INTERVISTA CON L’AUTORE AL PROF. MASSIMO PICOZZI
Prof. Picozzi, qualcuno, vedendoLa spesso in televisione con i Suoi modi semplici e diretti, può dimenticare che Lei è medico psichiatra, specializzato in Psichiatria Forense e in Sessuologia Clinica, docente universitario e consulente della Polizia. Sono apprezzabili le Sue capacità di trattare con garbo e sensibilità tematiche difficili e non di rado francamente da grand-guignol, senza mai scivolare nella tentazione di soddisfare oltre il lecito l’interesse, a volte un po’ macabro, del pubblico.
Recentemente mi sono occupata di recensire l’edizione italiana del “CRIME CLASSIFICATION MANUAL” da Lei curata, che mi ha suscitato molte domande. Provo a porgliene alcune, come farebbe il cosiddetto uomo della strada.
Tenendo conto dei mutamenti sociali che si sono verificati, diciamo, negli ultimi venti anni, come è cambiato, secondo Lei, il crimine violento in Italia?
È un dato accertato che gli omicidi volontari in Italia siano drasticamente diminuiti, a partire dai circa 1800 casi all’anno dei primi anni ’90, agli attuali 600-650 casi. Anche le violenze sessuali sono diminuite. Il dato peraltro, sembra confermato in tutti i paesi del mondo.
Quali tipologie di crimine sono in aumento, e per quali ragioni?
Sempre restando al nostro paese, quelli che sono aumentati sono i reati contro il patrimonio, come rapine e furti, che sono poi i crimini che aumentano la nostra percezione d’insicurezza. Un omicidio è un evento comunque raro, mentre trovarsi i ladri in casa può capitare a tutti, e comunque è certamente capitato a qualcuno che conosciamo. E allora il delitto, da qualcosa di virtuale, diventa qualcosa di reale e che incute paura.
A me viene da riflettere sui molti omicidi commessi a seguito di separazioni coniugali conflittuali, in cui a volte i mariti/padri si percepiscono ingiustamente esclusi. A Lei risulta in crescita questo genere di reati?
Gli omicidi cosiddetti di prossimità (familiari, ma anche vicini di casa, fidanzati o amici) sono stabili nel numero. Ciò che influenza le statistiche sono piuttosto i delitti della criminalità organizzata. Basta una ripresa nella guerra di cosche per avere un’impennata nei dati (ricordando che siamo su stime annue di 600 casi, 50 vittime in più fanno una percentuale significativa)
Spostandoci all’interno della persona, si può affermare che siano cambiate le caratteristiche del criminale violento, i tratti che connotano, se così si può dire, l’”offender” moderno?
Più che il numero degli omicidi, lascia spiazzati l’apparente assenza di movente o i futili motivi che stanno dietro ai crimini. In passato il movente era più facilmente identificabile, per così dire “classico”. Denaro, passione, gelosia, potere, vendetta. Oggi il movente è più sfumato. La rabbia l’assassino se la porta dentro, nascosta, ed esplode con ferocia, con centinaia di colpi.
Da CSI in poi crediamo di conoscere tutto del mondo dell’investigazione, tanto che spesso i criminali adottano precauzioni per non incappare negli errori che sono costati la libertà ai personaggi di questo o quel caso visto in TV. Per contro, nonostante la scienza e la tecnologia impiegate dagli specialisti della Polizia e dei Carabinieri, purtroppo molti criminali restano impuniti. Quali sono gli strumenti più importanti di cui disponete per ricostruire un delitto ed “incastrarne” l’autore?
Penso che il mito di CSI nasca anche per le caratteristiche che ho espresso prima. Dove il movente sfugge, non si trova nemmeno il senso. E noi dobbiamo dare un senso al delitto, per poi rimettere ordine. Ecco allora che il nuovo “sacerdote” delle indagini è l’esperto della scientifica, appartenga a CSI o ai RIS. Arriva, raccoglie, analizza, interpreta e cattura. Naturalmente le cose non vanno così. L’investigazione scientifica non potrà mai sostituire l’indagine tradizionale, alla quale piuttosto deve portare il suo contributo. Non sostituirsi ad essa. Prove come il DNA, le impronte digitali, sono importantissime, ma poi vanno interpretate e inserite in un contesto investigativo più ampio.
Al contrario, quali sono i punti deboli, le vulnerabilità metodologiche con cui più spesso vi trovate a dover fare conti?
Il punto debole delle indagini scientifiche, è pensare che siano infallibili. Nemmeno le scienze più pure hanno l’ambizione, nel loro specifico, di fornire spiegazioni assolute. Per dirla anzi con Popper, una scienza per essere tale dev’essere falsificabile, deve dimostrare di poter essere innovata da nuovi riscontri. E poi, come tutto, la prova e nelle mani dell’uomo. Che può. In buona o cattiva fede, cancellare, omettere, forzare.
Per l’attentato terrorista a Madrid del 2004, attribuito ad Al Qaeda, l’FBI ha incarcerato un uomo sulla base di un’impronta parziale di un pollice. Lo ha fatto sulla base che quell’uomo, cittadino americano, presentava una corrispondenza generica con la traccia ritrovata sulla scena del crimine, ma soprattutto perché era di religione musulmana. Nel 2006 il governo USA ha liquidato alla persona ingiustamente sospettata la cifra di 2.000.000 di dollari per i danni procurati.
Quali ritiene possano essere le migliori “armi” per arginare questi fenomeni che, grazie alla diffusione mediatica delle notizie, sembrano essere dilaganti?
Penso che comunque si tratti di moda. In fondo siamo passati attraverso la sindrome di Perry Mason, e poi tutti temevano che con la serie di Quincy ogni giuria chiedesse le impronte digitali anche se non ce n’era motivo, perché il protagonista dei telefilm le usava sempre. Qualche tempo e le cose sono tornate come prima.
Visto che siamo su “Pagine di Libri”, mi può segnalare quali sono le Sue ultime fatiche bibliografiche?
Al momento sto lavorando ad un progetto che riguarda le scienze forensi, e poi sto preparando il nuovo saggio con l’amico e socio Carlo Lucarelli, dovrebbe essere in uscita all’inizio del prossimo anno e parlare di tutti i più grandi delinquenti, che non abbiano mai versato una goccia di sangue.
La ringrazio, Prof. Picozzi, della Sua disponibilità e La pregherei di fornire qualche consiglio da esperto ai giovani che volessero intraprendere la professione dell’investigatore/criminologo.
Non esiste il criminologo e basta, almeno non nel nostro paese. Piuttosto, a chi voglia accostare il mondo del crimine in veste professionale, consiglio una laurea in medicina, in psicologia, in giurisprudenza o sociologia, e poi un master, come quello che organizziamo all’università di Castellanza dove lavoro (www.master.liuc.it.). Si potrà così essere penalisti esperti di scena del crimine, psicologi e psichiatri forensi, sociologi della devianza. Un percorso più lungo, ma di grandi soddisfazioni.
Grazie ancora, e a presto.
(intervista effettuata nel mese di settembre 2008)