Interviste: Giuseppe Romano

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ultimo aggiornamento martedì 24 marzo 2009
 


Pagine di libri intervista il

Giuseppe ROMANO

di Maurizio Amici


MEZZOGIORNO DI CUOCO - Montana: cinquant'anni di storia, di pubblicità, di alimentazione italiana. Di Giuseppe Romano, Marsilio pagg. 123 € 13,00

Il titolo, il sottotitolo e soprattutto l'immagine in copertina non lasciano dubbi, non si tratta di un libro di cucina dei Antonella Clerici ma di un saggio sulle abitudini alimentari degli italiani nell'ultimo mezzo secolo. E non solo. Giuseppe Romano studioso di fenomeni moderni, di media e di tecnologie applicate alla società, traccia uno spaccato di unItalia che si riprende dalle devastazioni della guerra e che spinta dal boom economico e dagli spot di Carosello si rialza dalle prostrazioni di una povertà diffusa, cresce e assapora il gusto del benessere. Romano segue questa evoluzione attraverso la storia di un noto marchio che produce carni in scatola, Montana, che a differenza di tanti altri inserzionisti di Carosello (mi vengono in mente la brillantina Linetti, la mucca Carolina etc) non è scomparsa dal piccolo schermo (tantomeno dal mercato) superando sia il boom che le crisi. Giuseppe Romano analizza questa storia per decenni, riportando dati, cifre e statistiche, ed insieme alla storia dettagliata e precisa dell'evoluzione delle scatolette nostrane, fotografa di quinta anche il nostro paese che si plasma e si modifica con una rapidità mai conoscita prima. Merito (o colpa) della televisione prima e dei new media dopo, e comunque in strettissima relazione con l'avvento della globalizzazione, quella  che ci permette di trovare le stesse cose nell'IKEA di Abbiategrasso come in quello di Sidney.

Il libro è altrettatnto ricco di immagini che ripercorrono, sempre attraverso la pubblicità, l'evoluzione della Montana, da Gringo a Gene  Gnocchi.

Un libro agevole da leggere che ci permetterà un tuffo nella memoria e nella storia.

Parola di Gringo.

(Maurizio Amici 14/2/09)

Giuseppe Romano, scrittore e giornalista, caporedattore del settimanale culturale "Il Domenicale", firma del quotidiano Avvenire su internet e videogiochi, è uno studioso dei fenomeni "moderni" dove la cultura si incontra o si scontra con i nuovi media, ed è docente di Analisi e piattaforme muldimediali nel corso di Comunicazione all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Romano, ma per parlare di comunicazione è necessario l'uso di terminologie per i soli addetti ai lavori come "Piattaforme, browser, software" etc, o la nostra lingua ci permetterebbe un'approccio più "amichevole" (friendly)?

La lingua non ammette teorie: da che mondo è mondo esprimersi è anzitutto una questione pratica e i linguisti dopo semmai sistematizzano. Le parole straniere che lei cita ci arrivano dal mondo della tecnologia, che parla inglese. Ma è una giostra che gira e rigira: “to record”, il verbo dell’archiviazione contemporanea dalle videocassette fino agli hard disk, viene dal latino “recordare”, letteralmente incidere nel cuore: forse perché sta lì la differenza, nel dare la precedenza a ciò che conta davvero. Il nostro problema non è la lingua delle parole, che prima o poi diventano “nostre”, ma come e che cosa “ricordiamo”.

Personalmente non amo scelte pseudopuristiche come quella dei francesi, che dal 2003 hanno vietato il termine “e-mail” e reso obbligatorio nella corrispondenza ufficiale l’uso della parola “courriel”, composta abbreviando il termine “courrier electronique”. Sarebbe più bello, in italiano, dire “postelettr” o “elepost”?

Nel suo libro "Mezzogiorno di cuoco" lei individua una precisa linea che segnò il confine tra la povertà della ripresa post bellica e lo storico boom economico, le 3000 calorie procapite assunte dagli italiani, la possibilità poi di fumare americano, di vestire Jeans e di ballare il rock and Roll. Certamente nelle tasche degli italiani allora c'era della moneta che permetteva questo, ma quanto la comunicazione ha influenzato il costume e la crescita economica?

