneggiatore ha collaborato con Gianni
Amelio, Marco Bellocchio, Giuseppe Bertolucci, Ettore
Scola. Con Benigni poi ha scritto Il piccolo diavolo, Johnny
Stecchino, Il mostro, Pinocchio, La tigre e la neve, La
vita è bella, quest’ultimo lavoro ha vinto un Davide di Donatello e ha avuto
una nomination all’Oscar.
Uno scrittore prestato al cinema?
Ma io non faccio
gerarchie, sono un narratore e racconto con tutti i mezzi possibili, dove c’è
la parola ci sono io, quindi faccio cinema, teatro, letteratura, fumetti,
radiofonia quando posso, la fiction. Io racconto, non c’è una gerarchia, certo
mi diverto di più quando lavoro con gli altri, nella letteratura stai da solo, però
anche se solo sei tutto te stesso, e devi rispondere di tutto; il linguaggio
scritto è, come dire, il tutto, mentre nel cinema e nel teatro, arriva poi il
regista, arrivano gli attori, la luce, le scenografie, tutte figure che
incidono profondamente nel testo iniziale. Quindi, quando scrivo teatro e
cinema so che la materia originale verrà poi rivista da altre arti.
Che differenza c’è nello scrivere per la carta e lo scrivere
per le immagini?
Mah, le due scritture
hanno in comune soltanto la narrazione, li dove la narrazione è presente, nel
cinema al 99 per cento la narrazione è presente sempre, nella letteratura
talvolta può succedere che la narrazione sia solo un pretesto per un discorso
di carattere linguistico o un discorso anche di carattere morale, ma non
specificatamente narrativo. La differenza sostanziale è proprio la differenza
del linguaggio, la letteratura è fatta di parole scritte in silenzio, perché
una sola persona le legga in silenzio; la retorica della scrittura è una
retorica particolare che si rivolge ad un silenzio che suggerisce una voce
narrante, che la evoca, questa voce, una volta è muta durante la narrazione,
una volta è più concitata, un’altra è più calma, oppure più ironica eccetera...
e racconta e mette in scena una storia; quindi le immagini vengono evocate
attraverso le parole scritte. Nel cinema invece l’immagine è li, è davanti a
te, la devi solo fotografare; devi mettere in ordine le sequenze in modo da
fare un racconto ma sulla base delle immagini. Il cinema è fatto per l’organo
della vista, è un arte “comportamentale”, cioè attraverso i comportamenti dei
personaggi, io debbo risalire al pensiero narrante, nella letteratura al
contrario, io posso raccontare il pensiero del personaggio mettendolo tra
virgolette direttamente, scrivo quindici pagine di ciò che pensò... Giovanni.
Mettere nel cinema il pensiero è contronatura, il pensiero fuori campo veniva
usato un tempo ma non viene più usato, anche perché umilia l’immagine. Sentire
una voce fuori campo su qualcuno che cammina e che ci racconta il pensiero di
questo qualcuno che cammina, penalizza l’immagine.
Molto spesso, si ricava dai commenti di chi va al cinema ed
ha letto il libro da cui è stato tratto il film, c’è spesso delusione. È un’arte
pericolosa quella di tirar fuori un film da un libro o no?
Dunque, precisiamo
immediatamente che gran parte della letteratura è stata trasferita nel cinema,
prendiamo uno dei più grandi registi che siano mai esistiti come Kubrick che
non ha mai fatto un’opera che non sia stata tratta da un libro, il problema è
questo: bisogna considerare le due opere diverse l’una dall’altra, il
riferimento è quasi casuale, nel senso che ciò che interessa al cinema di un
romanzo è il “plot”, è la narrazione, sono i fatti che succedono, non le cose
astratte, vaghe, i pensieri e tutte le divagazioni che pure fanno invece la
sostanza della letteratura; quindi il cinema che si rivolge al romanzo
individua soprattutto quelli in cui c’è azione, in cui c’è movimento, dove ci sono
molte scene, ci sono conflitti ben evidenti. Proprio perché il cinema non può
raccontare pensieri deve stare sulle azioni. La letteratura invece può divagare
quanto vuole, anzi la sua bellezza sta proprio nella divagazione rispetto alla
narrazione. Quindi se io vado a vedere un film devo dimenticare il testo da cui
è partito, noi abbiamo dei bellissimi testi letterari da cui sono stati tratti
dei film mediocri, e dei libri, diciamo, mediocri anche da un punto di vista
letterario da cui sono usciti capolavori assoluti, basta pensare ad alcune
opere di Bonuel che sono stati tratte da romanzi non proprio strepitosi, e da
dove ne ha ricavato dei film straordinari.
Un pollice verso che Vincenzo Cerami rivolge ad un film che
lui ha visto, di cui conosceva il libro da cui era stato tratto e che non gli è
piaciuto rispetto al testo.
Per esempio il film di
Visconti, “Morte a Venezia” è stato un film bellissimo che ha un rapporto con
il romanzo veramente molto riduttivo. Il romanzo fa un discorso sulla morte
molto più vasto, ha dei rimandi letterari importanti, dietro c’è tutta una
letteratura di grande spessore. Il film prende invece solo alcune cose e le fa
diventare un’altra opera, altrettanto bella, altrettanto interessante, ma con
un altro linguaggio. Ma non me la sento di dire “questo film è più brutto
del libro da cui è tratto”: è diverso. Ricordo che Moravia diceva sempre:
“Quando si danno i diritti, si cedono e buonanotte”.
(intervista effettuata il 26 ottobre 2006 presso la libreria
Notebook – Parco della Musica Roma)