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Vincenzo Cerami

di Maurizio Amici

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Albertone torna con Monicelli, complice il romanzo di Vincenzo Cerami, per misurarsi con un altro incisivo ruolo drammatico.



L'incontro.

Il romanzo si avvicina in qualche modo a un giallo, d'accordo. C'è una persona che scompare, il professor Sandro Bulmisti: un esperto di enigmistica che lascia un'esile traccia in forma di caccia al tesoro per enigmi, all'interno di una fanzine per appassionati di cruciverba e sciarade.


Una fiaba teatrale ceh ha momenti di patetica, disperata comicità; nei due protagonisti chi legge riconoscerà la stessa stralunata, malinconica allegria di coppie celebri, da Don Chisciotte e Sancho Panza a Stanlio e Ollio.


Nel 2006 l'Università di Pisa gli ha conferito la laurea honoris causa in Letterature e filologie europee.


Racconti molto diversi, ma legati da un sottile filo rosso sospeso al confine indistinto che separa la vittoria dalla sconfitta.

Storie vissute da personaggi estremi e a un tempo comuni, come estrema e comune è la vita.

 

Vincenzo Cerami ha un suo bellissimo sito:

www.vincenzocerami.com

Ho incontrato Vincenzo Cerami in occasione di una conferenza sul libro “Pier Paolo Pasolini, Poet of Ashes” (Pier Paolo Pasolini, poeta delle ceneri) un bellissimo testo che verrà ufficialmente presentato a New York nell’ambito di una retrospettiva dedicata al grande poeta in programma all’Istituto Italiano di Cultura dal 26 novrembre al 18 dicembre prossimi. Cerami è stato un suo allievo, anche se ha raggiunto la grande popolarità scrivendo nel 1976 Un borghese piccolo piccolo portato poi sul grande schermo da Mario Monicelli con l’indimenticabile Alberto Sordi. Tra le opere di narrativa ricordiamo: Tutti cattivi, Ragazzo di vetro, La lepre, Fantasmi, La sindrome di Tourette., mentre come sceneggiatore ha collaborato con Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Giuseppe Bertolucci, Ettore Scola. Con Benigni poi ha scritto Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino, Il mostro, Pinocchio, La tigre e la neve,  La vita è bella, quest’ultimo lavoro ha vinto un Davide di Donatello e ha avuto una nomination all’Oscar.

Uno scrittore prestato al cinema?

Ma io non faccio gerarchie, sono un narratore e racconto con tutti i mezzi possibili, dove c’è la parola ci sono io, quindi faccio cinema, teatro, letteratura, fumetti, radiofonia quando posso, la fiction. Io racconto, non c’è una gerarchia, certo mi diverto di più quando lavoro con gli altri, nella letteratura stai da solo, però anche se solo sei tutto te stesso, e devi rispondere di tutto; il linguaggio scritto è, come dire, il tutto, mentre nel cinema e nel teatro, arriva poi il regista, arrivano gli attori, la luce, le scenografie, tutte figure che incidono profondamente nel testo iniziale. Quindi, quando scrivo teatro e cinema so che la materia originale verrà poi rivista da altre arti.

Che differenza c’è nello scrivere per la carta e lo scrivere per le immagini?

Mah, le due scritture hanno in comune soltanto la narrazione, li dove la narrazione è presente, nel cinema al 99 per cento la narrazione è presente sempre, nella letteratura talvolta può succedere che la narrazione sia solo un pretesto per un discorso di carattere linguistico o un discorso anche di carattere morale, ma non specificatamente narrativo. La differenza sostanziale è proprio la differenza del linguaggio, la letteratura è fatta di parole scritte in silenzio, perché una sola persona le legga in silenzio; la retorica della scrittura è una retorica particolare che si rivolge ad un silenzio che suggerisce una voce narrante, che la evoca, questa voce, una volta è muta durante la narrazione, una volta è più concitata, un’altra è più calma, oppure più ironica eccetera... e racconta e mette in scena una storia; quindi le immagini vengono evocate attraverso le parole scritte. Nel cinema invece l’immagine è li, è davanti a te, la devi solo fotografare; devi mettere in ordine le sequenze in modo da fare un racconto ma sulla base delle immagini. Il cinema è fatto per l’organo della vista, è un arte “comportamentale”, cioè attraverso i comportamenti dei personaggi, io debbo risalire al pensiero narrante, nella letteratura al contrario, io posso raccontare il pensiero del personaggio mettendolo tra virgolette direttamente, scrivo quindici pagine di ciò che pensò... Giovanni. Mettere nel cinema il pensiero è contronatura, il pensiero fuori campo veniva usato un tempo ma non viene più usato, anche perché umilia l’immagine. Sentire una voce fuori campo su qualcuno che cammina e che ci racconta il pensiero di questo qualcuno che cammina, penalizza l’immagine.

Molto spesso, si ricava dai commenti di chi va al cinema ed ha letto il libro da cui è stato tratto il film, c’è spesso delusione. È un’arte pericolosa quella di tirar fuori un film da un libro o no?

Dunque, precisiamo immediatamente che gran parte della letteratura è stata trasferita nel cinema, prendiamo uno dei più grandi registi che siano mai esistiti come Kubrick che non ha mai fatto un’opera che non sia stata tratta da un libro, il problema è questo: bisogna considerare le due opere diverse l’una dall’altra, il riferimento è quasi casuale, nel senso che ciò che interessa al cinema di un romanzo è il “plot”, è la narrazione, sono i fatti che succedono, non le cose astratte, vaghe, i pensieri e tutte le divagazioni che pure fanno invece la sostanza della letteratura; quindi il cinema che si rivolge al romanzo individua soprattutto quelli in cui c’è azione, in cui c’è movimento, dove ci sono molte scene, ci sono conflitti ben evidenti. Proprio perché il cinema non può raccontare pensieri deve stare sulle azioni. La letteratura invece può divagare quanto vuole, anzi la sua bellezza sta proprio nella divagazione rispetto alla narrazione. Quindi se io vado a vedere un film devo dimenticare il testo da cui è partito, noi abbiamo dei bellissimi testi letterari da cui sono stati tratti dei film mediocri, e dei libri, diciamo, mediocri anche da un punto di vista letterario da cui sono usciti capolavori assoluti, basta pensare ad alcune opere di Bonuel che sono stati tratte da romanzi non proprio strepitosi, e da dove ne ha ricavato dei film straordinari.

Un pollice verso che Vincenzo Cerami rivolge ad un film che lui ha visto, di cui conosceva il libro da cui era stato tratto e che non gli è piaciuto rispetto al testo.

Per esempio il film di Visconti, “Morte a Venezia” è stato un film bellissimo che ha un rapporto con il romanzo veramente molto riduttivo. Il romanzo fa un discorso sulla morte molto più vasto, ha dei rimandi letterari importanti, dietro c’è tutta una letteratura di grande spessore. Il film prende invece solo alcune cose e le fa diventare un’altra opera, altrettanto bella, altrettanto interessante, ma con un altro linguaggio. Ma non me la sento di dire “questo film è più brutto del libro da cui è tratto”: è diverso. Ricordo che Moravia diceva sempre: “Quando si danno i diritti, si cedono e buonanotte”.

(intervista effettuata il 26 ottobre 2006 presso la libreria Notebook – Parco della Musica Roma)

 

 

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Pagine di libri è una iniziativa editoriale indipendente fondata nel mese di ottobre 2007 e curata da Maurizio Amici e Luigi Brunamonti.

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