La comunicazione pubblicitaria è stata da sempre il versante propositivo del commercio. E quella informativa, a sua volta, diventando di massa ha indicato termini di confronto che prima non avevamo: specie quando, nel dopoguerra, da poveri guardavamo alla ricca America. Così si creano le aspirazioni, le ambizioni. Poi, certo, quando si mangia bene si sta meglio, ma è più che mai vero, applicato ai simboli, il detto che “mangiamo con gli occhi”. Mangiamo condizioni di vita, lusso, benessere.

Carosello è stata una pietra miliare nella comunicazione mass mediatica, gli spot avevavo una durata di circa 4 minuti, grandi registi ed interpreti, ma lo slogan del prodotto pubblicizzato occupava soltanto pochi secondi dopo il "claim" finale. Inoltre regolee ferree della TV imponevano periodi temporali anche di giorni tra uno spot e la sua replica. Oggi gli spot durano una manciata di secondi e vengono ripetuti anche 2 volte nello stesso blocco, a volte in contemporanea su più reti. Cosa è successo?

È successo che la tv “finestra sul mondo” è morta e il meccanismo pubblicitario ha vinto, rivelando il vero volto del ciclo televisivo. Se prima eravamo “spettatori” da ammaestrare, con la tv commerciale siamo stati “utenti-clienti” ai quali vendere. Oggi la tv vende immagini per comprare audience, e, in secondo luogo, vende stili di vita per farci comprare prodotti. Anche la fiction, anche i reality show sono spot pubblicitari: impongono modelli che ci fanno compiere scelte commerciali o almeno commerciabili.

Lei è uno studioso del comportamento dei bambini nel loro approccio con i media, è vero che considerano i programmi televisivi un corollario della pubblicità? E se si, perchè?

I bambini piccoli non fanno differenza, anche perché non hanno potere di spesa diretto. “Comprano” però con gli occhi e con le emozioni. E obbligano i genitori ad adeguarsi. Credo che dovremmo studiare molto di più due fenomeni importanti che riguardano i più piccini: la loro solitudine davanti alla tv e il complesso di colpa dei loro genitori e parenti, che si traduce in un eccesso di regali. In entrambi i casi si sostituisce l’avere all’essere, il dare al presenziare. I bambini non colgono il perché e il come, ma intuiscono che in questa sostituzione c’è qualcosa che non va. Per di più s’innesca in loro il ruolo del consumatore: che, tipicamente, non è mai contento di ciò che ha e vuole sempre altro. Nel caso, affetto e presenza…

Nel corso di questo ultimo mezzo secolo si è parlato molto dei messaggi subliminali, favorendo un'immagine collettiva di pericolo nascosto tra un fotogramma e l'altro che potrebbe condizionarci ed ipnotizzarci. Esistono o sono sempre stati una legenda metropolitana? Cos'è che può sfuggire al nostro controllo nell'assistere ad un prodotto televisivo (o cinematografico)?

L’incidenza delle immagini sulla nostra percezione oggi è molto più sofisticata e complessa, ed efficace, di quanto potrebbe celarsi in un fotogramma dissimulato fra tanti. “Subliminale” è l’enorme forza d’urto che la fiction, intesa come il complesso dei media che descrivono un mondo non esattamente reale, o forse a volte per niente reale, ma indistinguibile dal vero per la verosimiglianza delle tecnologie digitali. Distinguere realtà e finzione è spesso impossibile, sicché diventa impossibile anche giudicare con equilibrio ciò che accade. Se questo si estende in tutti i campi, a cominciare da quelli dell’informazione e della cronaca, che dovrebbero essere “freddi”, figuriamoci in quei campi che sono condizionati e guidati da scopi commerciali: strategie accurate vengono elaborate per raggiungere proprio i nostri “punti deboli” di acquirenti, di spettatori, di cittadini.

La comunicazione pubblicitaria è cambiata con l'avvento di Internet?

Sta cambiando ancora. L’era digitale non è più quella della massa, bensì quella dell’individuazione. È sempre più facile raggiungerci in ciò che intimamente preferiamo. Perfino comprare un’automobile diventa, online su un sito web, un’operazione di selezione personalissima fra mille accessori, che precede la produzione del veicolo. Oggi, letteralmente, non si costruiscono due automobili uguali.

