Approfondimenti: Economia canaglia

HomeArchivioArgomentiContatti

ultimo aggiornamento martedì 24 marzo 2009
 


 

 

Economia canaglia

di Luigi Brunamonti

ECONOMIA CANAGLIA Il lato oscuro del nuovo ordine mondialedi Loretta Napoleoni - Il Saggiatore, pagg. 310 , € 17.00

Come se non bastassero i ricorrenti aumenti dei prodotti petroliferi ed i record dei costi dei carburanti che ormai non fanno più notizia, adesso dobbiamo aspettarci anche che un nuovo cartello, dopo quello dell’OPEC, arrivi a turbare i nostri sonni (ed i nostri consumi…).

La Thailandia, ovvero il più grande esportatore di riso del mondo, ha infatti proposto la creazione di un’organizzazione per raccogliere i maggiori esportatori di prodotti agricoli su scala globale e concertare così una politica dei prezzi comuni, per riuscire a spuntare le migliori condizioni possibili ai paesi consumatori.

L’ondata di rialzi che tutti noi percepiamo facendo la spesa sta avendo purtroppo effetti dirompenti su interi paesi del Sud del mondo dove, a differenza che in quelli occidentali, la spesa alimentare la fa da padrone sui bilanci familiari.

Non sono pochi i paesi in cui la maggioranza della popolazione spende anche i 3/4 del proprio reddito per il mero soddisfacimento delle esigenze alimentari, mentre secondo il Fondo Monetario Internazionale i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati negli ultimi due anni mediamente del 48% a livello globale, con picchi che per il riso hanno toccato il 75% solo negli ultimi 2 mesi.

Su scala locale abbiamo aumenti che per il grano vanno dal 30% dell’Armenia al 90% del Sudan, mentre per i prodotti di base il mais è aumentato in Uganda del 65%, il miglio ha subito incrementi del 50% in Nigeria. A fronte di aumenti così consistenti hanno ripreso a scatenarsi un po’ in tutte le latitudini le cosiddette rivolte dei poveri che hanno visto in alcuni casi addirittura l’Esercito scendere nelle strade per cercare di arginare le proteste.

Le ragioni degli aumenti sono molteplici e quindi, anche per questo, sono difficilmente affrontabili senza una politica comune che appare sempre più una chimera vista l’agonia del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali che, sole, potrebbero spingere verso soluzioni concertate.

Accennando alle maggiori, non necessariamente in ordine di importanza, possiamo sicuramente iniziare dal massiccio ricorso ai biocarburanti per far fronte all’impennata dei prezzi dei prodotti petroliferi. Basti pensare che la recente ed improvvisa conversione dell’amministrazione Bush alla benzina verde ha visto gigantesche quantità di mais dirottate dal settore alimentare ai serbatoi delle auto americane. Se i farmers a stelle e strisce e la bolletta petrolifera americana ne hanno sicuramente beneficiato, i Messicani, ad esempio, si sono trovati a pagare sempre più care le tortillas che costituiscono l’alimento di base della fascia più povera della popolazione che è scesa in piazza, così come hanno fatto i poveri del Burkina Faso o dell’Etiopia.

Per dare un’idea di ciò di cui stiamo parlando, un pieno “verde” di un’auto di grossa cilindrata equivale al fabbisogno di grano di un essere umano per un anno!

Con questo non vogliamo stroncare il ricorso a fonti alternative di energia, ma è evidente che vi siano modi diversi e non comparabili di ricorso alla natura per fare il pieno alle nostre automobili. Se, ad esempio, la canna da zucchero su cui il Brasile ha basato la conversione a bio-etanolo di buona parte del parco-auto nazionale garantisce una resa di 8 ad 1 (laddove 8 è il risultato energetico finale sfruttabile e 1 la quantità di energia da investire per ottenerlo), nel caso del grano la resa è solo di 1 ad 1 e l’operazione è possibile soltanto grazie ai sussidi governativi e con le implicazioni di cui sopra.

