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La
conferenza sul clima tenutasi recentemente a Bali e conclusa da una repentina
quanto inaspettata adesione degli Stati Uniti al Trattato di Kyoto, ha visto
esperti e attivisti discutere e accapigliarsi sulle cause delle modificazioni
climatiche e, soprattutto, sui possibili rimedi e sulle loro conseguenze.
Due
gruppi di ricerca particolarmente attivi in questo senso, il Centro
Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste ed il Laboratorio
statunitense della Purdue University specializzato nello studio dell’impatto
del cambiamento climatico, hanno tentato di dare una risposta in questo senso
ed il risultato è stato quanto mai interessante. Ne è emerso infatti che le
conseguenze del surriscaldamento globale non possono essere misurate
esclusivamente in termini fisici, perché nel calcolo vanno inserite anche
variabili „sociali“ quali il trend demografico, la sperequazione nella
distribuzione della ricchezza e l’organizzazione delle nostre società.

Osservando
da questa prospettiva la situazione attuale e quella a breve e medio termine si
nota come le aree che maggiormente subiranno le sofferenze e i danni maggiori
delle modificazioni climatiche non sono soltanto quelle tradizionalmente povere
ed arretrate, ma anche molti dei paesi più ricchi ed avanzati. Solo per citarne
alcuni, la fascia orientale degli Stati Uniti e la maggior parte del territorio
australiano sono già colpite da una scarsità d’acqua che sta assumendo contorni
drammatici.
Per
restare al paese dei canguri, è interessante notare come nelle ultime elezioni
ci sia stato per la prima volta un impatto massiccio e determinante delle tematiche
ecologiche: l‘80% degli Australiani che vive nelle città è infatti sottoposto
al razionamento dell’acqua (e noi che ci lamentavamo della situazione del
nostro meridione!), mentre è stata superiore al 70% la percentuale di coloro
che hanno dichiarato di essere stati „fortemente influenzati“ nella loro scelta
di voto.
La
conseguenza è stata che il premier uscente John Howard, un „negazionista“ della
prima ora sempre a fianco di Bush nel sottovalutare qualunque evidenza
scientifica sulle responsabilità umane nei cambiamenti climatici e contrario al
Trattato di Kyoto, è stato sconfitto dal laburista Kevin Rudd, pur vantando
ottimi successi in tutti quei campi in cui normalmente si decidono le sorti
elettorali.
In
Italia non siamo ancora a questi livelli di consapevolezza, ma varrà la pena
ricordare che il nostro paese soffre già le conseguenze dell’allargamento della
fascia tropicale in avvicinamento dal Sud e che, dei circa 4000 chilometri di coste che conta la penisola,
circa un terzo potrebbe cedere alla pressione del mare nel caso di un
innalzamento delle acque nel corso di questo secolo.
Bastano
poche cifre per dimostrare come questi, ovviamente insieme a molti altri, siano
aspetti destinati ad incidere profondamente sulla nostra società e su quella
globale: negli ultimi dieci anni sono circa due miliardi e mezzo le persone
colpite in qualche modo da catastrofi naturali, con circa un milione di morti,
mentre per citare solo il problema della scarsità dell’acqua e restringerlo
all’Africa, sono almeno 200 milioni le persone destinate ad avere crescenti
difficoltà nei prossimi anni. Ne deriva la portata di possibili flussi
migratori che già ora premono fortemente sulle frontiere dei paesi avanzati e
che potrebbero divenire maree nei prossimi decenni. Si può stimare che una
percentuale variabile dal 10 al 15% del prodotto interno lordo globale sia
messa in pericolo dall’impatto dei cambiamenti climatici in corso, e non
pensiate che siano solo calcoli teorici destinati a non influenzare
direttamente anche i nostri standard di vita! Secondo il nostro Sottosegretario
all’Economia, il debito italiano per i ritardi nell’attuazione del protocollo
di Kyoto ci costerà intorno ai 5 miliardi di Euro, soldi che usciranno dalle
nostre tasche, mentre ad esempio i „ricchi“ Americani hanno crescenti difficoltà
ad assicurarsi contro i danni causati dai sempre più frequenti e distruttivi
tornado: problemi, questi, che i „poveri“ abitanti del Bangladesh non hanno di
certo nel gestire le conseguenze dei monsoni e delle piogge torrenziali con cui
sono chiamati sempre più frequentemente a fare i conti.
In
questo senso vi consigliamo senz’altro la lettura di Gaia, uscito recentemente
per i tipi dell’Istituto Geografico De Agostini e curato da Mario Tozzi (pagg. 623, € 19.90) che
tutti ben conosciamo per i suoi programmi televisivi dedicati all’ambiente.
Il
libro non si limita ad un’elencazione di fatti e misfatti arrecati a nostra
madre Gaia, ma completa il quadro con interessanti approfondimenti sulla situazione
energetica del pianeta, i conflitti e le aree di crisi ed i flussi migratori;
tutte tematiche in grado di influenzare fortemente i nostri stili di vita nei
prossimi decenni, ma che nel libro di Tozzi vengono inserite in un unico
contesto com’è appunto quello di questo piccolo-grande pianeta su cui tutti
siamo „costretti“ a vivere.
Se
solo riuscissimo a tener presente questo inequivocabile dato di fatto, la
ricerca di compromessi e di possibili soluzioni sarebbe sicuramente più
semplice, così come migliorerebbe il rapporto tra tutti noi abitanti della
Terra e il pianeta che ci ospita.
Da leggere e far leggere.
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