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ECONOMIA
CANAGLIA Il lato
oscuro del nuovo ordine mondialedi Loretta
Napoleoni - Il
Saggiatore, pagg. 310 , € 17.00
Come se non
bastassero i ricorrenti aumenti dei prodotti petroliferi ed i record dei costi
dei carburanti che ormai non fanno più notizia, adesso dobbiamo aspettarci
anche che un nuovo cartello, dopo quello dell’OPEC, arrivi a turbare i nostri
sonni (ed i nostri consumi…).
La
Thailandia, ovvero il più grande esportatore di riso del mondo, ha infatti
proposto la creazione di un’organizzazione per raccogliere i maggiori
esportatori di prodotti agricoli su scala globale e concertare così una
politica dei prezzi comuni, per riuscire a spuntare le migliori condizioni
possibili ai paesi consumatori.
L’ondata di
rialzi che tutti noi percepiamo facendo la spesa sta avendo purtroppo effetti
dirompenti su interi paesi del Sud del mondo dove, a differenza che in quelli
occidentali, la spesa alimentare la fa da padrone sui bilanci familiari.
Non sono
pochi i paesi in cui la maggioranza della popolazione spende anche i 3/4 del
proprio reddito per il mero soddisfacimento delle esigenze alimentari, mentre
secondo il Fondo Monetario Internazionale i prezzi dei prodotti alimentari sono
aumentati negli ultimi due anni mediamente del 48% a livello globale, con
picchi che per il riso hanno toccato il 75% solo negli ultimi 2 mesi.
Su scala
locale abbiamo aumenti che per il grano vanno dal 30% dell’Armenia al 90% del
Sudan, mentre per i prodotti di base il mais è aumentato in Uganda del 65%, il
miglio ha subito incrementi del 50% in Nigeria. A fronte di aumenti così
consistenti hanno ripreso a scatenarsi un po’ in tutte le latitudini le
cosiddette rivolte dei poveri che hanno visto in alcuni casi addirittura
l’Esercito scendere nelle strade per cercare di arginare le proteste.
Le ragioni
degli aumenti sono molteplici e quindi, anche per questo, sono difficilmente
affrontabili senza una politica comune che appare sempre più una chimera vista
l’agonia del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali che, sole,
potrebbero spingere verso soluzioni concertate.
Accennando
alle maggiori, non necessariamente in ordine di importanza, possiamo
sicuramente iniziare dal massiccio ricorso ai biocarburanti per far fronte
all’impennata dei prezzi dei prodotti petroliferi. Basti pensare che la recente
ed improvvisa conversione dell’amministrazione Bush alla benzina verde ha visto
gigantesche quantità di mais dirottate dal settore alimentare ai serbatoi delle
auto americane. Se i farmers a stelle e strisce e la bolletta petrolifera
americana ne hanno sicuramente beneficiato, i Messicani, ad esempio, si sono
trovati a pagare sempre più care le tortillas che costituiscono l’alimento di
base della fascia più povera della popolazione che è scesa in piazza, così come
hanno fatto i poveri del Burkina Faso o dell’Etiopia.
Per dare
un’idea di ciò di cui stiamo parlando, un pieno “verde” di un’auto di grossa
cilindrata equivale al fabbisogno di grano di un essere umano per un anno!
Con questo
non vogliamo stroncare il ricorso a fonti alternative di energia, ma è evidente
che vi siano modi diversi e non comparabili di ricorso alla natura per fare il
pieno alle nostre automobili. Se, ad esempio, la canna da zucchero su cui il
Brasile ha basato la conversione a bio-etanolo di buona parte del parco-auto
nazionale garantisce una resa di 8 ad 1 (laddove 8 è il risultato energetico
finale sfruttabile e 1 la quantità di energia da investire per ottenerlo), nel
caso del grano la resa è solo di 1 ad 1 e l’operazione è possibile soltanto
grazie ai sussidi governativi e con le implicazioni di cui sopra.