Inoltre, le modificazioni climatiche hanno influito molto sui raccolti, diminuendo fortemente la produzione di paesi tradizionalmente grossi esportatori di prodotti agricoli. L’Australia, ad esempio, sta subendo una siccità di proporzioni drammatiche, così come paesi africani o asiatici pagano al “clima impazzito” difficoltà crescenti di assicurare l’autosufficienza alimentare alle proprie popolazioni. Il miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, soprattutto nel continente asiatico, ha visto un radicale cambiamento delle tradizionali abitudini alimentari e l’aumento del consumo di carne, con ulteriore dirottamento della produzione di granaglie dal consumo diretto all’alimentazione animale, il tutto peggiorato dai continui aumenti del costo dei mangimi. L’impennata del costo dei prodotti petroliferi ha ovviamente coinvolto anche il gasolio usato in agricoltura nonché i fertilizzanti, con ovvie conseguenze sul prezzo di vendita dei prodotti alimentari.

Per venire incontro al fabbisogno interno, diversi paesi hanno bloccato l’esportazione di prodotti agricoli di base contraendo così l’offerta e causando ulteriori aumenti di prezzo che sono andati a sommarsi a quelli dovuti all’ondata speculativa che ha investito il settore.

Buon’ultima, ma non certo in ordine di importanza, abbiamo l’ondata speculativa su accennata che, non contenta di aver contribuito in modo determinante all’aumento del prezzo del barile di greggio, si è indirizzata in questi ultimi due anni su riso e grano, considerati ormai settori strategici dai fondi di investimento.

In questa galleria degli orrori resta infine il peccato di fondo di una produzione agricola che, per la fame di valuta pregiata e l’interessamento dell’industria agro-alimentare, è volta ormai da decenni sempre più verso l’esportazione piuttosto che verso il soddisfacimento delle esigenze alimentari locali.

Nello sconvolgente viaggio che Economia canaglia ci permette di compiere nel nuovo ordine mondiale, Loretta Napoleoni ci spiega, ad esempio, che gli enormi ricavi derivanti dalle vendite della banane nei supermercati britannici (ma la cosa vale anche per quelli di casa nostra…), il 45% va a questi ultimi, il 18 agli importatori, il 15.5 alla società proprietaria della piantagione e il 2.5 ai lavoratori.

Ma questo è solo uno degli innumerevoli esempi di come forze economiche oscure siano in grado, attraverso incredibili capitali e vaste influenze politiche, di cambiare letteralmente la nostra vita.

Le connessioni generate da questo fenomeno, nel mercato globale, sono paradossali: le carte di credito triplicano l’indebitamento dei consumatori; grazie all’entrata in vigore dell’Euro, il Patriot Act americano, che dovrebbe ridurre il riciclaggio del denaro sporco, in realtà lo facilita; il gioco d’azzardo, illegale in molti stati, trova una fantastica zona franca in Internet; i farmaci falsi uccidono, nell’indifferenza generale, mezzo milione di persone all’anno. Persino la democrazia, che siamo abituati a considerare come valore assoluto, si è trasformata in un moltiplicatore di schiavitù: dal mercato del sesso europeo ai lavoratori delle piantagioni africane, dall’industria dei falsi in Cina alla pesca di frodo nel Baltico, gli schiavi hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’economia mondiale.

Attraverso storie vere, prove, analisi e testimonianze dirette, Loretta Napoleoni si infiltra nelle maglie di questo sistema perverso e segue la pista del denaro fino agli angoli più remoti del pianeta. Dai “ruggenti anni ‘90” all’attacco alle Torri Gemelle, dalla costruzione dell’impero economico cinese all’ascesa della finanza islamica fino al disastro dei mutui americani, Economia canaglia offre al lettore una chiave originale per comprendere i mutamenti sotterranei del mondo contemporaneo.
 

Pagine di libri è una iniziativa editoriale indipendente fondata nel mese di ottobre 2007 e curata da Maurizio Amici e Luigi Brunamonti.

Copyright © 2007 by Luma.
Contattaci