E siamo ancora soltanto all’alba di tutto questo mondo nuovo e interattivo.

Continuiamo a parlare della grande rete, ha sicuramente stravolto le regole e soprattutto la velocità della comunicazione tradizionale, il fax che ha più o meno 30 anni di vita sembra somigliare ad uno strumento usato dagli uomini neolitici, ma la super velocità permessa dalla rete, videoconferenze, mail, forum e chat non ci toglie il tempo della riflessione necessaria per dire o ascoltare cose sensate?

Qualcuno ha parlato di “effetto tunnel”: quello che avviene quando si guida a forte velocità. L’attenzione va tutta sulla strada e il panorama scompare. Io preferisco pensare che la velocità delle tecnologie, se usata consapevolmente, ci regala tempo per pensare, per cercare, per essere uomini e donne consapevoli. Ma è una battaglia, perché chi preferisce non pensare e non cercare oggi è molto incentivato a farlo.

Oggi possiamo accedere attraverso il satellite e ad internet ad un numero difficilmente quantificabile di canali televisivi e radiofonici, quanto ne facciamo uso, e quanto ne faremo uso in futuro?

L’offerta di canali sta evolvendo, perché stiamo passando dall’era del palinsesto offerto dall’emittente a quella del palinsesto costruito da me stesso. La tv generalista soffre e quella tematica cresce. Chi ci perde, a oggi, è la mediazione rispetto alla realtà, perché tutte le tv tematiche sono ideologiche e parziali. Tecnicamente, intendo: se guardo la mia squadra di calcio sul “suo” canale, smarrisco quell’oggettività che avevo quando c’era una emittente che selezionava le partite e magari chiariva anche i meriti degli avversari. Rischiamo di diventare ancor più “clienti” di quanto già non fossimo. E non c’è più distinzione di piattaforme e di strumenti: tv, internet, satellite, è tutt’uno.

Quand è che i media si incontrano e quando si scontrano con la cultura?

Nel secondo caso, quando non rispettano e non rispecchiano l’uomo. Banalità astratta che nel concreto però coincide con la professionalità e la “cittadinanza” di chi fa comunicazione, che non può appiattire la dignità di ciò che fa, né per convenienza né per pigrizia.

Sento spesso dire di programmi tipo "La storia siamo noi" "...Peccato che mandino in onda un così bel programma ad ore impossibili". Eppure ad ore possibili non sarebbe visto. Chi detta le regole della fruizione mass mediale, chi i programmi li produce o chi li guarda?

Il gatto si morde la coda. Il servizio pubblico dovrebbe guardare di più alle convenienze, per così dire, culturali, ma è anche vero che la tv maestra è morta e sepolta. L’errore è di lunga data, perché è stata la Rai a inseguire le tv commerciali sul loro terreno, molto tempo fa.

Infine, se la sente di dare un consiglio per fare buon uso di tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione?

Un consiglio? L’unico. Non aver paura di guardare, di esserci, di esplorare, ma soprattutto di preferire la realtà concreta e impegnativa a quella dell’evasione. Lo traduco così, per me e per gli altri: la vita familiare e i rapporti interpersonali vengono prima. Non dovremmo né usare tv e computer come surrogati del silenzio tra di noi, né tantomeno come zone di parcheggio per i figli. Per chi è genitore, importa prendersi la briga di “esplorare” con i bambini, sapendo che qualsiasi dubbio o shock possono essere affrontati e risolti insieme. È finita l’epoca del papà so-tutto: si può anche ammettere la propria ignoranza, purché non implichi sottrarsi all’impegno di essere accanto ai figli nel momento in cui si avventurano in terreni sconosciuti. È uno sforzo che bisogna fare, tanto più se ci si ritiene “incompetenti” davanti a internet, ai videogiochi, e via dicendo.

Ringraziamo Giuseppe Romano per la sua gentile disponibilità

(intervista effettuata nel mese di febbraio 2009)

Pagine di libri è una iniziativa editoriale indipendente fondata nel mese di ottobre 2007 e curata da Maurizio Amici e Luigi Brunamonti.

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