Inoltre, le
modificazioni climatiche hanno influito molto sui raccolti, diminuendo
fortemente la produzione di paesi tradizionalmente grossi esportatori di
prodotti agricoli. L’Australia, ad esempio, sta subendo una siccità di
proporzioni drammatiche, così come paesi africani o asiatici pagano al “clima
impazzito” difficoltà crescenti di assicurare l’autosufficienza alimentare alle
proprie popolazioni. Il miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di
milioni di persone, soprattutto nel continente asiatico, ha visto un radicale
cambiamento delle tradizionali abitudini alimentari e l’aumento del consumo di
carne, con ulteriore dirottamento della produzione di granaglie dal consumo
diretto all’alimentazione animale, il tutto peggiorato dai continui aumenti del
costo dei mangimi. L’impennata del costo dei prodotti petroliferi ha ovviamente
coinvolto anche il gasolio usato in agricoltura nonché i fertilizzanti, con
ovvie conseguenze sul prezzo di vendita dei prodotti alimentari.
Per venire
incontro al fabbisogno interno, diversi paesi hanno bloccato l’esportazione di
prodotti agricoli di base contraendo così l’offerta e causando ulteriori
aumenti di prezzo che sono andati a sommarsi a quelli dovuti all’ondata
speculativa che ha investito il settore.
Buon’ultima,
ma non certo in ordine di importanza, abbiamo l’ondata speculativa su accennata
che, non contenta di aver contribuito in modo determinante all’aumento del
prezzo del barile di greggio, si è indirizzata in questi ultimi due anni su
riso e grano, considerati ormai settori strategici dai fondi di investimento.
In questa
galleria degli orrori resta infine il peccato di fondo di una produzione
agricola che, per la fame di valuta pregiata e l’interessamento dell’industria
agro-alimentare, è volta ormai da decenni sempre più verso l’esportazione
piuttosto che verso il soddisfacimento delle esigenze alimentari locali.
Nello
sconvolgente viaggio che Economia canaglia ci permette di compiere nel nuovo
ordine mondiale, Loretta Napoleoni ci spiega, ad esempio, che gli enormi ricavi
derivanti dalle vendite della banane nei supermercati britannici (ma la cosa
vale anche per quelli di casa nostra…), il 45% va a questi ultimi, il 18 agli
importatori, il 15.5 alla società proprietaria della piantagione e il 2.5 ai
lavoratori.
Ma questo è
solo uno degli innumerevoli esempi di come forze economiche oscure siano in
grado, attraverso incredibili capitali e vaste influenze politiche, di cambiare
letteralmente la nostra vita.
Le
connessioni generate da questo fenomeno, nel mercato globale, sono paradossali:
le carte di credito triplicano l’indebitamento dei consumatori; grazie
all’entrata in vigore dell’Euro, il Patriot Act americano, che dovrebbe ridurre
il riciclaggio del denaro sporco, in realtà lo facilita; il gioco d’azzardo, illegale
in molti stati, trova una fantastica zona franca in Internet; i farmaci falsi
uccidono, nell’indifferenza generale, mezzo milione di persone all’anno.
Persino la democrazia, che siamo abituati a considerare come valore assoluto,
si è trasformata in un moltiplicatore di schiavitù: dal mercato del sesso
europeo ai lavoratori delle piantagioni africane, dall’industria dei falsi in
Cina alla pesca di frodo nel Baltico, gli schiavi hanno un ruolo fondamentale
nello sviluppo dell’economia mondiale.
Attraverso
storie vere, prove, analisi e testimonianze dirette, Loretta Napoleoni si
infiltra nelle maglie di questo sistema perverso e segue la pista del denaro
fino agli angoli più remoti del pianeta. Dai “ruggenti anni ‘90” all’attacco
alle Torri Gemelle, dalla costruzione dell’impero economico cinese all’ascesa
della finanza islamica fino al disastro dei mutui americani, Economia canaglia
offre al lettore una chiave originale per comprendere i mutamenti sotterranei
del mondo contemporaneo.
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